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Maremma amara

anonimo


Lingua: Italiano (Toscano)

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[Inizio del XIX secolo]
Canzone popolare della Toscana meridionale
[Early 19th century]
A folkson from Southern Tuscany


maremmapia


Maremma amara, Maremma maiala
di Riccardo Venturi

Il termine Maremma, per secoli e secoli, è stato un nome comune, col suo plurale: si poteva parlare, e si parlava, di maremme per indicare qualsiasi terreno costiero paludoso, compreso il suo tratto d'entroterra. Derivando dal latino maritima, il cui significato dovrebbe essere chiaro, se ne capisce il perché; tuttora qualche anziano, o qualcuno che ha il gusto della lingua italiana d'un tempo, si lascia sfuggire una maremma laddove, oggi, si preferisce un più scientifico ecosistema palustre o altri termini di quest'epoca così attenta all'ecologia.

Col tempo, quasi inutile dirlo, si è stabilita una Maremma per antonomasia: la zona paludosa costiera tra la Toscana meridionale e il Lazio settentrionale, per intendersi. E, più in particolare, quella toscana, corrispondente alla parte sud della provincia di Livorno e alla provincia di Grosseto, il capoluogo maremmano. Forse sarebbe il caso, qui, di parlare della sua complessa storia, delle sue figure mitiche tra butteri e briganti, delle sue tradizioni, delle sue dolenti e spesso tragiche fiabe, del suo lavoro. Questo sito, come è noto, ha periodicamente delle proficue “dimenticanze”, che si trasformano quasi sempre in pagine di un certo rispetto; e così, ovviando con il tradizionale ritardo a questa lacuna, eccoci finalmente a Maremma amara.

Si dà quasi per scontato che sia la canzone popolare toscana più famosa d'Italia; ma che dico d'Italia, del mondo. A cantarla si è scomodata persino la regina del fado portoghese, Amália Rodrigues, che vi ritrovò senz'altro caratteristiche comuni con certe canzoni popolari del suo paese e che la arrangiò in un modo che sembra quasi una canzone portoghese cantata in italiano:



Il fatto è che Maremma amara (o Maremma, Maremma, come sovente vien chiamata) non è affatto una canzone antichissima. Risale, pare, ai primi anni del diciannovesimo secolo, quando, dopo la prima bonifica medicea settecentesca, si cominciò a parlare di bonifica a vasto raggio e a progettarla sotto il Granducato lorenese. Le terre maremmane, con la loro particolare conformazione, erano fertilissime; ma erano paludi, malsane e pericolosissime. Il regno della zanzara anofele e della malaria; e non è un caso che il termine malaria, ovvero “mala aria, aria cattiva”, dall'Italia (e in particolare dalla Maremma) si sia diffuso in tutto il mondo. Si dice “malaria” in inglese, in francese, in tedesco, in giapponese, in nepalese, in tutte le lingue del globo; ci sarà un motivo. L'azione del Plasmodium falciparum, veicolato dalla zanzara anofele (“anofele” significa “inutile”, ἀνωφελής), è anch'essa un simbolo storico della Maremma e di tutte le maremme italiane.

Anopheles (Meigen 1818)
Anopheles (Meigen 1818)


Lo sfruttamento agricolo della Maremma toscana è pure, e per ovvi motivi, abbastanza recente: risale a non prima del XVII secolo. Fu allora che la Maremma, terra assolutamente selvaggia, incolta e desolata d'esseri umani, nacque, al tempo stesso, alla vita e alla morte. Divenendo terra d'immigrazione dei disgraziati rurali di tutta Italia, che i Medici vollero attirarvi sia come fissi che come stagionali con il miraggio della terra liberamente concessa (e che andò, naturalmente, a formare dei vastissimi latifondi in mano di pochi che se ne stavano belli in alto, al riparo dai miasmi). Nacque la Maremma, e nacque il maremmano, ancora oggi noto per il suo carattere particolarissimo; persino il cane della zona, il pastore maremmano, ha un caratterino che ve lo raccomando, uno dei più cazzosi di tutta la razza canina nonostante il suo simpatico aspetto da batuffolone bianco.

