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Frizullo

Alessio Lega


Lingua: Italiano


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legles
Scritta da Alessio il 17/07/06.
Written by Alessio on 07/17, 2006
Si veda anche Newroz, scritta da Dino Frisullo per i Modena City Ramblers.

Dino Frisullo.
Dino Frisullo.


Il testo di questa canzone giaceva da giorni, incompleto, in approvazione; reperito da Adriana, al posto del titolo c'era un "Non approvare, incompleta" di servizio. Stasera m'è capitato di nominare Dino Frisullo in una mail su "Fabrizio"; dopo dieci minuti m'è squillato il telefono. Era Alessio Lega. Non vi starò a dire quel che ci siamo raccontati; era un bel po' che non si faceva una chiacchierata. Forse ne verrà fuori anche qualcosa che ha a che fare con certe reti invisibili. Ma quel che più conta è che ne è venuto fuori il testo completo e la registrazione di questa canzone dedicata a una persona che si ama. Che si ama e basta. Questo, e non altro, è possibile dire.[RV]


Uno scalatore mite e ostinato
Ciao Frisullo, di Loris Campetti
Dal Manifesto del 7 giugno 2003

Si è spento il nostro amico e compagno Dino, una vita troppo breve vissuta dalla parte del torto per aiutare i popoli senza patria a costruire un futuro possibile. Ha conosciuto le carceri turche e ha dato ai kurdi una speranza

Dino Frisullo è caduto all’ultima curva. O forse no, il traguardo era e resta ancora lontano e ci vorrà molto tempo per raggiungerlo, e quando dopo aver pedalato e pedalato ci sembrerà di essere arrivati ci accorgeremo che il traguardo si è spostato ancora più avanti, e che non si può mai smettere di pedalare. Ognuno di noi a un certo punto della salita deve passare la borraccia al compagno di squadra e Dino ce l’ha passata ieri notte. Perché pedalare tanto, allora, se non si arriva mai a Itaca? Perché l’obiettivo non è arrivare ma andare, e a Dino possiamo regalare le parole del poeta greco Kostandìnos Kavafis: «Itaca ti ha donato un bel viaggio». Il cammino di Dino Frisullo, nostro amico, collaboratore e compagno, è stato tanto breve quanto intenso, senza soste, finché il fisico l’ha sostenuto. E’ morto un’ora prima del suo cinquantunesimo compleanno all’ospedale Monteluce di Perugia stroncato da un tumore. In pochi mesi la malattia si è portato via quel «terrone» di Puglia senza patria che si è sempre battuto al fianco di chi gli è capitato di nascere e di vivere dalla parte del torto. Innanzitutto i kurdi, schiacciati in casa dal regime turco e quelli in fuga alla ricerca di una libertà negata verso sponde quasi mai ospitali. In realtà, nelle sponde di stati inospitali come il nostro c’è sempre gente ospitale e il lavoro di Dino è stato quello di far incontrare naufraghi e pescatori. Nella sua Puglia, in Calabria, in Sicilia, ovunque zattere improvvisate trasportassero migranti e profughi, quelli che giornali e tv preferiscono chiamare «clandestini». Siamo tutti clandestini non è uno slogan, per Frisullo è stato il modo di pensare alla sua vita intrecciandola con quella di navigatori meno fortunati. Kurdi e palestinesi, albanesi e kosovari - quegli albanesi e kosovari in «difesa» dei quali altri lanciavano bombe e annientavano popoli «nemici». Dino con le sue tante organizzazioni, da Azad a Senza confine, pensava che per difendere popolazioni perseguitate bisognasse accoglierle, non inquadrarle nel mirino.

Come ricordano le testimonianze di questa pagina, Dino fu arrestato a Diyarbakir mentre festeggiava il Newroz, il capodanno kurdo, il 21 marzo del `98 e condannato a un anno di galera per «incitamento all’odio razziale», salvo poi vedersi modificare e aggravare il reato: terrorismo. Dopo la liberazione e l’espulsione dalla Turchia non potè difendersi né partecipare al suo processo perché i militari lo bloccarono a Istanbul e lo rispedirono in Italia come un pacco postale.

Il nome di Frisullo è legato alla battaglia per l’accoglienza in Italia e la liberazione del leader del Pkk, Abdullah Ocalan. Grazie al suo impegno civile e politico, per una breve stagione Roma si trasformò nella capitale della speranza per il popolo kurdo, così tanti italiani cominciano a scoprire un piccolo pezzo di mondo sconosciuto, neppure tanto lontano dalle nostre sponde. Ma siccome la Turchia è il bastione meridionale della Nato ed è (era?) il miglior alleato degli Usa e siccome la Turchia era ed è un importante partner commerciale dell’Italia, «Apo» venne buttato fuori dal nostro paese - pardon, consigliato ad andarsene - e grazie a un’operazione di pirateria internazionale, con l’aiuto della Cia e del Mossad, venne rapito in Kenia, riportato in Turchia e sbattuto nel carcere di un’isola del mar di Marmara, Imrali. Un processo farsa ha condannato a morte Ocalan, ma siccome la Turchia deve entrare in Europa, la pena è stata commutata in carcere a vita e le chiavi della cella buttate in mare.

