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Coda di Lupo

Fabrizio De André


Lingua: Italiano


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fabfuma
[1978]
Scritta da Fabrizio De André e Massimo Bubola
Written by Fabrizio de André and Massimo Bubola
Album: "Rimini"

dea


LA STORIA LEGGERA [Prima parte]
di Francesco Senia
Seconda parte

pzzPrendo il titolo a prestito da un bel libro di Stefano Pivato, edito dal “Mulino”, per parlare di Fabrizio de André come “storico”. Il disco di storia si chiama “Rimini”. E segue di qualche anno quel bel romanzo politico che ha per titolo "Storia di un impiegato”. In mezzo due dischi, di cui il primo (“Canzoni”) è una sorta di raccolta di cover (anche proprie, ma cover). In mezzo cinque anni lunghi come fossero stati cinquanta!
La “storia”, introdotta proprio da quella “Rimini” che da il titolo al disco, si svolge su due canzoni. Fondamentalmente. Comincia con “Coda di Lupo”. Si parte “da lontano”, e si usa un artificio, parlando della storia italiana che dal dopo-guerra arriva al 1977 guardandola in quello specchio che sono i nativi americani. Il facile riferimento sono gli “indiani metropolitani”. Come in un immenso giro, dagli indiani si parte e agli indiani si arriva!
De André parla, in questa canzone scritta nel 1978, del vero e ultimo conflitto che ha segnato la storia della società italiana: quello fra un'estrema sinistra antagonista ed il più grande partito comunista d'europa, assolutamente incapace, nella sua grettezza, di comprendere l'impulso al cambiamento reale. Incapace di sfruttare perfino la vittoria elettorale del 1975, occupato com'era a far professione di moralismo e di austerità. L'accusa è la stessa rivolta dal giovane Sofri al vecchio Togliatti. L'accusa non era quella di non aver fatto la rivoluzione, in Italia. Ma di averla impedita!

Coda di Lupo

Quando ero piccolo m'innamoravo di tutto
correvo dietro ai cani
e da marzo a febbraio mio nonno vegliava
sulla corrente di cavalli e di buoi
sui fatti miei e sui fatti tuoi
e al dio degli inglesi non credere mai.


Il “dio degli inglesi” sono i valori della borghesia che vengono usati al fine di far presa su una classe che si è costituita nel fuoco della resistenza e della “liberazione”. E' il nonno il simbolo di questa classe e del sogno di un mondo diverso che poteva essere e non è mai stato.

E quando avevo duecento lune e forse
qualcuna è di troppo
rubai il primo cavallo e mi fecero uomo
cambiai il mio nome in “Coda di Lupo”
cambiai il mio pony con un cavallo muto
e al loro dio perdente non credere mai.


Il dio perdente. Quello che viene a prospettare un bell'impiego da ragioniere. Sono i primi anni cinquanta. I primi sprazzi di ribellione giovanile. Le bande. I “teddy-boys”. L'emigrazione, interna ed esterna, ai massimi storici.

E fu nella lunga notte della stella con la coda
che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa
crocifisso con forchette che si usano a cena
era sporco e pulito di sangue e di crema
e al loro dio goloso non credere mai


sap2Il dio goloso è il partito comunista, in piena forma. Sono gli anni sessanta. Il nonno prova a finire il lavoro. Siamo a Genova, in Sicilia, a Reggio Emilia. Il governo è il governo Tambroni. Niente da fare, sono solo bande di “provocatori” da immolare sull'altare dei valori della pacifica convivenza.
Si mangeranno il nonno e sputeranno i Notarnicola e i Cavallero. Banditi a Milano!

E forse avevo diciott'anni e non puzzavo più di serpente
possedevo una spranga un cappello e una fionda
e una notte di gala con un sasso a punta
uccisi uno smoking e glielo rubai
e al dio della Scala non credere mai.


Il dio della Scala! La prima contestazione, nel 1968, ad avere gli onori della cronaca, e l'eco della stampa. Le uova marce che aspettavano lor signori alla prima della Scala. Un'Italia del dopo-boom, già e ancora divisa. Una nuova generazione che si affacciava alla storia, La prima violenza collettiva. Quella fatta e quella subita!

Poi tornammo in Brianza per l'apertura
della caccia al bisonte
ci fecero l'esame dell'alito e delle urine
ci spiegò il meccanismo un poeta andaluso
“Per la caccia al bisonte” - disse - “il numero è chiuso”
e a un dio a lieto fine non credere mai.