Sono miti, figure e storie che sembrano quasi nate antiche, verrebbe da dire. La storia pressoché eterna del disperato della terra che va a cercarne un'altra dove vivere e lavorare, e che si accorge ben presto dove sia andato a capitare. Nella terra della morte certa, della consunzione per una malattia inesorabile e per la quale, a lungo, non esistettero cure. Si dava la colpa all'aria malsana, la “mala aria” appunto, mentre era di un bacillo inoculato da una zanzara. Per questo i lavoratori maremmani furono quasi tutti stagionali, raccomandandosi l'anima a Dio. La “facies” dello stagionale in Maremma era uguale per tutti: da fantasma che camminava. Fu all'estremo di questa storia, quando nessuno più o quasi voleva andarci a lavorare e la Maremma rischiava di tornare spopolata come un tempo, che nacque questa canzone, brevissima.

Due sole strofe che dicono duecentocinquant'anni di duro lavoro e di morte. E', in primo luogo, una desolata canzone d'amore cantata da una moglie, da una fidanzata, da un'amante del lavoratore andato a morire di malaria in una terra che pare spennare anche gli uccelli in volo. È una canzone di maledizione, perché chi andava a lavorare in Maremma sapeva di non tornare; pochi sopravvivevano, formandosi un carattere duro e forte che è ancora oggi caratteristica delle genti maremmane. E' una canzone che parla dell'alternativa tra il morire di fame e il morire di malaria, per farla breve. Iniziò poi la bonifica, che oggi farebbe inorridire le coscienze ambientalistiche tutte tese al giusto mantenimento delle condizioni naturali (che, in Maremma, sono peraltro uniche e sempre più minacciate da scempi vari, come recentemente l' “Autostrada tirrenica”); allora era semplicemente impossibile parlarne. Si doveva eradicare l'anofele e la malaria, e per eradicarle le paludi maremmane furono prosciugate, eliminate. Si poté lavorare in Maremma sempre sotto i soliti padroni e i soliti latifondisti, fino a tempi abbastanza recenti, ma perlomeno senza la certezza di andare a morte. Si formarono paesi e la città di Grosseto. La terribile storia dei tempi passati divenne “folklore”; e Maremma amara un doloroso canto del passato, ben presto dimenticato anche se non da tutti.

catemar


Arrivò in Maremma, nei primi anni '60 del secolo passato, una bellissima e strana ragazza dagli occhi grandi e dai capelli corvini. Era toscana, e fiorentina, fin nel midollo delle ossa; ma era figlia di un pittore spagnolo e di una scrittrice svizzera. Con la sua voce roca, la sua chitarra, le sue sigarette e la sua passione di andare a salvare dall'oblio i canti del popolo e le sue storie. Se non avete capito chi era, dirò allora che si chiamava Caterina Bueno. È a lei che si deve la “riscoperta” di Maremma amara: su da chi l'ebbe ad ascoltare la prima volta sono fiorite le leggende, dalla vecchia di Civitella Paganico al buttero in un'osteria di Grosseto, dal contadino di Arcidosso fino al minatore di Ribolla. Non risulta che abbia mai detto precisamente da chi, tenendo presente che qualche memoria del canto s'era salvata qua e là in opere letterarie (come le famose Veglie di Neri del pisano Renato Fucini). Ci sono canti maremmani che Caterina Bueno raccolse in posti lontani, dalla provincia di Arezzo fino alla bassa mantovana; non bisogna dimenticare che gli stagionali in Maremma, i famosi “Lombardi”, provenivano quasi tutti dalla Pianura Padana; la Toscana rurale tutta, da quella interna a quella costiera, è stata piena di “Lombardi”; e così, ad esempio, mi è stato dato in sorte d'avere avuto uno zio acquisito, all'Isola d'Elba, che era nativo di Robbio Lomellina in provincia di Pavia. Sono gli stessi lavoratori del Trenino della Leggera. Il Treno della Leggera, però, portava lavoratori in Maremma quando già, perlomeno, la zanzara anofele e la malaria erano un orribile ricordo; ai tempi della Maremma medicea, non c'erano treni; e a morir lavorando, ci si andava a piedi.