Dino è caduto all’ultima curva perché non è riuscito a partecipare, se non al telefono dalla sua camera d’ospedale, alla battaglia contro la nuova guerra all’Iraq. E’ riuscito però a mandare al manifesto le sue riflessioni e i suoi appelli appassionati. Nei prossimi giorni pubblicheremo il suo ultimo articolo: «Kurdi, l’altra crisi del Medioriente».

Dino è stato un militante mite, scomodo e ostinato, del cui valore in troppi si sono accorti solo al momento della morte.

Il testamento di Dino

"Se morissi adesso o fra due giorni o un anno, ecco il mio testamento, il testamento di un comunista Avido di conoscenza e d'amore, vissuto e morto povero e curioso. Lascio tutto il mio disprezzo a chi mi ha usato. Lascio tutto il mio odio a chi mi ha dato un mondo senza gioia, da attraversare a denti e pugni stretti.
Lascio la nostalgia per le moschee di Gerusalemme e gli ulivi di Puglia ed ogni roccia, pianta, finestra, stella, che i miei occhi hanno accarezzato nel cammino
Lascio fiumi di dolcezza alle donne che ho amato.
Lascio fiumi di parole dette e scritte spesso con rabbia, raramente con saggezza, in malafede mai, un mare di parole che già evapora al vento rovente del tempo.
Lascio a chi vorrà raccoglierlo, il testimone del mio entusiasmo, nella folle staffetta mozzafiato -volgendomi indietro dopo vent'anni non so più se ho corso da solo.
Lascio il mio sorriso a chi sa ancora sorridere
E le mie lacrime a chi sa piangere ancora.
Non è poco. In cambio, voglio essere sepolto senza cippi e lapidi fra le radici di una albero grande in piena nuda terra rossa e grassa perchè il mondo con me respiri ancora e si nutra con me di ogni mia fibra. Con me (non vi sembri retorica) solo una bandiera rossa E la nave del Ritorno intagliata con le unghie nella pietra di un prigioniero assetato di vita nel deserto del Neghev."
Frizullo
Che cosa brilla ancora dal fondo senza ritorno?

La notte color del vino vomitò ancora una nave
Carica di kurdi, una nave carretta (come si dice) dal mare
Una nave disperata, della solita disperazione
Salpata dalla Turchia rotta contro l’illusione
Sulla fiancata scavata, graffiata una scritta misteriosa
“Frizullo” diceva: un nome, un monito, qualcosa…
Cosa vorrà mai dire, un dio? Un tribuno? Un’accusa?
Sul fianco di quella nave una ragione? Una scusa?

Che cosa ancora brilla dal fondo senza ritorno
Che cosa ci tiene in piedi, che cosa ci tiene a giro
Increspato di schiuma c’è chi tenta un respiro
Sentinella nella sentina da ché parte arriva giorno

“Frizullo” non è una parola della lingua proibita
Una formula magica, una sfida agguerrita
“Frizullo” è un nome storpiato, precisamente un cognome
Sta per “Dino Frisullo”, come dire, attenzione!
Noi siamo i suoi amici, i fratelli, i suoi protetti, i suoi figli
Siamo quelli di Frisullo, deponete gli artigli
E fateci passare, alla faccia dell’assassino
È una lotta per la vita, ci dà una mano Dino

Sentinella, pallida e assorta nel mezzo del fumo grigio
C’è qualcosa che cuce i sensi che telefona e sfida
Però se tendi l’orecchio qui tutto quanto grida
E ride mentre tu dormi la morte nel pomeriggio

Dino Frisullo fu un militante d’avanguardia operaia
Poi finì il 68, si archiviò la battaglia
Contrordine compagni, non si cambia più il mondo
Cambiatevi pure d’abito e restate sul fondo.
Ma Dino Frisullo in fondo inciampò nella coscienza
Come una bomba innescata, futuro di resistenza
E fondò e fuse e diffuse più d’una associazione
Lo scopo? Salvare il mondo, pensa che ostinazione…

Sentinella questa casa fa acqua s’è diroccata
I tappeti marciscono e tutto mi sembra idiota
C’è musica in ogni bar, ma non si muove una nota
L’annunciatrice annuncia i programmi della serata…

Dino Frisullo era dietro tutti i migranti, sempre presente
Fu arrestato in Turchia, condannato, innocente
Di quell’innocenza aggressiva, che non è una consolazione
E quando fu liberato tornò in trincea col suo nome
Che perciò i kurdi se lo scrivevano sul fianco di quel barcone
“Frizullo” “Firosillo”, insomma grande protezione
E mentre un tumore se lo portava in un lampo
Aveva l’aria scocciata come per un contrattempo

