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Uech oras

Dupain


Lingua: Occitano (Marsigliese / Marseillais)


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[2000]
Testo / Paroles / Lyrics
Poesia di / Poème de / A Poem by Felip Mabili (Felip Mabilly, Philippe Mabilly) [1895]
Musica / Musique / Music: Samuel Karpiénia / Pierre Carles / Samuel De Agostini (Dupain)
Album: L'Usina

Dupain, L'Usina, 2000
Dupain, L'Usina, 2000
L'album di esordio dei Dupain, L'usina (2000) è una nostra vecchia conoscenza (L'usina, Lei presoniers, la stupefacente Feniant). Composto interamente di testi in provenzale marsigliese, di differenti poeti popolari (Joan Lo Rebéca, Jorgi Riboul...), che parlano delle grandi agitazioni operaie della Marsiglia degli ultimi anni del XIX secolo (scioperi a più riprese, specialmente nei cantieri navali, rivolte, sommosse, repressione). Un album capolavoro, mai più uguagliato dai Dupain che si erano allora appena formati; un album per il quale, in tutti questi anni, è stato difficile reperire i testi e interpretarli da un linguaggio non semplice, che nella Marsiglia del XIX secolo era ancora lingua comune delle classi popolari (ed anche il francese in uso attualmente a Marsiglia ne reca pesanti tracce). Un linguaggio non semplice, minoritario, locale e, probabilmente, non perfettamente compreso al giorno d'oggi (come ammesso dallo stesso Samuel Karpiénia, il leader e fondatore dei Dupain, di origine polacca e che da ragazzo non parlava neanche una parola di provenzale marsigliese), e testi che parlano delle condizioni operaie e delle lotte dei lavoratori marsigliesi in una data epoca e in un dato ambiente; ma tutto ciò non ha nulla a che vedere con il particolarismo locale. Al contrario, mette in luce la triste universalità della realtà operaia, del lavoro in fabbrica e in cantiere, dello sfruttamento padronale sia nel tempo che nello spazio. Testi antichi e modernissimi al tempo stesso.

Ogni tanto torna a presentarsi in questo sito, L'usina dei Dupain, magari per un semplice commento; così ci si accorge che, nel frattempo, qualche altro testo è stato immesso nella Rete. Così per questa Uech oras, una poesia scritta e pubblicata nel 1895 dal poeta Felip Mabili (Felip Mabilly, Philippe Mabilly), ex comunardo nella Parigi del 1871, scrittore e poeta. La poesia originale si intitola propriamente Lei cridasissas dau paurum - Uech oras! ("I gridolini del 'poverume', della plebaglia - Otto ore!"): la richiesta e la lotta per le otto ore di lavoro in un'epoca dove, nei cantieri marsigliesi, la giornata di lavoro andava dalle 14 alle 16 ore. Due terzi della poesia di Felip Mabili consistono nell' “accorata difesa” dei poveri padroni, in risposta alle rivendicazioni operaie per una giornata di lavoro umana: ma come osate, voialtri operai, “sfrondare” la vostra giornata? Come osate dire e fare queste sciocchezze? Siamo noi padroni che siamo sgozzati come capre, e andremo sicuramente in rovina a causa vostra, branco di cagnacci scatenati! Noi padroni, che siamo anime così gentili e poetiche...

Insomma, come dire, facciamo un po' le debite differenze epocali, ma questi non sono discorsetti e pratiche che, al giorno d'oggi, non si sentono. Si sentono, e si sentono anche i bravi padroni lamentarsi e, peraltro, trovare un bel po' di corrispondenza d'amorosi sensi in certi sindacati e sindacalisti. Si sentono, e si pratica regolarmente la tattica di mettere i lavoratori uno contro l'altro su base “etnica”, operai contro immigrati, fomento della guerra tra poveri, la classe operaia nella quale fa breccia il razzismo, “ci rubano il lavoro”.... dico questo, perché va detto che anche nelle lotte operaie marsigliesi della fine del XIX il padronato tentò la carta razzista, e principalmente contro i tanti immigrati italiani. Come dire: nulla di nuovo sotto il sole. Ci fu però rapidamente una presa di coscienza; tanto che, quando le midinettes italiane scesero in sciopero (il primo sciopero femminile della storia marsigliese, secondo alcuni), raccolsero immediatamente la solidarietà di tutti. Non se ne parlò però molto, così come oggi si parla poco delle agitazioni nella logistica in Italia. Insomma, le otto ore. Quella conquista che, ottenuta, oggi viene rimessa precisamente in discussione dappertutto, e pure allegramente “bypassata” in certe “realtà produttive”, assieme a tutti gli altri diritti acquisiti. Povero padrone, povero padronato! E, allora, che sia dedicata a tutti questi poveri ricchi dal cuore gentile questa vecchia composizione in un'ostica lingua semi-incomprensibile. Cercheremo di farla capire meglio, nel modo che possiamo. [RV]
N’avèm pas pron de la misèria
Que nos soca, paureis obriers !
Tot lo jorn dins la porcariá
Fau encar qu’un molon d’arlèris
Tròbe que trabalham pas pron,
Dins l’atalhier ò dins l’usina
Onte siam esclaus dei machinas
E fòrja-escuts per lei patrons !
Dian : "Volètz tot de vòstre caire,
Vautrei que vos diatz lei dolents ;
Què metretz, se vos laissan faire,
Tot l’òli dins vostrei calens ;
N’en sobrarà pas una gota...
O banda de galabòntemps !