Da quei primi anni '60 del XX secolo, la canzone ha cominciato prima il giro della Toscana, poi d'Italia e poi del mondo. La sua musica, quella sì, è probabilmente antichissima. Una melodia che obbedisce a canoni musicali forse quattrocenteschi; più o meno nella stessa epoca, era stata utilizzata anche dal cantastorie abetonese Anton Francesco Menchi per il suo celeberrimo Canto dei Coscritti, quello che è più noto come Partirò, partirò; anch'esso raccolto per la prima volta, guarda caso, da Caterina Bueno. E dire che nessuna città toscana, Firenze in primis, ha voluto dedicare a Caterina non dico una piazza o una strada, ma un vicolo, uno slargo, un cortile, un giardinetto. Ma, forse, il vero monumento a Caterina Bueno restano le canzoni popolari che ha scovato e che tutti ora sanno senza conoscere a chi le debbano. Comunque sia, dire -come abbiamo a suo tempo fatto- che il motivo di “Partirò, partirò” è “ripreso da quello di Maremma amara”, è probabilmente un errore cui si rimedia oggi. Era una antica melodia che girava e si tramandava, dalle fiere appenniniche del Menchi fino alla Maremma e chissà a dov'altro. Non è probatoria neppure la struttura testuale: è chiaro che una data melodia autorizza soltanto strutture testuali e ritmiche di un certo tipo, vale a dire il più classico endecasillabo (anche il secondo verso, che pure è formato da 14 sillabe, è in realtà un endecasillabo nella pronuncia toscana: mam/mem/mi/pa/ru/na/ma/rem/ma/ma/ra).

Ed è così che, ora, Maremma amara fa parte dei repertori di Nada (l'unica maremmana, in quanto la Maremma comincia a sud di Livorno), di Ginevra Di Marco, di Riccardo Marasco, persino di Gianna Nannini e dei Gufi, che in un certo senso la riportarono alla provenienza padana di tanti di quei disgraziati morti di paludismo a lavorar la terra. A dire il vero, persino questo sito a volte smemorato la aveva in realtà già presente in alcune sue pagine, nominata e addirittura trascritta: non solo in quella di Partirò, partirò, ma ad esempio anche in quella dedicata integralmente alla bellissima rivisitazione dei Del Sangre, Maremma, quelli del fiorentino Luca Mirti che tifa per la Lazio e del pratese “Schuster” Lastrucci.



Un'introduzione a Maremma amara, probabilmente, avrebbe avuto bisogno di un libriccino intero; tante e tante sarebbero ancora le cose da dire su queste due strofe che, pensandoci bene, sono universali. Le tradizioni popolari di mezzo mondo hanno una loro "terra maledetta" di elezione, quella dove i poveri vanno a lavorare rischiando la vita per una zanzara, per un vulcano, per il clima. Forse, per concludere, si potrebbe dire però che la Maremma è l'unica al mondo a essere diventata una bestemmia, perché quando un toscano dice Maremma maiala la "Maremma" nasconde sì eufemisticamente il nome della Madonna, ma con reminiscenze precise a quel che era la Maremma per davvero. Non si dice, che so io, "marmotta maiala"; e forse non è nemmeno un caso che le parole "Maremma" e "malaria" abbiano una qualche assonanza. Se lo deve portare sul groppone, la Maremma, questo fardello, assieme alla sua storia tremenda e unica, e assieme agli spiriti esangui dei suoi dannati della terra. [RV]
Tutti mi dicon Maremma, Maremma...
Ma a me mi pare una Maremma amara.
L'uccello che ci va perde la penna
Io c'ho perduto una persona cara.

Sia maledetta Maremma, Maremma
sia maledetta Maremma e chi l'ama.
Sempre mi trema 'l cor quando ci vai
Perché ho paura che non torni mai.

inviata da Riccardo Venturi - 9/2/2015 - 12:19




Lingua: Inglese

Traduzione inglese di Riccardo Venturi
English translation by Riccardo Venturi



Translator's Note. As the other translations of this folksong, the following translation is desumed from that of Maremma by Del Sangre, where the lyrics of Maremma amara are integrally sung to a different tune. This translation has been made on October 3, 2007; it is a rhytmic and singable version.
MAREMMA, BITTER LAND

Ev’rybody tells me Maremma, Maremma, Maremma
yet methinks it be so bitter to forbear
the birds upon flying there lose their feathers,
and I lost there someone I had so dear.