C’è ancora una nave a Brindisi che il nero non inghiotte
Che il buio non s’è mangiata, col suo passo sicuro
Da lì qualcuno fissa i suoi occhi nello scuro
Sentinella, sentinella a che punto resta la notte.
Sentinella tu dimmi a che punto è stanotte.

inviata da Adriana, Alessio e Riccardo - 30/6/2007 - 19:26




Lingua: Inglese

English Version by Riccardo Venturi
July 6, 2007
FRIZULLO

The wine-colored night belched out one ship more
Loaded with Kurds, a floating wreck (as one says) out of the sea
A ship desperate with the very usual desperation,
Sailing from Turkey and bound for an illusion.
On one side was carved, or scratched a mysterious graffito,
"Frizullo", said: a name, a warning or anything else...
What does all this mean? A god? A tribune? An accusation?
On one side of that ship, a reason? An excusation?

What does still shine out of the bottom without return,
What does hold us standing, what does hold us wandering
Rippling with seafoam someone's trying to breathe
Sentinel in the bilge, whereof will the day break out?

"Frizullo" is no word in the forbidden language,
It is no magic spell, nor any hard challenge
"Frizullo" is a misspelt name, or, rather, a family name,
It stands for "Dino Frisullo", so to say: handle with care!
We are his friends, his brothers, his favs, his children,
We're Frisullo's people, so draw in your claws
And let us all pass by and so much for the butcher!
Life is a struggle, Dino gives us a helping hand

Sentinel, pale and pensive in the middle of grey smoke
There's something sewing senses, making calls, challenging
But if you lend an ear, everything's crying here,
And laughing while you're sleeping away the death in the afternoon

Dino Frisullo was an activist of "Workers Vanguard",
When 68 was over, the struggle was let drop.
Counterorder, comrades, we don't change the world any longer,
Please change your clothes and stay on the bottom.
But, on the bottom, Dino Fisullo stumbled on conscience
As on a primed bomb, a future of resistance
And he founded merged spread several associations,
What for? To save the world, just think he was so stubborn…

Sentinel, this house leaks water and is half in ruins,
The carpets are getting mouldy, I feel all this so stupid
There's music in every bar, but there's no note moving,
The anchorwoman announces the evening's programs…

Dino Frisullo supported all migrants, he was always there.
He was arrested in Turkey, sentenced though not guilty.
His innocence was a weapon, it was no comfort at all,
And when he was set free, got back to the trench with his name.
That's why the Kurds wrote it on one side of that ship,
"Frizullo", "Ferozillo", so to mean: safe protection.
Cancer was taking his life away in a flash,
Yet he looked scared as for some mishap

There's still a ship in Brindisi the black sea hasn't swallowed yet,
That darkness hasn't taken yet with its firm steps.
From there someone is pointing his eyes to darkness
Sentinel, o sentinel, where have we got in the night?
Sentinel, tell me where we have got in the night.

inviata da Riccardo Venturi - 6/7/2007 - 15:48




Lingua: Francese

Version française de Riccardo Venturi
24.2.2013
FRIZULLO

pour Roberto Simone
écrite le 17 juillet 2006


La nuit couleur de vin a vomi de la mer encore un bateau
chargé de kurdes, un cargo vagabond comme on l'appelle,
un bateau désespéré, plein du désespoir habituel,
parti de Turquie en route vers l'illusion.
On a écrit, ou bien gravé, quelque chose sur un flanc,
c'est un mystère...”Frizullo”, un nom, un avertissement ou quoi?
C'est quoi ce truc? Un dieu, un tribun, une accusation?
Sur le flanc de ce bateau-là, une raison, une excuse?

Qu'est-ce qu'il brille encore du fond sans retour?
Pourquoi sommes-nous encore debout et en voyage?
Il y a qui essaie de respirer, tout ridé d'écume,
veuilleur dans la sentine, le jour se lève-t-il de quel côté?

«Frizullo», ce n'est pas un mot dans une langue interdite
ni un code sacré, ni un défi acharné
«Frizullo», c'est un nom estropié, un nom de famille,
c'est pour «Dino Frisullo», ça veut dire: Attention!
Nous sommes ses amis, ses parents, ses protégés, ses enfants,
nous sommes ceux à Frisullo, ouvrez bien vos griffes
et laissez-nous passer en barbe à l'assassin,
c'est lutter pour la vie, et Dino nous donne une main...

Veuilleur pâle et pensif au milieu de la fumée grise,
il y a quelque chose qui ouvre les dents, téléphone et défie
mais si tu tends les oreilles, tout crie, tout hurle ici
et rit pendant que tu dors ta mort dans l'après-midi.

Dino Frisullo militait dans l'Avant-garde Ouvrière,
puis, soixante-huit terminé, la lutte a été classée:
«Contreordre, camarades! On ne va plus changer le monde,
bon, changez-vous de vêtement et restez sur le fond.»
Mais, sur le fond, Dino Frisullo a buté contre sa conscience
comme une bombe amorcée, un avenir de résistance,
et il a créé et propagé maintes organisations
dont le but était sauver le monde; sacrée caboche!