Il dio a lieto fine. Quello che, semplicemente, non c'è! Un decennio di lotte e di contestazioni, e la risposta è, ancora una volta, l'incapacità di recepire le istanze che insorgono dal basso della società. La risposta è il numero chiuso nelle Università. La strada è tracciata.

Ed ero già vecchio quando vicino a Roma
a Little Big Horn
capelli corti generale ci parlò all'Università
dei fratelli tute blu che seppellirono le asce
ma non fumammo con lui non era venuto in pace
e a un dio fatti il culo non credere mai.


sap1Il dio-fatti-il culo. E così arriviamo a Luciano Lama, campione dell'ideologia, la più becera. Quella fondata sui valori assurdi del lavoro e del sacrificio che, a fronte del più imponente movimento che anima l'Italia del dopo-guerra, non trova niente di meglio che attuare la più squallida delle provocazioni alla “Sapienza” di Roma. E' la più grande vittoria del movimento che finalmente comincia a regolare i conti, spazzandolo via, lui e il suo palco e il suo servizio d'ordine. E' anche l'inizio della sconfitta.

E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo
che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa
che ho imparato a pescare con le bombe a mano
che mi hanno scolpito in lacrime sull'arco di Traiano
con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia
ma colpisco un po' a casaccio perché non ho più memoria
e a un dio senza fiato non credere mai.


Il dio senza fiato. Nessuna speranza. La lotta è finita in un vicolo cieco. Le aberrazioni di una “vita privata” che non si sapeva e che si era riusciti fino ad allora a scansare. La lotta armata e l'eroina. La cosiddetta “arte”, come territorio oramai separato. La risposta individuale ai problemi della sopravvivenza, al quotidiano. Rimangono solo pochi, disperati, senza capacità di discrimine che sparano a tutto quel che si muove dall'altra parte! Ne parlerà nella canzone che chiude il disco, e chiude anche la storia di quegli anni.
Quando ero piccolo m'innamoravo di tutto, correvo dietro ai cani
e da marzo a febbraio mio nonno vegliava
sulla corrente di cavalli e di buoi
sui fatti miei sui fatti tuoi.
E al dio degli inglesi non credere mai.

E quando avevo duecento lune e forse qualcuna è di troppo,
rubai il primo cavallo e mi fecero uomo
cambiai il mio nome in "Coda di lupo",
cambiai il mio pony con un cavallo muto.
E al loro dio perdente non credere mai.

E fu nella notte della lunga stella con la coda
che trovammo mio nonno crocifisso sulla chiesa,
crocifisso con forchette che si usano a cena
era sporco e pulito di sangue e di crema.
E al loro dio goloso non credere mai.

E forse avevo diciott'anni e non puzzavo più di serpente,
possedevo una spranga un cappello e una fionda
e una notte di gala con un sasso a punta
uccisi uno smoking e glielo rubai.
E al dio della Scala non credere mai.

Poi tornammo in Brianza per l'apertura della caccia al bisonte,
ci fecero l'esame dell'alito e delle urine
ci spiegò il meccanismo un poeta andaluso
- Per la caccia al bisonte - disse - Il numero è chiuso.
E a un Dio a lieto fine non credere mai.

Ed ero già vecchio quando vicino a Roma, a Little Big Horn
capelli corti generale ci parlò all'università
dei fratelli tutte blu che seppellirono le asce,
ma non fumammo con lui, non era venuto in pace.
E a un dio fatti il culo non credere mai.

E adesso che ho bruciato venti figli sul mio letto di sposo,
che ho scaricato la mia rabbia in un teatro di posa,
che ho imparato a pescare con le bombe a mano,
che mi hanno scolpito in lacrime sull'arco di Traiano,
con un cucchiaio di vetro scavo nella mia storia
ma colpisco un po' a casaccio perché non ho più memoria.