Curse be upon Maremma, Maremma, Maremma,
be cursed Maremma and them who have it dear
when you go there I feel trouble in my heart
for fear that you go and never come back.

9/2/2015 - 15:05




Lingua: Francese

Traduzione francese di Riccardo Venturi e Marco Valdo M.I.
Traduction française de Riccardo Venturi et Marco Valdo M.I.


Interprétee par Nada, Fosdinovo, "Fino al Cuore della Rivolta", 5 août 2012.


Note des Traducteurs. Comme les autres traductions de cette chanson populaire, la traduction que voici a été reprise de la page sur Maremma de del Sangre, où le texte paraît intégralement. Il s'agit d'une version chantable.
MAREMME AMÈRE

Tous me disent Maremme, Maremme, Maremme
mais à moi elle me semble une Maremme amère
l'oiseau qui y va, perd ses plumes,
moi j'y ai perdu une personne chère.

Sois-tu maudite, Maremme, Maremme,
Sois-tu maudite, e tous ceux qui t'aiment,
Mon cœur pleure toujours quand tu y vas
De peur que tu ne reviennes jamais.

9/2/2015 - 15:15




Lingua: Svedese

Svensk version av Riccardo Venturi
Versione svedese di Riccardo Venturi
13.5.2015

maremmabittra
MAREMMA BITTRA

Alla säga mig Maremma, Maremma
dock tycker jag det är Maremma bittra,
fågeln som flyger dit tappar vingarna,
där förlorade jag dock min käreste.

Förbannade vare Maremma, Maremma
och förbannade de, som Maremma älska.
Når du går dit har jag sår i mitt hjärta
för jag är rädd, att du aldrig kommer hem.

13/5/2015 - 03:25




Lingua: Esperanto

Traduzione in esperanto di Nicola Ruggiero
"Fatta al volo su Skype il 4 ottobre 2007"

MAREMO AMARA

Ĉiuj al mi diras Maremo, Maremo, Maremo
al mi ĝi ŝajnas Maremo amara
la birdo kiu tien iras tie perdas la plumon
mi tie perdis personon karan.

Estu malbenita Maremo, Maremo, Maremo
estu malbenita Maremo, Maremo kaj kiu ĝin amas
ĉiam al mi tremas la koro kiam vi iras tien
ĉar mi timas, ke vi neniam revenos.

9/2/2015 - 15:23


Più in là verso le origini di "Maremma amara"
di Riccardo Venturi

Si tratta di una pagina, chiaramente soggetta ad ampliamenti. Così, ad esempio, è bene ampliare un po' il contesto di questa canzone. Caterina Bueno lo inserì genericamente in una sua raccolta di "rispetti" provenienti dalla Maremma o di argomento maremmano (alcuni li aveva raccolti nel contado fiorentino); in particolare, Maremma amara occupava nella raccolta (un vero e proprio "risotto") il n° 4. Ma che cos'è esattamente un "rispetto"?

Il rispetto, in senso proprio, è una particolare forma metrica popolare, simile allo strambotto; in particolare, il rispetto è considerato la forma tipicamente toscana dello strambotto (che è di origine siciliana: strambotto significa "strano motto"). Rispetto e strambotto condividono l'aspetto di due strofe di endecasillabi in rima baciata ABAB; Maremma amara, però, "devia" un po' dallo schema, sia per la difficoltà di una rima con "Maremma" (nella prima strofa, la rima baciata è in realtà un'assonanza con "penna"), sia per lo schema della seconda strofa, i cui primi due versi sono in rima diretta assonanzata AA (maremma-ama) e gli ultimi due in rima diretta perfetta BB (vai-mai). Ciononostante, lo schema endecasillabico ne fa comunque un rispetto.

Il rispetto era, in origine, un componimento amoroso; e, in fondo, anche Maremma amara è una canzone d'amore. Il maremmano Giosuè Carducci spiegò bene l'origine del nome: fu chiamato così "a cagione della riverenza o venerazione che i cantori dimostravano verso l'oggetto dell'amor loro". Esisteva però una variante del rispetto che esprimeva ira e disprezzo; in tal caso, prendeva il nome di dispetto.