Capitaine, ça perd l'eau chez moi, tout va s'effondrer,
les tapis vont moisir et tout me semble si débile...
Musique dans tous les cafés, mais pas une note qui bouge,
la speakerine annonce le programme de la soirée.

Dino Frisullo soutenait tous les immigrants, toujours présent,
il a été interpellé en Turquie et puis condamné, innocent
mais de son innocence enragée, qui n'est pas consolation
et quand il a été libéré, le revoilà au combat avec ce nom-la...
C'est pour ça que les Kurdes l'écrivaient sur les flancs des bateaux,
«Frizullo», «Firosillo», et ça voulait dire: grande protection
et pendant qu'un cancer l'emportait en un éclair
il était un peu emmerdé comme si ce n'était qu'un ennui.

Il y a encore un bateau à Brindisi que le noir ne veut pas engloutir,
que le noir n'a pas dévoré de son pas incessant,
et il y a encore, là-bas, quelque chose qui fixe l'obscurité
veuilleur, veuilleur, où en est la nuit?

Veuilleur, dis-moi, ou en est la nuit?

27/2/2013 - 01:19


«Frizullo»

C'è ancora una carretta del mare mezzo arrugginita, ancorata in un porto italiano del sud, forse Brindisi, forse Mazara, che su una fiancata scarcassata porta ancora inciso, con rabbia e con amore un grande graffito, netto, quasi una ferita sul rosso screpolato della ruggine. E' un nome in stampatello: «FRIZULLO». Quando la nave arrivò così 6 anni fa, veniva da pensare, con invidia: «Ecco, Dino ci diventa mitico come Potjomkin». Poi ne arrivò perfino un'altra di nave con lo stesso nome storpiato in «Frisonullo». I profughi kurdi, in fuga dalla guerra etnica dei generali turchi della Nato, pensavano che l'Italia li avrebbe accolti a braccia aperte se solo avessero innalzato quel vessillo, quel nome a loro così vicino e caro: era di un uomo che, per i kurdi e come loro, era finito nelle prigioni di Ankara. L'Italia era per loro «Frizullo», quasi un anagramma. Come per Ocalan - prima che venisse consegnato ai Servizi segreti internazionali per finire nella galera speciale di Imrali - l'Italia rappresentava il luogo dove avviare una svolta e trattativa per una lotta arrivata a un punto di non ritorno e altrimenti sconfitta. Sì, era stato Dino a pensare che il Celio, l'ospedale militare dove si supponeva dovesse transitare il leader kurdo, dovesse diventare un presidio permanente, fino a trasformare il nome del luogo in «Piazza Kurdistan».

piazzakurdistan


Scherzavamo con Dino: gli scavi archeologici di Roma non se la sarebbero presa più di tanto, in fondo Celio Vibeuna era stato un eroe mitico degli etruschi (originari in parte proprio dell'antica Lidia, l'attuale Turchia e Kurdistan) quando quel popolo governava su Roma. Già, questa è la storia profonda degli uomini e delle donne che ci ostiniamo a considerare «immigrati», «clandestini»e «profughi» e a chiudere nei campi di concentramento dei centri di accoglienza.
Addio Dino senza confini, sempre sereno eppure vulcano, con il sorriso acceso dei perdenti che ricominciano tutto ogni giorno. Così «irresponsabile» ed eguale a noi.
Dino, graffiato di rabbia e d'amore.

Tommaso Di Francesco
Dal "Manifesto" del 7 giugno 2003

Ri - 6/7/2007 - 15:32




Lingua: Italiano

Una poesia di Dino Frisullo - "20 Marzo". Il 20 marzo 2003 fu l'inizio dei bombardamenti su Baghdad, e anche quello di questo nostro sito. Dino è morto neppure tre mesi dopo, il 6 giugno 2003.

A poem by Dino Frisullo - "20 Marzo". March 20, 2003, was the beginning day of US air attack on Baghdad, and also of our website. Dino passed away less than 3 months later, on June 6, 2003.
20 MARZO

Livide d'improvviso le luci di montagna.
Ferma e dolente la luce delle stelle.
Ammutoliti i richiami degli uccelli.
Alle quattro del mattino
la luna piena chiede silenzio al mondo.

Poggia l'orecchio al suolo e ascolta.
Le prime bombe su Baghdad
vibrano dalla terra nelle viscere.

Dopo ogni scoppio la lunga eco
è un milione di cuori di madri all'unisono
è il loro respiro affannoso
che l'Eufrate porta al mare come un grido.
Dorme Khawla la principessina
sulla corona di plastica preme un cuscino sua madre
si chiede se dovrà premere più forte
quando giungerà l'onda d'urto della bomba.