E a un dio,
e a un dio,
e a un dio,
e a un dio,
e un dio senza fiato non credere mai.

inviata da Riccardo Venturi - 5/9/2006 - 19:03




Lingua: Inglese

English version by Riccardo Venturi
from Via del Campo
WOLFTAIL

When I was a child I fell in love with everything, I ran after dogs
and from March to February my grandpa watched over
the stream of horses and cows,
over my and your business:
and never believe in the god of the English

And when I was two hundred moons old, maybe more, maybe less,
I stole my first horse and they made me into a man
I changed my name into Wolftail,
I changed my poney for a dumb horse
and never believe in their losing god

It fell about in the night of the long-tailed star,
we found grandpa crucified on the church,
crucified with forks that are used for dinner,
he was dirty and clean with blood and with cream
and never believe in their greedy god

I was eighteen or so and didn't smell of snake anymore
I had an iron bar a hat and a sling
and one gala soirée, with a sharp-edged stone
I killed a tuxedo and stoled it to him
and never believe in the Scala god

Then we came back to Brianza to open buffalo shooting
they made us breath and urine tests,
we were explained the thing by an Andalusian poet,
"for buffalo shooting", said he, "there's numerus clausus"
and never believe in a happy end god

I was already old when near Rome, in Little Big Horn,
a short-haired general made us a college speech
on our brothers in blue overalls burying their war axes
but we didn't smoke with him, he didn't come in peace
and never believe in a plodder god

And now that I've burnt twenty children on my marital bed
that I vented my wrath upon a whole studio
that I learnt to fish with hand grenades
that I was graved in tears on the Arch of Trajan,
with a glass spoon I will dig in my story,
but I strike somewhat at random, my memory's gone
and never
and never
and never believe,
and never believe in a breathless god.

5/9/2006 - 19:22




Lingua: Inglese

La versione inglese di Dennis Criteser [2014]
Dal blog Fabrizio de André in English

Coda di lupo" must be understood in the context of the failure and dissolution of various protest movements in 1976 and 1977, including the Metropolitan Indians, anarchists who wore face paint, dressed like hippies, listened to rock music and enjoyed acid and weed, and who protested bourgeois values through urban guerilla activism, occupying universities, factories, etc.

Rimini grew out of De André's disappointments with the political events of the previous couple of years. In close collaboration with Massimo Bubola, a young 24-year-old who had just released his first album, De André explored several social and political themes, including abortion, homosexuality, and how the petty bourgeois attempted to move into the ranks of the powerful and rise above the political and social turmoil of the times. The music has more influence from American rock and pop music than previous albums, and includes his first forays into ethnic music, which will eventually come to full fruition in his masterpiece album Crêuza de mä. - Dennis Criteser
TAIL OF THE WOLF

When I was little
I used to fall in love with everything.
I used to run after the dogs,
and from March to February
my grandpa kept a watch
over the movement of horses
and of darkness,
over my business,
over your business.

And in the god of the English
don't ever believe.

And when I was 200 moons old -
and maybe that
is too much -
I robbed my first horse
and they made me a man.
I changed my name
to “Tail of the Wolf.”
I exchanged my pony
for a silent horse.

And in their losing god
don't ever believe.

And it was in the night
of the long star
with the tail
that we found my grandpa
crucified on the cross,
crucified with forks
that are used at meals.
He was dirty and cleaned
of blood and cream.

And in their greedy god
don't ever believe.

And maybe I was 18
and no longer stank
like a snake,
I owned a rod,
a hat and a sling,
and one gala night
with a pointed rock
I killed a tuxedo
and robbed it from him.

And in the god of the Teatro alla Scala
don't ever believe.

Then we returned to Brianza
for the opening
of the buffalo hunt.
They made us take
a breath and urine test.
He explained to us the workings,
an Andalusian poet.
“For the buffalo hunt,” he said,
“the number is closed.”

And in a god of happy endings
don't ever believe.

And I was already old
when near Rome,
at Little Big Horn,
a short-haired general
spoke to us at the university
about the brothers, all in blue,
who buried the ashes.
But we didn’t smoke with him,
he didn’t come in peace.

And in a work-your-ass-off god
don't ever believe.

And now that I burned
twenty sons on my grooms bed,
that I unloaded my rage
on a sound stage,
that I learned to fish
with hand grenades,
that they sculpted me in tears
on Trajan’s Arch,
with a glass spoon
I dig around in my history.
But I’m striking a bit at random
because I have no memory anymore.