I rispetti raccolti da Caterina Bueno sono in numero di cinque; chi vuole può andarseli a vedere su Wikitesti, compresa "Maremma amara" al n° 4.

Bisognerà prima di tutto dire qualcosa sul n° 5 (Giovanuttin che vesti de turchino), che consta di due sestine ed è l'unico in un dialetto autenticamente toscano meridionale e, probabilmente, il più antico. Riporta, nel suo testo, l'antichissimo termine guaìte (che significa "fare la guardia, guardare"), dal longobardo wahtan che diede anche l'antico verbo guatare e che è all'origine anche di sguattero (wahtari, in origine "custode"), il quale si ritrova in uno dei più antichi testi in volgare italiano, le Testimonianze di Travale dell'anno 1158 (guaita, guaita male; non mangiai ma mezo pane, prima testimonianza in assoluto anche del francesismo "mangiare" al posto del termine autenticamente italiano, manicare, come il rumeno a mânca); e Travale è in Maremma.

Quanto a "Maremma amara", si diceva nell'introduzione delle sue testimonianze letterarie; quella, in primis, di Renato Fucini nelle Veglie di Neri ("Neri" era lui stesso, dal suo pseudonimo anagrammato di Neri Tanfucio), la raccolta di racconti popolari toscani pubblicata nel 1882. In particolare, il riferimento a "Maremma amara" si trova nel racconto Tornan di Maremma.

Renato Fucini (il primo in alto) con la sua famiglia nel 1907, in Maremma.
Renato Fucini (il primo in alto) con la sua famiglia nel 1907, in Maremma.


Renato Fucini passa per pisano, e senz'altro lo è come riconosciuto cantore della pisanità; ma era in realtà nativo di Monterotondo Marittimo, in piena Maremma e in provincia di Grosseto, dov'era venuto al mondo l'8 aprile 1843 e dove suo padre, David Fucini, era un medico della Commissione Granducale governativa delle febbri malariche. Si può quindi capire bene come mai il Neri abbia nominato "Maremma amara" stabilendone l'origine maremmana.

Ancor prima di Renato Fucini, però dei versi della canzone erano stati nominati dall'abate pistoiese Giuseppe Tigri, nato nel 1802 e morto casualmente proprio nel 1882, l'anno della pubblicazione delle Veglie di Neri del Fucini. Nell'introduzione alla sua opera Le disgrazie della Mea, un saggio sulla poesia popolare toscana (e leggervi l'espressione "Della Mea" fa venire certe suggestioni...), pubblicata nel 1856 a Firenze ("Canti popolari toscani, Rispetti. — Lettere. — Stornelli — Poemetto Rusticale, raccolti e annotati da Giuseppe Tigri, volume unico, Barbera, Bianchi e Comp., Tipografi-Editori. Via Faenza. 4765. Firenze, 1856."), Giuseppe Tigri parla diffusamente sia di "Maremma amara" sia del Canto dei coscritti di Anton Francesco Menchi (cosa che troverà ovviamente accoglienza nella relativa pagina).

tigri


Caterina Bueno non girava a caso. Andando a raccogliere dopo cento o centocinquant'anni i superstiti canti popolari toscani, aveva ben presente tutte le loro testimonianze letterarie e saggistiche del passato. Non bisogna pensare affatto a Caterina come una "song-catcher" dilettantesca e appassionata: anche in giovanissima età era una studiosa e un'etnologa musicale di prim'ordine, un "cervellaccio" come mi è sempre piaciuto chiamarla con un'espressione che lei avrebbe capito alla perfezione anche se ai non toscani potrebbe sembrare greve e offensiva.

La testimonianza dell'abate Tigri, tra le altre cose, ci consegna una versione di Maremma amara non generalmente nota, e che ne rappresenta una variante quasi coeva, visto che l'opera è del 1856 e che la canzone doveva avere all'epoca non più di cinquant'anni. Ci consegna anche un inaspettato "happy end", da cantarsi forse sulla stessa aria (anch'esso, ovviamente, un "rispetto" adattabile perfettamente alla melodia):

[...] E se egli è in Maremma, e alla buona fanciulla baleni il sospetto di quell’aria sul tempo del ritorno spesse volte fatale, pensierosa, questa canzone va ripetendo :

« Tutti mi dicon, Maremma Maremma;
Ed a me pare una Maremma amara!

