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Georg Trakl: Kaspar Hauser Lied

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Lingua: Tedesco


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[1912]
Versi di Georg Trakl, pubblicati nel 1913 sulla rivista “Der Brenner” diretta dall’amico Ludwig von Ficker.
Non so se qualche compositore abbia mai messo in musica questa poesia, tuttavia la propongo perché si tratta di un “lied”, una canzone.

Era il 26 maggio del 1828 quando sulla piazza di Norimberga comparve uno strano giovane mai visto prima. Sembrava in stato confusionale, non riusciva quasi a stare in piedi e ad esprimersi, se non a dire quello che forse era il suo nome, Kaspar Hauser; pareva infastidito dai suoni e dalla luce e da tutto il movimento che aveva intorno, proprio come se fino a quel momento fosse vissuto in una grotta buia, o nel profondo di una prigione...

Kaspar Hauser, in una raffigurazione dell’epoca.
Kaspar Hauser, in una raffigurazione dell’epoca.


Sottratto alla curiosità morbosa della gente, che causava allo “smemorato” un forte disagio, Kaspar Hauser fu affidato alle cure di uno stimato insegnante, il professor Daumer, che in breve riuscì a recuperarlo al mondo, grazie alla pacatezza dell’istitutore ma soprattutto al buon carattere, all’intelligenza e alla sensibilità del misterioso ospite, dall’anima profondamente gentile ed innocente.
Kaspar Hauser raccontò di aver vissuto molto tempo in una cella buia, incatenato a terra, custodito da un carceriere che lo nutriva a pane e acqua, lo teneva sommariamente pulito e lo picchiava ogni volta che faceva rumore.
Alla fine del 1829 Kaspar Hauser subì una violenta aggressione da uno sconosciuto, riportandone un grave danno emotivo ed alimentando il sospetto che il giovane misterioso fosse vittima di un qualche complotto.
Poi Kaspar Hauser fu sottratto al professor Daumer e fu ospite di diversi altolocati fino ad essere affidato ad un lord inglese che però se tornò in Gran Bretagna lasciandolo nella sua residenza di Ansbach, in Baviera, abbandonandolo nelle mani di un gretto precettore.
Il 14 dicembre 1833 Kaspar Hauser tornò a casa gravemente ferito: riuscì a raccontare che un uomo con la barba lo aveva pugnalato mentre era ai giardini. Sul posto venne ritrovato un foglietto con un misterioso messaggio, scritto specularmente, in cui si diceva che Kaspar Hauser avrebbe potuto confermare identità e provenienza di qualcuno dalle iniziali “M. L. Ö.”.
Kaspar Hauser morì tre giorni dopo in seguito alle ferite riportate.

La tomba di Kaspar Hauser (“Qui riposa Kaspar Hauser, enigma del suo tempo. Ignota la [sua] origine, misteriosa la [sua] morte – 1833”)
La tomba di Kaspar Hauser (“Qui riposa Kaspar Hauser, enigma del suo tempo. Ignota la [sua] origine, misteriosa la [sua] morte – 1833”)


Chi era Kaspar Hauser?

Un impostore patologico dalla personalità paranoica?
Il figlio del Gran Duca del Baden, fatto sparire per favorire una diversa successione dinastica? Una vittima di giochi di potere?
Una sorta di messia, come ritennero più tardi, durante il Romanticismo tedesco, i seguaci del Cristianesimo esoterico? Un messaggero di Dio che avrebbe avuto la missione – fallita, grazie all’opera di un’oscura congrega maligna - di salvare l’Europa dalla decadenza morale e addirittura di impedire i conflitti e le guerre future? L’innocenza del Bene contro la perversione del Male?
Uno sfortunato, un diverso, un innocente che non poteva in nessun modo sopravvivere alla brutalità del mondo?