And in a god, and in a god,
and in a god, and in a god,
and in an unbreathing god,
don’t ever believe.

inviata da Riccardo Venturi - 13/2/2016 - 08:10




Lingua: Tedesco

Versione tedesca da questo sito (con qualche lieve adattamento e correzione)
WOLFSSCHWANZ

Als ich noch klein war, verliebte ich mich in alles,
lief ich den Hunden nach
und von März bis Februar wachte mein Opa
über den Zug von Pferden und Ochsen,
über meine, über seine Angelegenheiten,
und glaube niemals an den Gott der Engländer

Und als ich zweihundert Monde hinter mir hatte,
vielleicht ist einer davon zuviel,
raubte ich das erste Pferd und sie machten mich zum Mann,
ich gab mir den Namen Wolfsschwanz,
tauschte mein Pony gegen ein stummes Pferd
und glaube niemals an ihren verlierenden Gott

Es war in der Nacht des langen Sterns mit dem Schwanz
als wir meinen Opa fanden
gekreuzigt auf der Kirche,
gekreuzigt mit Gabeln, wie sie sie beim Abendessen verwenden
er war schmutzig und sauber von Blut und von Creme
und glaube niemals an ihren gefrässigen Gott

Als ich vielleicht 18 Jahre alt war
und nicht mehr nach Schlangen roch
hatte ich einen Riegel, einen Hut und eine Schleuder
und in einer Galanacht tötete ich einen Smoking
mit einem spitzen Stein und stahl ihn ihm
und glaube niemals an den Scalagott.

Dann kehrten wir nach Brianza zurück
zur Eröffnung der Bisonjagd
sie machten uns das Examen für Mundgeruch und Urin
den Mechanismus erklärte uns ein andalusischer Poet
"für die Bisonjagd" - sagte er - " gibt es begrenzte Aufnahme”
und glaube niemals an einen Gott mit frohem Ende.

Ich war schon alt, als uns nahe von Rom am Little Big Horn
ein General mit kurz geschnittenem Haar
auf der Universität erzählte
von Brüdern in blauen Overalls, die das Beil begruben
aber wir rauchten nicht mit ihm, er war nicht in Frieden gekommen
und glaube niemals an einen Gott, für den du dir den Arsch aufreisst.

Und jetzt wo ich 20 Söhne in meinem Ehebett verbrannt habe
wo ich in einem Theater der Ruhe meinen Zorn ausgelassen habe
wo ich gelernt habe mit Handgranaten zu fischen
wo sie mich in Tränen unter dem Bogen von Traiano eingemeisselt haben
mit einem Löffel aus Glas grabe ich nach meiner Geschichte
aber ich schlage ein bisschen aufs Geratewohl,
weil ich keine Erinnerung mehr habe
und glaube
und glaube
und glaube
und glaube
und glaube niemals an einen Gott ausser Atem.

inviata da Riccardo Venturi - 6/9/2006 - 02:51




Lingua: Francese

Version française – Queue de loup – Marco Valdo M.I. – 2009

La Storia leggera – L'Histoire légère. (de Francesco Senia)

J'emprunte le titre à un beau livre de Stefano Pivato, édité par « Mulino », pour parler de Fabrizio De André comme « historien ». Le disque d'histoire s'intitule « Rimini ». Et il suit d'une année ce beau roman politique qui a pour titre « Histoire d'un employé ». Entre, cinq ans qui ont l'air d'avoir été cinquante !
L' « Histoire », introduite par Rimini qui donne le titre au disque, se déroule en deux chansons. Fondamentalement. Elle commence avec « Queue de Loup ». On part de loi et il use d'un artifice, parlant de l'histoire italienne qui depuis l'après guerre jusqu'en 1977 en la regardant dans le miroir que sont les Américains autochtones. La référence facile sont les « indiens métropolitains ». Comme dans un immense tour, on part des indiens pour arriver aux indiens.
De André parle, dans cette chanson écrite en 1978, du vrai et dernier conflit qui a marqué l'histoire de la société italienne : celui entre une extrême-gauche antagoniste et le plus grand parti communiste d'Europe, absolument incapable, dans sa étroitesse d'idées, de comprendre sa poussée vers le changement réel. Incapable de fructifier même sa victoire électorale de 1975, occupé qu'il était à faire profession de moralisme et d'austérité. L'accusation est celle du jeune Sofri au vieux Togliatti. L'accusation n'était pas de ne pas avoir fait la révolution en Italie. Mais de l'avoir empêchée !