Que quand fau que vos metetz sota
Cridatz que l’i siatz tròp longtemps...
Volètz rebrondar la jornada,
N’en metre tres oras a l’escart
Sensa que de la setmanada
L’argent siegue roigat d’un quart ;
Volètz totjorn la mema paga.
E trabalhar uech oras au mai.
Aquò n’es una de madraga !
Per la desbulhar seriá’n fais !
Coma ! avètz pas pron de judici,
Chorma de dògols abrasamats !
Per reconeisser l’injustícia,
Dei doas cavas que reclamatz.

Dei doas cavas que reclamatz ?
Gròssa paga, òbra mistolina
Pendon pas sota d’un briquet
Sensa que vague de bolina
E puei fague lo trebuquet... !
Pasmens, volètz qu’argent, benèstre,
Rajan per vautrei a plen canon
Sensa regardar se lei mèstres
Son sagnats coma de menons ;
Tant pis s’en vos pagant lei gatgis,
D’un temps qu’aurètz pas trabalhat.
La desbranda tomba ambé ragi,
Sus sei còmptes mal endralhats !
Tant pis se córron dins lei motas...

Non ! siam d’òmes amb un còr, una ama,
Aimam anar sotar la rama
Deis aubres, dei largei pins vèrds ;
Aimam anar sentir l’aureta.
Qu’a l’embrunit fai l’amoreta
Ambé leis ondons de la mar, li blondisse...”

inviata da Riccardo Venturi - 12/3/2018 - 22:18



Lingua: Italiano

Traduzione italiana (incerta e incompleta) di Riccardo Venturi
10-12 marzo 2018

Nota. La seguente traduzione è incompleta e, in alcuni punti (segnalati in corsivo), incerta. Ci ho lavorato per due giorni e mezzo praticamente cercando ogni singola parola sul Dico d'Òc, il dizionario online de Lo Congrès Permanent de la Lenga Occitana; in dei punti mi sono aiutato anche col catalano, con tutto quel che ne può conseguire. Il marsigliese occitano ha comunque delle caratteristiche “tutte sue”, e su alcune parole ho dovuto veramente armarmi di pazienza certosina. Di traduzioni in rete (in francese, e neppure in occitano comune standardizzato), d'altronde, non ne esistono; ignoro anche se nell'album L'Usina, che non ho, esista un libretto con le traduzioni. Il risultato è naturalmente controverso: da un lato spero di essere riuscito a dare un'idea di quel che si dice, ma dall'altro restano diversi punti oscuri. Naturalmente, faccio appello a chi conosce l'occitano marsigliese, oppure a chi è in possesso di un'eventuale traduzione completa in francese o altre lingue, di intervenire su questa pagina. Magari, fra una decina d'anni spunterà fuori. [RV]
OTTO ORE

Non ne abbiamo abbastanza della miseria
Che ci succhia, poveri operai !
Tutto il giorno nella schifezza,
E ci manca ancora che un mucchio di buoni a nulla [1]
Pensi che non lavoriamo abbastanza,
Nell'officina o nella fabbrica
Dove siamo schiavi delle macchine
E forgiatori di scudi per i padroni!
Dicono: “Volete tutti il vostro angoletto,
Voialtri che vi dite i sofferenti ;
Ché metterete, se vi lasciano fare
Tutto l'olio nei vostri lampioni ;
Non ne rimarrà nemmeno una goccia...
Banda di buontemponi !