Capisco che questa canzone e la storia che racconta non siano facilmente collocabili nelle CCG, ma li vedrei bene nel percorso “Dalle galere del mondo”, così come in quello sulla violenza sui bambini e pure nell’altro, non precisamente formalizzato e trasversale, sull’intolleranza, sull’incomprensione dell’altro, sulla guerra alla diversità.



Non è un caso se ad interpretare il personaggio di Kaspar Hauser, il “ragazzo selvaggio”, l’innocente vittima del mondo, il regista Werner Herzog chiamò lo straordinario Bruno S. (Bruno Schleinstein, 1932-2010), manovale e musicista di strada, figlio di una prostituta, orfano crescito tra riformatori e carceri…



E non è forse nemmeno un caso se Kaspar Hauser fu uno degli pseudonimi adottati dal grande poeta e scrittore tedesco Kurt Tucholsky, intellettuale acutissimo, amante del bello, che sfuggì al nazismo ma preferì comunque darsi la morte per sfuggire anche alla visione di un orrore diventata per lui insopportabile…



E, infine, non è senz’altro un caso se il grande cantautore tedesco Reinhard Mey ha raccontato Kaspar Hauser - l’estraneo per eccellenza, mente libera e rivoluzionaria lontana da dogmi ed ipocrisie, e per questo soppresso – in una sua bella canzone contenuta nel sul album del 1968 intitolato “Ankomme Freitag den 13.” (che andrò a contribuire quanto prima).
Fuer Bessie Loos (*)


Er wahrlich liebte die Sonne, die purpurn den Huegel hinabstieg,
Die Wege des Walds, den singenden Schwarzvogel
Und die Freude des Gruens.

Ernsthaft war sein Wohnen im Schatten des Baums
Und rein sein Antlitz.
Gott sprach eine sanfte Flamme (Verlaine) zu seinem Herzen:
O Mensch!

Stille fand sein Schritt die Stadt am Abend;
Die dunkle Klage seines Munds:
Ich will ein Reiter werden.

Ihm aber folgte Busch und Tier,
Haus und Daemmergarten weisser Menschen
Und sein Moerder suchte nach ihm.

Fruehling und Sommer und schoen der Herbst
Des Gerechten, sein leiser Schritt
An den dunklen Zimmern Traeumender hin.
Nachts blieb er mit seinem Stern allein;

Sah, dass Schnee fiel in kahles Gezweig
Und im daemmernden Hausflur den Schatten des Moerders.

Silbern sank des Ungebornen Haupt hin.

inviata da Bernart Bartleby - 10/2/2015 - 16:53


(*) Nota

La dedica è a Bessie Loos, danzatrice inglese e moglie dell’architetto e critico d’arte austriaco Adolf Loos. Amico della coppia, Georg Trakl li aveva accompagnati in un viaggio a Venezia nel 1913.

Bernart Bartleby - 10/2/2015 - 16:54



Lingua: Italiano

Traduzione italiana di Vera degli Alberti e Eduard Innerkofler, da “Georg Trakl. Le poesie”, Garzanti, Milano, 1983.
LA CANZONE DI KASPAR HAUSER

Per Bessie Loos


Egli veramente amava il sole, che purpureo il colle scendeva.
Le vie del bosco, il canoro uccello nero
e la gioia del verde.

Serio era il suo sostare all’ombra dell’albero
e puro il suo volto.
Dio parlava con soave fiamma al suo cuore:
oh, uomo!

Silenzioso il suo passo trovò la città di sera;
l’oscuro lamento della sua bocca:
voglio diventare un cavaliere.

Ma lui seguivano cespuglio e animale,
casa e giardino crepuscolare di uomini bianchi
e il suo assassino lo cercava.

Primavera ed estate e bello l’autunno
del giusto, il suo passo lieve
lungo le stanze oscure di sognanti.
Di notte egli rimaneva solo con la sua stella;

vide la neve cadere fra i rami nudi
e sulla soglia crepuscolare l’ombra dell’assassino.

Argenteo cadde il capo del non nato.

inviata da Bernart Bartleby - 10/2/2015 - 16:57



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