Quand j'étais petit, je m'amourachais de tout
Je courais derrière les chiens
et de mars à février, mon grand-père surveillait
Le passage des chevaux et des bœufs
Mes actions et tes actes

Et ne jamais croire au dieu des Anglais


Le Dieu des Anglais, ce sont les valeurs de la bourgeoisie qui sont utilisées d'avoir prise sur une classe qui s'est constituée dans le feu de la Résistance et de la Libération. Le grand-père est le symbole de cette classe et le rêve d'un monde différent qui aurait pu être et qui n'a jamais été. [ Enfin, pas encore... dit Marco Valdo M.I.]

Et lorsque j'eus deux cents lunes et peut-être une de trop
Je volai mon premier cheval et je me fis homme
Je changeai mon nom en « Queue de Loup »
J'échangeai mon poney contre un cheval muet.

Et ne jamais croire à leur dieu perdant


Le dieu perdant. Celui qui vient demander un bel emploi de comptable. Ce sont les premières années cinquante. Les premiers éclairs de rébellion de la jeunesse. Les bandes. Les « teddys boys ».
L'émigration, externe et interne, à ses maximums historiques.

Et ce fut pendant la nuit de l'étoile avec la longue queue
que nous trouvâmes mon grand-père crucifié sur l'église
crucifié avec des fourchettes qu'on utilise à table

Et ne jamais croire à leur dieu gourmand


Le dieu gourmand est le parti communiste, en pleine forme. Ce sont els années soixante. Le grand-père essaye son travail. Nous sommes à Gênes, en Sicile, à Reggio Emilia. Le gouvernement est celui de Tambroni. Rien à faire, ce sont seulement des bandes de « provocateurs » à immoler sur l'autel des valeurs de la coexistence pacifique. Ils mangeront le grand-père et cracheront sur les (Notarnicola ) et les (Cavallero). Bandits à Milan !

J'avais peut-être dix-huit ans et je ne puais plus le serpent
Je possédais une barre, un chapeau et une fronde
et une nuit de gala avec un caillou pointu
je tuai un smoking et je le volai.

Et ne jamais croire au dieu de la Scala.


Le dieu de la Scala ( de Milan) ! Le première contestation, en 1968, à avoir les honneurs de la presse. Les œufs pourris qui attendaient ces messieurs à la première de la Scala. Une Italie de l'après-boum, encore et toujours en uniforme. Une nouvelle génération qui surgissait dans l'histoire. La première violence collective. Celle faite et celle subie !

Puis, nous retournâmes en Brianza pour l'ouverture de la chasse au bison
On nous fit le test de l'haleine et des urines.
Un poète andalou nous en expliqua le mécanisme.
Pour la chasse au bison, - dit-il – le quota est rempli.

Et ne jamais croire à un dieu bienfaisant.


Le dieu bienfaisant ! Celui qui tout simplement n'existe pas. Une décennie de luttes et de contestations et la réponse est, encore une fois, l'incapacité d'accueillir les doléances qui sourdent du bas de la société [ toujours, comme en 1789, 1793...]. La réponse est le numerus clausus à l'Université. Leur route est tracée.

Et j'étais déjà vieux quand près de Rome un Little Big Horn
cheveux courts, général nous parla à l'université
des frères tuniques bleues qui enterreront les haches
mais nous ne fumâmes pas avec lui; il n'était pas venu en paix.

Et ne jamais croire à un dieu porte-bonheur


Le dieu porte-bonheur. Et ainsi nous en arrivons à Luciano Lama, champion de l'idéologie, la plus triviale. Celle fondée sur les valeurs absurdes du travail et du sacrifice qui, face au plus imposant mouvement qui anima l'Italie de l'après-guerre, ne trouva rien de mieux que réaliser la plus glauque des provocations à la « Sapienza » de Rome. Ce fut la plus grande victoire du mouvement qui finalement commença à régler ses comptes, en le balayant lui et sa clique et son service d'ordre. Ce fut aussi le début de la défaite.

Et à présent que j'ai brûlé vingt fils sur mon lit matrimonial
que j'ai déchargé ma rage dans un studio
que j'ai appris à pêcher à la grenade
qu'on m'a sculpté en larmes sur l'arc de Trajan
avec une cuillère de verre, déterrée de mon histoire..
Mais je frappe un peu au hasard car je n'ai plus de mémoire.

Et ne jamais croire à un dieu sans souffle.