. . . . . . . . . . . . . . . . . . . .

Tutto mi trema il cor quando ci vai,
Per lo timor se ci vedrem più mai »


E dice che senza di lui la valle le par rabbuiata, e non ci vede più levare il sole. Al suo ritorno però di nuova luce le sembra risplendere ; sicché tutta giuliva si ode cantare:

« L’è rivenuto il fior di primavera,
L’è ritornata la verdura al prato,
L’è ritornato chi prima non c’era,
È ritornato lo mio innamorato. »


I "rispetti" raccolti da Caterina Bueno sono in buona parte di argomento simile. In particolare il primo, Colombo che sul poggio sei volato potrebbe essere definito una seconda "Maremma amara", anche per la sua melodia autenticamente cupa, funerea. Ma ad esso è dedicata una pagina apposita. Il secondo, E se sapessi che 'l mio amor sentisse è anch'esso parecchio simile; nel terzo, O sol che te ne vai, che te ne vai, i riferimenti sono più vaghi perché la menzione dell'Arno fa capire la sua provenienza non maremmana; vi si parla anche di grano e di uva, e persino di un inatteso oppio: forse la prima canzone popolare italiana che ha nominato gli oppiacei.

Riccardo Venturi - 10/2/2015 - 00:20




Lingua: Italiano

La versione raccolta da Riccardo Marasco.
Con una lunga introduzione di RV

Riccardo Marasco.
Riccardo Marasco.


Riccardo Marasco è noto popolarmente, almeno a Firenze, per alcune sue composizioni decisamente sboccate; lo è meno, e assai ingiustamente, per la sua attività di folklorista, etnomusicologo e raccoglitore che, in Toscana, è degna di stare al pari di quella di una Caterina Bueno, di una Daisy Lumini o di una Lisetta Luchini. Nel 1977 Riccardo Marasco pubblicò, presso la casa editrice Birba di Firenze, quella che è un po' la “summa” del suo lavoro di folklorista: il volume Chi cerca trova, al quale era abbinata una corposa stereocassetta. Il qui presente, nel 1977 aveva la bella età di 14 anni, era lunghissimo e filiforme (sic) e faceva già l'etnomusicologo in erba, senza per altro conoscere nemmeno una nota del pentagramma (ora come allora, fedele nei secoli); Chi cerca trova fu un regalo di Natale di mio padre in mezzo a quel mitico '77. La stereocassetta ha subito uno strano destino: è stata letteralmente sì consunta ed è attualmente allo stato di reliquia, ma è stata anche completamente mandata a memoria nota per nota. Il volume è sempre lì, robustissimo; e sarà bene che lo rimanga, bello robusto, perché ho l'impressione, nemmeno tanto vaga, che non sia mai stato ristampato (e sì che lo meriterebbe) e che il qui presente sia uno dei pochi ad averne ancora una copia.

Un capitolo intero del libro, intitolato Davvero maledetta! è dedicato alla Maremma, alla sua storia e ai suoi canti. Inutile anche prescindervi, se si parla di canto popolare toscano: tutte le strade porteranno anche a quella cittadina etrusca del medio Lazio, ma prima portano in Maremma. È un lungo capitolo che si apre con la storia, narrata spiritosamente ma in modo esatto e sulla base di fonti documentali ben riportate, dell'origine dello spopolamento della Maremma, e dell'insorgere della zanzara anofele e della malaria; origine ricondotta, e la cosa qui si fa molto interessante, al vero e proprio colonialismo sfruttatore dello stato Senese, che per avidità e sfruttamento lasciò andare in malora quelle terre verso la fine del XIII secolo creando addirittura un apposito ente incaricato della riscossione di esose gabelle sul territorio, che ne accelerò lo spopolamento. L'ente si chiamava Monte de' Pascoli (in quanto le terre maremmane, assai fertili, erano adibite a pascolo), e tale nome dovrebbe dire qualcosa. Da un manoscritto inedito della Biblioteca Riccardiana di Firenze, la Memoria sulle Maremme Sanesi del Barone di Lacuée, redatto nel XVIII secolo, Marasco venne a sapere che la Maremma “fu in uno stato assai florido fino al XII secolo, ma nel XIV erano quasi intieramente disabitate”. L'annus horribilis della Maremma sembra essere stato il 1163, quando “la repubblica di Siena fece costruire un argine destinato per dei Mulini. Questo argine ritenendo un poco l'acque della Bruna in accollo le obbligò a deporre una porzione di limo e così ridusse poco a poco il lago (di Castiglione della Pescaia) nello stato di palude in cui si trova attualmente. Questo bastione fu lungo tempo il soggetto di grandi contestazioni. Gli abitanti di Grosseto si lamentavano continuamente del male che produceva, sentivano bene che a poco a poco la loro situazione diveniva orribile.”