Dopo gli scoppi il tuono immenso
non è il Mar Rosso che s'innalza
a spezzare le portaerei una ad una,
non è il deserto che si leva
a spazzare i blindati con fiato rovente di sabbia:
è il fragore di milioni di ruote
carri carretti motocicli in fuga
kurdi arabi povera gente stracci
danni collaterali.

Nelle basi sibilano i video.
Sono limitati i computer dei signori della guerra.
Non registrano il respiro il palpito il pianto.
Non avvertono il terrore e l'ira del mondo.
Non sentiranno aprirsi le acque del Mar Rosso.

Dino Frisullo.

inviata da adriana e Riccardo - 6/7/2007 - 14:42


IL DIROTTAMENTO

In memoria di Malli Gullu, rimpatriata dal paese che non vide mai

Quando i venti uomini, attraversato l'enorme capannone ingombro di merci, entrarono nella sala mortuaria e si allinearono in silenzio intorno alla bara, il tempo si fermò per un lunghissimo momento. Con loro, ai quattro angoli d'uno squallido sgabuzzino senza finestre, quattro agenti della Polaria e il direttore dello scalo merci di Fiumicino.

Il sonoro ronzio di un moscone attrasse alcuni sguardi. Veniva dal sole caldo dell'ottobre romano. Dalla vita. Attraversò la stanza e volò subito fuori, come spaventato.

Quaranta occhi tornarono a fissare il telo grezzo bianco malamente appuntato sotto un mazzo di fiori mezzo stecchiti, su una cassa di legno innaturalmente grande per il corpo di una giovane donna.

Nessuno fiatava. Qualche mano si mosse esitante a sfiorare il legno, i chiodi, la tela. Alcuni occhi si chiusero forte sotto le fronti aggrottate per scacciare un pensiero, un'immagine. L'immagine di quel corpo che doveva essere stato bello e fresco un tempo, e il giorno prima non era potuto partire perché troppo gonfio e guasto.

Dopo due giorni nella stiva di quella nave e altri dieci in chissà quale magazzino a Crotone, il comandante aveva rifiutato di caricare la bara. Troppo forte l'odore della morte. Forse avevano dovuto cambiarla con una più grande ed ermetica, che potesse contenere ciò che era diventato il corpo di Malli Gullù.

***

Il moscone rientrò nella stanza con un ronzio leggero e si posò piano sulla bara. Si guardò intorno disorientato, fece un mezzo giro su sé stesso, poi volò ancora dritto verso la porta e si scagliò verso il cielo, tendendo le ali brillanti come un aereo in fase di decollo.

***

L'aereo lacerò la ragnatela delle nuvole e protese le ali brillanti in alto, verso il sole…

***

"Riprénditela, ma falle cambiare vita. E cambia strada pure tu, finché sei in tempo. Lo sappiamo che sei un terrorista, tu e tutti i tuoi parenti laggiù a Sirnak. Ce l'hai portata tu nella sede dell'Hadep, tua moglie, e tu sei responsabile dei suoi guai. La prossima volta non la rivedrai tanto facilmente!"

L'uomo sentì i muscoli del viso e delle braccia tendersi dolorosamente nello sforzo di non rispondere, di non colpire. Si chinò e sollevò quasi di peso il corpo sottile di Malli afflosciato su una sedia. Sentì all'orecchio il suo respiro pesante, quasi un rantolo. I lunghi capelli erano rappresi dallo stesso sangue che macchiava il vestito, il viso era annerito dai lividi.

Lentamente, un gradino dopo l'altro, riuscì a portarla giù per le scale della caserma di Gebze. Ogni movimento le strappava un gemito. Il gendarme di guardia al portone li guardò entrambi con odio prima di premere il pulsante.

Fuori accorsero le donne, la sollevarono delicatamente sulle braccia robuste intrecciate a barella, volarono verso la macchina in attesa. I loro veli bianchi le fluttuavano attorno come un vestito da sposa.

***

"Mi hanno torturata…"

Il medico finse di non sentire, si cacciò le mani nelle tasche del camice e si rivolse bruscamente all'uomo in attesa: "Portala via, ha solo contusioni, guarirà presto".

Guardò gli occhi imperiosi dell'ufficiale in piedi in fondo alla stanza, poi distolse lo sguardo dalla domanda muta dell'uomo.

"Lo so che vorresti una certificazione, ma non ce n'è bisogno. Tua moglie non ha versamenti interni o fratture, i lividi spariscono in fretta. Se dovessimo metterci a scrivere per ogni sciocchezza…"

***

Quando le tavole di lamiera si chiusero con colpi secchi di chiavarde sopra le loro teste, Malli barcollò e sarebbe caduta se non avesse trovato, nel buio, il braccio di suo marito. Gli si strinse e le due bambine si strinsero ad entrambi. L'aria era irrespirabile, rappresa di calore e fetore.