Le dieu sans souffle. Aucun espoir. La lutte est finie dans une ruelle obscure. Les aberrations d'une « vie privée » qu'on ne connaissait pas et qu'on avait réussi jusque là à écarter. La lutte armée et l'héroïne. Le soi-disant « art », comme territoire désormais séparé. La réponse individuelle aux problèmes de la survie, au quotidien. Restent seulement quelques désespérés, sans capacité d'analyse qui tirent sur tout ce qui bouge de l'autre côté ! On en parlera dans la chanson qui clôt le disque, et clôt aussi l'histoire de ces années.
QUEUE DE LOUP

Quand j'étais petit, je m'amourachais de tout
Je courais derrière les chiens
et de mars à février, mon grand-père surveillait
Le passage des chevaux et des bœufs
Mes actions et tes actes
Et ne jamais croire au dieu des Anglais

Et lorsque j'eus deux cents lunes et peut-être une de trop
Je volai mon premier cheval et je me fis homme
Je changeai mon nom en « Queue de Loup »
J'échangeai mon poney contre un cheval muet.
Et ne jamais croire à leur dieu perdant

Et ce fut pendant la nuit de l'étoile avec la longue queue
que nous trouvâmes mon grand-père
crucifié sur l'église
crucifié avec des fourchettes qu'on utilise à table
Et ne jamais croire à leur dieu gourmand

J'avais peut-être dix-huit ans et je ne puais plus le serpent
Je possédais une barre, un chapeau et une fronde
et une nuit de gala avec un caillou pointu
je tuai un smoking et je le volai.
Et ne jamais croire au dieu de la Scala.

Puis, nous retournâmes en Brianza pour l'ouverture de la chasse au bison
On nous fit le test de l'haleine et des urines.
Un poète andalou nous en expliqua le mécanisme.
Pour la chasse au bison, - dit-il – le quota est rempli.
Et ne jamais croire à un dieu bienfaisant.

Et j'étais déjà vieux quand près de Rome un Little Big Horn
cheveux courts un général nous parla à l'université
des frères tuniques bleues qui enterreront les haches
mais ne fumèrent pas avec lui; il n'était pas venu en paix.
Et ne jamais croire à un dieu porte-bonheur

Et à présent que j'ai brûlé vingt fils sur mon lit matrimonial
que j'ai déchargé ma rage dans un studio
que j'ai appris à pêcher à la grenade
qu'on m'a sculpté en larmes sur l'arc de Trajan
avec une cuillère de verre, déterrée de mon histoire..
Mais je frappe un peu au hasard car je n'ai plus de mémoire.
Et ne jamais croire à un dieu sans souffle.

inviata da Marco Valdo M.I. - 19/1/2009 - 20:20




Lingua: Occitano (Nizzardo)

Traduzione in occitano nizzardo di J. L. Sauvaigo

Patrick Vaillant (voce, mandolino, mandola tenore), Riccardo Tesi (organetto diatonico)
Vincenzo Zitello (arpa celtica), Ettore Bonafè (tabla, percussioni)
Da Canti Randagi
Omaggio degli artisti di strada a Fabrizio De André, 1995.

canrand
COA DE LOP

Quora eri pichonet m'enamoravi de tot, corril de darrier lu cans
E de Marc fin a Febrier, velhava mom paigran
Sus l'escorrenca dai bòus e finda dai cavaus
Subr'ai afaires miéus e sus li tiéu pantais
E au diéu dai Inglès non li creire jamail

E quora avii doi cent lunas, magara quaucuna es de tròp
Raubèri lo promier cavau e mi faguèri òme
Cambièri lo miéu non en "Coa de Lop"
Cambièri lo miéu pòny emb'un cavau mut
E au siéu dieéu perditor non li creire jamail

E foguèt de nuech de la lònga estela coada
Qu'avem trovat mon paigran clavelat sus la gleia
Clavelat emb'ai forquetas que nen servon en taula
Era brut e poitòs de sang e de crema
E au siéu diéu golòs non li creire jamail

Avii bessai detz-e-vuech ans e non empestavi plus la serp
Tenii en pròpi un baròto, un capèu e un gastafus
E una nuech de galà, emb'un massacan ponchut
Tueri un smoking, e raubat lollii ai
E au diéu de la Scala, non li creire jamail