Eleonora di Toledo.
Eleonora di Toledo.
Per farla breve, l'impaludamento e l'insorgere della malaria non sarebbero stati affatto il prodotto di “eventi naturali”, ma il risultato dello sfruttamento indiscriminato e dell'avidità di una potenza cittadina che agiva da colonialista. Quando, nel 1557, Cosimo I de' Medici si impossessò delle Maremme Senesi (così erano note), si ritrovò in mano una terra la cui maledizione avrebbe sperimentato duramente di persona. Desideroso di introdurre migliorie in quella zona (il primo tentativo di bonifica medicea), vi si recò in viaggio di supervisione assieme ai suoi familiari; in meno di un mese, la malaria colpì e mandò al creatore la moglie, l'adoratissima Eleonora di Toledo, e due suoi figli, Giovanni di 18 anni e Garzia di 14 anni. Il Barone di Lacuée continua: ”Questo male non perdona a niuna età, e più particolarmente ancora attacca l'infanzia, una madre è ben felice allorché d'otto figli alla fine ne può allevare uno solo.”

Marasco passa quasi ex abrupto, a questo punto, a quella che è forse la sua scoperta storico-musicale più importante, e che mi era colpevolmente sfuggita nella prima redazione di questa pagina (ancor più colpevolmente, perché il libro di Marasco mi è noto da quasi quarant'anni e forse avrei dovuto ricordarmene). Riguarda l'antichissima melodia di Maremma amara, che Marasco (p. 75 del volume) dichiara di avere scoperto su un manoscritto per canto e liuto (conservato presso la Biblioteca Estense Universitaria di Modena), compilato pochi anni dopo la morte di Eleonora di Toledo (avvenuta a Pisa il 17 dicembre 1562), la frase musicale introduttiva del canto che poi sarebbe stato Maremma amara. Frase, però, adattata ad un altro testo, un dialogo tra due amanti: Ditemi, vita mia, non sete quella / Quella che con gran fede servir soglio? / Sì, vita mia, ch'io son ed esser voglio. [Il volume ne riporta il testo completo, che è assai lungo, ndr]. Non è naturalmente escluso che la melodia fosse di origine ancora più antica, ma con questo lo si può far risalire almeno a poco dopo il 1562. O meglio, nel 1562 era già noto ed usato.

virrussanaIl testo di cui sopra fu enormemente diffuso nel XVI secolo e, con variazioni sulla sua melodia (e anche sul testo: nota quella Ditemi, o diva mia), fu musicato dai più grandi musicisti dell'epoca: Philippe Verdelot (1561), Trojano (1569), Vespa (1576), Orlando di Lasso (1590) e altri. In un volume del 1639, se ne dichiara autrice tale Virginia Russana, ma è indubbio che si trattava di un rispetto nato da improvvisatori popolari, ed al quale il canto delle Maremme si adattava alla perfezione.