"Come in quella cella…" mormorò. "Manca l'aria e la luce, come là dentro. Ricordi? Mi sento male come allora. Ma qui almeno non verrà nessuno a picchiarmi, e ci siete voi…"

Scandiva le parole con difficoltà, ansimando. Lui le accarezzò con dolcezza i capelli e la fronte, come faceva sempre quando le tornavano quei ricordi.

"Calma, Malli. Siamo come in prigione, è vero, ma ti attendeva una prigione molto peggiore. Invece stiamo andando verso la libertà. Fatti forza, è l'ultima fatica".

Qualcuno nel buio gli toccò il braccio, poi sentì una voce in kurdo con l'accento del sud.

"Hevàl, avete cibo e acqua con voi? Siamo chiusi qua dentro in quattrocento da tre giorni, fermi ad aspettare voialtri dalla Turchia. Abbiamo messo in comune tutto, dovreste farlo anche voi. Abbiamo sete. Ci è rimasta solo una tinozza d'acqua sporca e dei pani ammuffiti che non vi consiglio, hanno fatto apposta a lasciarceli vicino alla latrina. Hai acqua e pane per i miei bambini, hevàl?"

Lui si svincolò lentamente dall'abbraccio di Malli, si chinò a rovistare nel grande zaino militare e ne trasse una bottiglia e due pani rotondi odorosi di sesamo. L'altro quasi glieli strappò di mano mormorando un "grazie, hevàl". Con gli occhi ormai abituati all'oscurità, lo videro farsi largo nel groviglio di corpi fino a un gruppo di donne e bambini addossati alla parete, accasciati sul terriccio misto a letame che copriva il fondo della stiva. I pani e l'acqua finirono in un attimo.

***

Questa volta tutti, anche i poliziotti, si volsero a seguire affascinati il volo del moscone. Poi tornarono a guardare alternativamente la bara e i propri piedi, incerti.

Avevano lasciato il centro d'accoglienza così in fretta da dimenticare sul tavolo il gran mazzo di fiori gialli e rossi un po' appassiti che il giorno prima avevano comprati per poche lire da un fioraio amico e s'erano dovuti riportare indietro. Che fare davanti a una bara, senza neanche un fiore?

L'italiano ripensò alla burocrazia aeroportuale che aveva escluso categoricamente la possibilità di esporre la bara nella chiesetta accanto all'aeroporto, dove avrebbero potuto circondarla di fiori, pensieri e parole con quella serenità che donano le chiese di campagna anche a chi non crede o crede in un altro Iddio.

"Non si può, il feretro ha già i fogli per l'espatrio, dunque è come se fosse già all'estero, e la chiesa è territorio nazionale, non può rientrare in Italia neanche per pochi metri, le norme sono chiare…"

Così dovevano salutarla fra quelle mura scrostate chiuse da una saracinesca, unico arredo un lavandino nella parete di fronte. L'italiano strinse i pugni e inghiottì un fiotto di rabbia impotente.

Il piccolo Mahsun fu il primo a sollevare lo sguardo. Si schiarì la gola e cominciò a parlare in turco in tono sommesso, poi via via più alto. Tutti pendevano dalle sue labbra.

"Questo corpo, compagni, è di una donna del partito Hadep. Ha conosciuto la prigione e la tortura per lo sciopero della fame che le donne intrapresero in tutte le città tre anni fa, quando fu sequestrato in Kenya il nostro presidente. E' fuggita dalla Turchia con il marito e le figlie perché per quello sciopero della fame l'attendeva una condanna a lunghi anni di carcere. E' morta soffocata nella stiva di una nave…"

***

Quelle navi di legno fradicio e di ferro arrugginito… Chi veniva dai villaggi il mare non l'aveva mai conosciuto, e ne aveva paura.

Negli incubi di ciascuno di loro, anche dei bambini, soprattutto dei bambini, ritornava il mare e quelle stive fetide, le armi spianate dei poliziotti che li scortavano nella notte fino al porto e poi quelle degli equipaggi mafiosi, le banconote passano di mano in mano in pacchetti sempre più grossi, le onde sempre più alte nella notte nera, i colpi che sembrano spaccare il fasciame, gli ordini secchi, il pianto dei bambini, il puzzo pungente di orina, l'imbarazzo delle donne per la promiscuità, il rombo dei motori e delle eliche, e poi d'improvviso il silenzio, lunghe attese sballottati in mezzo al mare, e nuovi carichi umani e la nave riparte, i vestiti si fanno ruvidi d'untuosa polvere salmastra, le barbe lunghe e la fame, e le canzoni le storie gli scherzi in dieci lingue per far passare la fame e la paura, ma i racconti tornano sempre alla prigione e alla guerra e qualcuno protesta, basta pensiamo al futuro, siamo quasi in Europa, e l'Europa prende forma di scogli appuntiti e neri nel mare in tempesta, il timone impazzisce e l'equipaggio fugge, la nave fa acqua, torna il terrore della morte, le urla non sovrastano il muggito del mare nella notte nera o nell'alba livida, e poi finalmente una nave, un elicottero, qualcuno in aiuto, e l'incubo finisce ma torna ogni volta che chiudi gli occhi, soprattutto i bambini, che non vogliono più dormire per non rivedere in sogno il mare…

Venti pensieri corsero alle navi che ciascuno aveva conosciuto. Uno dopo l'altro, tutti si sorpresero a tirare un respiro profondo. L'atmosfera s'era fatta d'improvviso ancora più soffocante, come in quelle stive o nei cassoni di quei Tir allineati nel ventre dei traghetti.