Ché quando bisogna che vi mettiate sotto
Urlate che lo siete da troppo a lungo...
Volete sfrondare la giornata,
Mettere da parte tre ore
Senza che dal salario settimanale
Il denaro sia diminuito [2] d'un quarto ;
Volete sempre la stessa paga,
E lavorare otto ore al massimo.
Certo che è proprio un bel problema! [3]
Sbrogliarlo sarebbe difficile ! [4]
Come! Non avete abbastanza giudizio,
Branco di cagnacci scatenati ! [5]
Per riconoscere l'ingiustizia
Di quelle due sciocchezze che reclamate. [6]

Di quelle due sciocchezze che reclamate?
Grossa paga e lavorare poco [7]
Non prendono [ … ] [8]
Senza che vada alla malora [9]
E poi faccia il trabocchetto...!
Nondimeno, volete che denaro e benessere
Sgorghino per voi a pieno flusso
Senza guardare se i padroni
Sono sgozzati come caproni ; [10]
Tanto peggio se vi pagano i salari
Per il tempo che non avrete lavorato.
La rovina cade con rabbia
Sui loro conti che vanno male !
Tanto peggio se corrono nel fango... [11]

No! Siamo uomini con un cuore, un'anima,
Amiamo andare a stare sotto il fogliame
Degli alberi, dei grandi pini verdi ;
Amiamo andare a sentire il venticello
Che all'imbrunire fa dolcemente l'amore
Con le ondate del mare, le blandisce...."
[1] Pare che arléri, propriamente “arlesiano, di Arles” valga (o sia valso) anche come “vagabondo, buono a nulla” a Marsiglia (a Arles, in cambio, chiamavano coucouréu i marsigliesi). Se ne trovano esempi in Mistral, persino, e nel suo Trésor dou Félibrige. Così sicuramente nel vicino nizzardo; ma sembra che a Marsiglia possa (o sia potuto) essere inteso anche come “stupido, idiota”. Come mai gli arlesiani si siano meritati questa brutta fama, resta ignoto. Da notare che gli arléris sono generalmente intesi adesso come una specie di candeletta profumata che si fa bruciare per spargere buon odore in un locale.

[2] Alla lettera, “rosicato”.

[3] Traduzione “ad sensum” e incerta. Madraga (come il francese madrague) significa alla lettera “tonnara”, e si tratta probabilmente qui di un modo di dire, di un idiomatismo che ignoro e che ha resistito ad ogni ricerca. Il verso che segue autorizza a pensare che abbia a che fare con una “difficoltà”, come ritrovarsi tonno in una tonnara o qualcosa del genere. Come dire: “è come essere un tonno in trappola...venirne fuori sarebbe difficile”.

[4] Alla lettera, “sarebbe un fardello”.

[5] Intendendo però abrasamar come variante locale di abramar (affine all'italiano “bramare” con una comune protesi vocalica), si potrebbe intendere anche “avidi, affamati”.

[6] Anche qui “ad sensum”; cava, come il francese cave, significa “cantina, sotterraneo” e nelle opere consultate non c'è traccia che possa voler dire “sciocchezza” o roba del genere. E' possibile anche qui che si tratti di un idiomatismo.

[7] Alla lettera, mistoli significa “gracile, magro, mingherlino”.

[8] Qui il verso ha resistito ad ogni tentativo di traduzione anche “ad sensum”; briquet, in occitano come in francese, significa “acciarino” e, più modernamente, “accendisigaro, accendino”. Né vale a nulla il lontano francese del nord briquet, che era lo spuntino del minatore, la fetta di pane imburrata che i minatori si portavano in galleria (termine popolarizzato dal Germinale di Zola). Inoltre, ho assunto che pendon significhi “prendono”: la pronuncia pendre per prendre, per dissimilazione, è quella standard in catalano, ma ignoro se lo sia anche nel dominio occitano.

[9] Alla lettera “andare di bolina”, cioè controvento. Nel dominio occitano significa comunemente (anche nella variante de borina) “andare male, andare alla malora”. Da qui l'ipotesi, che però non ha trovato nessuna conferma, che briquet (nota 8) sia pure un termine marinaresco.

[10] Alla lettera, menon significa “caprone castrato”.

[11] Senso non inteso bene, altro probabile idiomatismo. Mota, come il francese motte, significa “zolla di terra” propriamente.

12/3/2018 - 22:44


Niente male "dupain" :)
Grazie Ri.

k - 13/3/2018 - 00:00


Grande lavoro del discendente di immigrati polacchi!
Grazie a te krzysiek...e a presto.

Riccardo Venturi - 13/3/2018 - 10:53



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