Si tornèt pi en Brianca per principiar la cassa au bizont
Nen faguèron l'exame de l'alen e dau pissum
N'espliguèt lo mecanisme un poeta andalòs
E par la cassa au bizont diguèt "lo numero es claus"
E en un diéu de "fin uròa" non li creire jamail

E èri jà vielh quora, pròch de Roma, a Little Big Horn
Pels Corts, General, ni parlèt a l'Universitat
Dai fraires toti blu qu'an sosterrat la destrau
Mas non tuberiam da èu que non era vengut en patz
E en un diéu "vai-que-t'esquines" non li creire jamail

E aura qu'ai cremat vint fius sus lo liech d'esposa
Qu'ai descargat la miéu ràbia dins un teatre de pòsa
E qu'ai emparat de pescar embé li bombas a man
Que m'an esculpit en làgrimas sus l'arc de Trojan
Emb'un culhier de veire cavi dintre la miéu istòria
Ma piqui un chìcol a tastaon que non ai plus de memòria
E en un diéu, e en un diéu, e en un diéu, e en un diéu
En un diéu qu'a bofaìssa non li creire jamail.

inviata da DonQuijote82 - 28/9/2011 - 08:35




Lingua: Esperanto

Versione in esperanto di Nicola Ruggiero

Esperantigis Nicola Ruggiero (nekantebla versio)
VOSTO DE LUPO

Kiam mi etulis, mi enamiĝis al ĉio, mi kuris malantaŭ la hundoj
kaj de marto al februaro mia avo gardadis
pri la fluo de ĉevaloj kaj bovoj
pri aferoj miaj pri aferoj viaj
kaj je la dio de la angloj neniam kredu.

Kaj kiam mi havis ducent lunojn kaj eble iu el ili troas
mi ŝtelis la unuan ĉevalon kaj oni igis min viro
mi ŝanĝis mian nomon en "Vosto de lupo"
mi ŝanĝis mian poneon kun ĉevalo muta
kaj je ilia dio malsukcesa neniam kredu.

Kaj estis en la nokto de la longa stelo kun la vosto
kiam ni trovis mian avon krucumita sur la preĝejo
krucumita per forkedoj uzataj vespermanĝe
li malpuris kaj puris el sango kaj kremo
kaj je ilia dio frandema neniam kredu.

Kaj eble mi aĝis 18jarojn kaj mi ne plu odoraĉis je serpento
mi posedis stangon ĉapelon kaj ŝtonĵetilon
kaj dum festnokto per pikŝtono
mi mortigis smokingon kaj ŝtelis ĝin
kaj je la dio de la Scala neniam kredu

Poste ni revenis en Briancon por la malfermo de la bizonĉasado
oni nin ekzamenis pri la elspiro kaj pri la urinoj
al ni klarigis la mekanismon poeto andaluzia
- Por la bizonĉasado - li diris - la nombro fermitas.
Kaj je dio kun feliĉa fino neniam kredu.

Kaj mi estis jam maljuna kiam apud Romo, en Little Big Horn
kurtharulo generalo parolis al ni en la universitato
pri la fratoj bluaj vestoj (la manlaboristaro) kiuj enterigis la adzojn
sed ni ne fumis kun li, li ne venis en paco
kaj je dio "ŝvitigu al vi la pugon" neniam kredu.

Kaj nun kiam mi bruligis dudek filojn sur mia edza lito
kiam mi malŝarĝis mian koleron en pozejo
kiam mi lernis fiŝkapti per la manbomboj
kiam oni skulptis min plorantan sur la arko de Trajano
per vitra kulero mi elfosas en mia historio
sed mi trafas maltrafe ĉar mi ne havas plu memoron

kaj je dio
kaj je dio
kaj je dio
kaj je dio sen elspiro neniam kredu.

inviata da Nicola Ruggiero - 8/3/2009 - 22:46


Intro
"ma colpisco un po' a casaccio perché non più memoria", manca "ho".

ΔΙΩRAMA Poco Ligio all'Ufficialità! - 8/3/2009 - 13:17


Salve scusi, lei ha spiegato soltanto l'ultima frase di ogni strofa. Ciò che scrive non si riesce a percepire nei versi di De André. Non potrebbe sciogliere meglio le varie metafore dei versi? Così risulta impossibile seguire il discorso o crederlo attinente per quanto io voglia farlo. Grazie mille

Luca - 4/5/2018 - 13:55



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