***

Il terzo giorno Malli svenne. Quando si riprese fra le braccia del marito, sentì che qualcosa le si era spezzato dentro. Rantolava. Ogni respiro era come una coltellata sempre più profonda.

Intorno a loro tutti dormivano addossati gli uni agli altri. Respiravano forte o russavano, e quel rumore ritmato di quattrocentocinquanta respiri all'unisono s'impastava con il rombo pulsante dei motori.

Malli si portò le mani alle orecchie che fischiavano, si sentì svenire un'altra volta. Si fece forza.

"Forse sto per morire" disse piano all'orecchio dell'uomo, che protestò debolmente. Bisbigliò ancora alcune parole e l'uomo scosse la testa con forza, poi la sua bocca si stirò in un sorriso incerto.

"Se non è che questo… Non morirai, sta' tranquilla, era solo un malore. Comunque, se proprio vuoi… Ma come facciamo, in mezzo a tutta questa gente?"

Alla fine cedette, frugò nello zaino e ne tirò fuori un vestito. Era il più bello, quello rosso e verde rilucente dell'oro delle monete e dei monili, quello delle danze e delle feste più importanti. Le stese intorno una coperta e distolse lo sguardo, ma con la coda dell'occhio la guardò mentre a fatica, gemendo, lei si sfilava il vestito scuro e si fasciava di lucida seta.

Si sentì soffocare dalla tenerezza. La sua compagna (così la chiamava, non moglie, malgrado le proteste dei suoceri) non era mai stata così bella…

Quando gli occhi di Malli divennero vitrei, la sua bocca sorrideva ancora. Lui capì subito e cominciò a urlare. Tutti si svegliarono. Il suo grido divenne l'urlo disumano di quattrocento gole.

Continuò per due giorni e due notti quell'urlo, perdendosi nel vento e nel mare.

"Sono impazziti là sotto… Se gli apriamo ci saltano addosso, non se ne parla nemmeno. Buttategli qualche bottiglia d'acqua, qualche scatola di antibiotico. Che ci siano morti come gridano, non ci credo, hanno la pelle dura quei cani, sentite? ululano proprio come cani…"

***

Quando al largo di Crotone la issarono sopra coperta, il suo corpo snello s'era gonfiato al punto che tutti pensarono che fosse stata incinta. Ma sembrava ugualmente una regina. Sulla seta lucente il vento di maestrale agitava i lunghi capelli neri e faceva tintinnare le monete d'oro.

***

Svegliato di soprassalto dal suo stesso urlo l'uomo si drizzò nel lettino, madido di sudore. Si portò le mani alla gola. Lentamente tornò a respirare. Per fortuna le bambine non s'erano svegliate…

Le guardò dormire abbracciate e si chiese con angoscia se avrebbero mai avuto una vita normale, se avrebbero messo da parte il ricordo dei giorni trascorsi in quella stiva accanto al cadavere della madre.

Tornò a stendersi senza chiudere gli occhi. Quel pomeriggio il corpo di Malli era volato via verso Roma e Istanbul. Ne aveva avuto la certezza dall'interprete, ma non aveva potuto nemmeno rivedere la bara. Voleva accompagnarla fino a Roma nell'ultimo viaggio. La burocrazia l'aveva bloccato là nel campo di Crotone: niente da fare, non aveva ancora il permesso di soggiorno.

Quella sera, per la prima volta in dieci giorni, era riuscito a piangere.

"Vorrei tornare anch'io con lei…"

Dalle roulotte rugginose allineate sulla pista dell'ex aeroporto erano usciti in tanti, gli si erano stretti intorno senza parlare. Il suo dolore era anche il loro.

"Vorrei tornare…" Indicava in direzione del mare, oltre il mare e le montagne di Grecia e d'Anatolia. Tendeva le mani verso un villaggio del Botan, le ombre dolci delle montagne e il verde della valle del Tigri, il profumo del fieno, i canti e le risate nel tramonto, i vecchi accoccolati davanti alle case, le donne alla fontana, l'odore del pane appena cotto…

Lo sentirono tutti all'improvviso, l'odore del fieno e del pane. Fu quando un anziano gli prese le mani e disse con voce forte, a lui e a tutti: "Non piangere più. Tua moglie ha finito di soffrire. E' tornata nel vostro villaggio e ti aspetta. Un giorno prenderai per mano le tue figlie e tornerai laggiù con loro. Con tutti noi. Torneremo un giorno nel nostro paese, ricostruiremo i villaggi distrutti e canteremo nella nostra lingua, e taglieremo il fieno e spezzeremo il pane…"

***

"Possiamo scrivere due parole di saluto sulla stoffa della bara? Nella fretta abbiamo dimenticato anche i fiori…"

Il sottufficiale si strinse nelle spalle e fece segno di sì. Un agente sorrise e trasse di tasca un pennarello nero. Scrissero lentamente sulla tela, in stampatello, due frasi di commiato in turco. In kurdo, lo sapevano, quelle parole sarebbero state cancellate all'arrivo a Istanbul.