Termina finalmente Marasco con una versione da lui raccolta personalmente (però non dice esattamente dove); sembra però corrispondere proprio a quella menzionata dall'abate Tigri nel 1856. E' quella che segue, e che vo a riportare dopo questa introduzione seppur lunga, ma necessariamente, come la fame. [RV]
Tutti mi dicon: Maremma, Maremma
ed a me sembra una Maremma amara.
L'uccello che ci va perde la penna,
il giovin che ci va perde la dama.
Chi va in Maremma e lascia la montagna
perde la dama e nulla ci guadagna.
Chi va in Maremma e lascia l'acqua bona,
perde la dama e più non la ritrova.
Chi va in Maremma e lascia l'acqua fresca
perde la dama e più non la ripesca.
Sia maledetta Maremma, Maremma,
sia maledetta Maremma e chi l'ama!
Tutto mi trema il cor quando ci vai,
per lo timor se ci vedrem più mai.

inviata da Riccardo Venturi - 8/4/2015 - 02:09


Bernart Bartleby - 9/2/2015 - 13:11


Come avrai visto, ho tenuto conto della cosa nella non breve introduzione che ho fatto; del resto, avevo pure io, qualche giorno fa, preannunciato la cosa nella pagina dedicata a un'altrettanto dolente canzone maremmana, Presso una chiesa. Spero d'aver fatto cosa passabile. Non è semplice parlare di una canzone come questa; saluti cari.

Riccardo Venturi - 9/2/2015 - 14:30


Traversando la Maremma toscana

Non sono mai stato un grosso estimatore di Giosuè Carducci; ma siccome ogni disistima comprende per forza un paio di cose che si installano dentro e si portan dietro per il corso della vita, vorrei dedicare su questa pagina un inciso al vate di Valdicastello già nominato qui per la sua definizione del "rispetto". Si tratta di una sua poesia, forse la sua più bella, che fa come da contraltare alle tragiche e dure vicende all'origine di "Maremma amara". Certo, Carducci aveva vissuto di sicuro un'altra Maremma, quella di Bolgheri e di Castagneto, non particolarmente infestata dalle febbri malariche del Grossetano; ma sono versi che ho negli occhi. L'Elba è un'isola maremmana.

Dolce paese, onde portai conforme
l’abito fiero e lo sdegnoso canto
e il petto ov’odio e amor mai non s’addorme,
pur ti riveggo, e il cor mi balza in tanto.

Ben riconosco in te le usate forme
con gli occhi incerti tra ’l sorriso e il pianto,
e in quelle seguo de’ miei sogni l’orme
erranti dietro il giovenile incanto.

Oh, quel che amai, quel che sognai, fu in vano;
e sempre corsi, e mai non giunsi il fine;
e dimani cadrò. Ma di lontano

pace dicono al cuor le tue colline
con le nebbie sfumanti e il verde piano
ridente ne le pioggie mattutine.

Riccardo Venturi - 10/2/2015 - 02:07




Lingua: Italiano (Toscano)

Bisognerebbe forse dire qualcosa anche sulla strofa aggiunta da Nada. Secondo questo sito proverrebbe da Lucca o dintorni.
Quando ti déi l’addio ’n fondo alle scale
il cor mi diventò come di cera
il cor mi diventò come di cera
quando ripenso alla partenza amara

inviata da Lorenzo - 10/2/2015 - 18:50


Due interpreti d'eccezione per "Maremma amara": Chicho Sánchez Ferlosio e Rosa Jiménez.

Maria Cristina Costantini - 11/2/2015 - 18:42


All'inizio, Maria Cristina, mi sono veramente stupito di vedere Chicho Sánchez Ferlosio a cantare "Maremma amara"; ma poi ho pensato alla hispanidad di Caterina Bueno, che è stata cittadina spagnola fino all'età di 21 anni che, forse, ha scovato "Maremma amara" ancora...da spagnola, chissà. E mi piace particolarmente questa commistione tosco-spagnola, soprattuto pensando a chi è e a che cosa ha fatto Ferlosio, tipo il cancionero de Durruti. Riportando Durruti in Maremma, mi verrebbe quasi da pensare...e grazie.

Riccardo Venturi - 12/2/2015 - 11:30


Sapevo che ti sarebbe piaciuto! Il video è tratto dall'intervista-documentario "Mientras el cuerpo aguante" che Fernando Trueba realizzò nel 1982 sul "cantautore filosofo": è molto bello, il regista segue Chicho e Rosa mentre cantano per le strade, riprende Chicho mentre racconta della sua vita, della sua peculiarissima visione del mondo, delle sue canzoni. Su Youtube c'è la versione integrale.

Maria Cristina - 14/2/2015 - 09:41


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