"Noi, popolo kurdo in Italia e amici italiani…"

Come in un rito sfilarono davanti alla bara passandosi il pennarello e firmarono. Alcuni con uno sgorbio, per non far riconoscere il proprio nome; altri per esteso, come per sfida.

Si guardarono incerti. Mahsun alzò le braccia. Era finita. Il direttore dello scalo merci annuì: l'aereo attendeva in pista.

I kurdi si posero le mani giunte sul viso in un gesto di raccoglimento, quasi di preghiera, poi le appoggiarono sulla bara. Gli italiani li imitarono. Il funzionario tossicchiò, imbarazzato e impaziente.

Uno dopo l'altro staccarono le mani dalla bara. Uno degli italiani disse in turco, a voce alta: "Un giorno le tue figlie torneranno nel tuo paese libero, te lo giuriamo".

In fila indiana, con un ultimo sguardo alla bara, si avviarono verso l'uscita.

***

Il moscone saettò verso l'alto, libero…

***

I venti uomini si scossero, come folgorati dalla stessa idea. Si volsero all'unisono. Le loro braccia sollevarono la bara con facilità.

Si mossero lentamente, solennemente, verso la pista dove l'aereo per Istanbul scaldava i motori. Gli agenti, sorpresi, li lasciarono passare. Quegli occhi incutevano rispetto.

Il piccolo corteo raggiunse l'aereo in attesa. A un chilometro di distanza i passeggeri si stavano stipando in un bus navetta. Ma per loro era troppo tardi.

Caricarono la bara nella stiva, poi salirono la scaletta. Nessuno mosse un dito per fermarli, neppure quando ordinarono all'equipaggio di chiudere i portelloni e decollare. Non avevano armi e non ce n'era bisogno. Bastarono gli sguardi.

Quando l'aereo atterrò sulla vecchia pista dell'aeroporto di Crotone, l'uomo già sapeva che sarebbero arrivati. Non disse una parola, ma prese per mano le sue bambine e seguì l'anziano.

In cento uscirono dalle roulotte e salirono a bordo. Pochi minuti dopo l'aereo lacerò la ragnatela delle nuvole e protese verso il cielo le ali brillanti.

All'arrivo a Istanbul una grande folla lo attendeva. Travolsero i cordoni di polizia, guidati e trascinati dalle donne di Gebze. Uscirono dall'aeroporto, la bara di Malli Gullù in testa, ed erano già in mille.

Quando attraversarono i quartieri di Istanbul e furono centomila, fu chiaro che neanche i blindati li avrebbero fermati. La notizia volò. Milioni di profughi si misero in cammino dall'Europa e da tutta la Turchia verso oriente.

Verso il Kurdistan, verso il sole, il fieno e il pane.


Dino Frisullo - 27 ottobre 2001

(E' tutto vero, tutto... tranne il finale: vi prego, facciamo che un giorno sia vero anche quello...)

adriana - 6/7/2007 - 16:19


coinvolgente, inquietante, commmovente e indimenticabile.
isa

isa - 6/7/2007 - 11:39


Questo sito deve essere proposto come miglior sito del mondo, in assoluto. Anche per ricordare Dino, che ho avuto la fortuna di conoscere. Grazie, soltanto grazie. Anche a A. Lega che ha scritto questa stupenda canzone.

Francesca - 6/7/2007 - 15:55


Da brividi...
grazie Alessio, grazie Ric

do già fin d'ora la disponibilità al "coretto con le birre Panil"!

(semmy)

Grazie a te Semmy e...bentornato da queste parti! Quanto al coretto con le birre Panil, ci sto pensando seriamente. La formazione di un coro di avvinazzati pronto all'uso per il Larocca, il Parodi, i Delsangre, il Giromini, il Lega e tutti gli altri. Vedo già le copertine degli album con la dicitura "Featuring (o "Co-starring") the Panil Beer Choir" .... :-P

6/7/2007 - 17:40


Film documentario su Alessio Lega. La musica, la poetica, l'impegno politico raccontato attraverso interviste ed esibizioni live. Registrato a Roccascalegna (CH) il 07.08.10. Diretto e montato da Danilo Melideo. Assistente alle riprese Manuela D'Andreamatteo. Con Alessio Lega, Rocco Marchi, Patrizia Chiesa.

Nel video è contenuta la canzone dedicata a Frizullo

adriana - 4/9/2010 - 20:34


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