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Mandela

Giovanni Allevi


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[2012]
Musica di Giovanni Allevi
Music by Giovanni Allevi
Album: Sunrise

nemand


Nelson Rolihlahla Mandela


18.7.1918 - 5.12.2013

inviata da CCG/AWS Staff - 6/12/2013 - 02:16


SE VUOI CHIAMARTI UOMO

Dal canto mio, dedico a Nelson Mandela i versi di un altro più oscuro combattente per la pace e l'umanità, rimasto più oscuro: il poeta greco Tasos Livaditis, che insegna ad essere uomini, come lo fu Madiba. La traduzione è della nostra Giuseppina Dilillo (in stixoi.info), che non sa di questo mio contributo, ma che di certo non ne sarà scontenta.


Αν θέλεις να λέγεσαι άνθρωπος

Αν θέλεις να λέγεσαι άνθρωπος
δε θα πάψεις ούτε στιγμή ν’ αγωνίζεσαι για την ειρήνη και για το δίκιο.
Θα βγεις στους δρόμους, θα φωνάξεις, τα χείλια σου θα ματώσουν απ’ τις φωνές
το πρόσωπό σου θα ματώσει από τις σφαίρες μα ούτε βήμα πίσω.
Κάθε κραυγή σου μια πετριά στα τζάμια των πολεμοκάπηλων
κάθε χειρονομία σου σαν να γκρεμίζεις την αδικία.
Και πρόσεξε: μη ξεχαστείς ούτε στιγμή.
Έτσι λίγο να θυμηθείς τα παιδικά σου χρόνια
αφήνεις χιλιάδες παιδιά να κομματιάζονται την ώρα που παίζουν ανύποπτα στις πολιτείες
μια στιγμή αν κοιτάξεις το ηλιοβασίλεμα
αύριο οι άνθρωποι θα χάνονται στην νύχτα του πολέμου
έτσι και σταματήσεις μια στιγμή να ονειρευτείς
εκατομμύρια ανθρώπινα όνειρα θα γίνουν στάχτη κάτω απ’τις οβίδες.
Δεν έχεις καιρό
δεν έχεις καιρό για τον εαυτό σου
αν θέλεις να λέγεσαι άνθρωπος.

Αν θέλεις να λέγεσαι άνθρωπος
μπορεί να χρειαστεί ν’ αφήσεις τη μάνα σου, την αγαπημένη ή το παιδί σου.
Δε θα διστάσεις.
Θ’ απαρνηθείς την λάμπα σου και το ψωμί σου
θ’ απαρνηθείς τη βραδινή ξεκούραση στο σπιτικό κατώφλι
για τον τραχύ δρόμο που πάει στο αύριο.
Μπροστά σε τίποτα δε θα δειλιάσεις και ούτε θα φοβηθείς.
Το ξέρω, είναι όμορφο ν’ ακούς μια φυσαρμόνικα το βράδυ, να κοιτάς εν’ άστρο, να ονειρεύεσαι
είναι όμορφο σκυμμένος πάνω απ’ το κόκκινο στόμα της αγάπης σου
να την ακούς να λεει τα όνειρα της για το μέλλον.
Μα εσύ πρέπει να τ’ αποχαιρετήσεις όλ’ αυτά και να ξεκινήσεις
γιατί εσύ είσαι υπεύθυνος για όλες τις φυσαρμόνικες του κόσμου, για όλα τ’ άστρα, για όλες τις λάμπες και για όλα τα όνειρα
αν θέλεις να λέγεσαι άνθρωπος.

Αν θέλεις να λέγεσαι άνθρωπος
μπορεί να χρειαστεί να σε κλείσουν φυλακή για είκοσι ή και περισσότερα χρόνια
μα εσύ και μες στη φυλακή θα θυμάσαι πάντοτε την άνοιξη, τη μάνα σου και τον κόσμο.
Εσύ και μες απ’ το τετραγωνικό μέτρο του κελιού σου
θα συνεχίζεις το δρόμο σου πάνω στη γη.
Κι όταν μες στην απέραντη σιωπή, τη νύχτα
θα χτυπάς τον τοίχο του κελιού σου με το δάχτυλο
απ’ τ’ άλλο μέρος του τοίχου θα σου απαντάει η Ισπανία.
Εσύ, κι ας βλέπεις να περνάν τα χρόνια σου και ν’ ασπρίζουν τα μαλλιά σου
δε θα γερνάς.
Εσύ και μες στη φυλακή κάθε πρωί θα ξημερώνεσαι πιο νέος
αφού όλο και νέοι αγώνες θ’ αρχίζουμε στον κόσμο
αν θέλεις να λέγεσαι άνθρωπος.

Αν θέλεις να λέγεσαι άνθρωπος
θα πρέπει να μπορείς να πεθάνεις ένα οποιοδήποτε πρωινό.
Αποβραδίς στην απομόνωση θα γράψεις ένα μεγάλο τρυφερό γράμμα στη μάνα σου
θα γράψεις στον τοίχο την ημερομηνία, τ’ αρχικά του ονόματός σου και μια λέξη: Ειρήνη
σα νάγραφες όλη την ιστορία της ζωής σου.
Να μπορείς να πεθάνεις ένα οποιοδήποτε πρωινό
να μπορείς να σταθείς μπροστά στα έξη ντουφέκια
σα να στεκόσουνα μπροστά σ’ ολάκερο το μέλλον.
Να μπορείς, απάνω απ’ την ομοβροντία που σε σκοτώνει
εσύ ν’ ακούς τα εκατομμύρια των απλών ανθρώπων που τραγουδώντας πολεμάνε για την ειρήνη.
Αν θέλεις να λέγεσαι άνθρωπος

SE VUOI CHIAMARTI UOMO

Se vuoi chiamarti uomo
non smetterai nemmeno per un momento di batterti per la pace e la giustizia.
Uscirai per le strade, griderai, le tue labbra sanguineranno dalle grida
il tuo viso sanguinerà dalle pallottole, ma nemmeno un passo indietro.
Ogni tuo grido una sassata alle vetrate dei guerrafondai
ogni tuo gesto sarà per distruggere l’ingiustizia.
E ricorda: non distrarti neanche per un momento.
Se solo per un po’ ripenserai alla tua infanzia
permetterai che migliaia di bambini vengano trucidati mentre giocano spensierati nei loro paesi
per un attimo guarderai il tramonto
domani degli uomini si perderanno nella notte della guerra
se solo per un momento ti fermerai a sognare
migliaia di sogni umani diventeranno cenere sotto le bombe.
Non hai tempo
non hai tempo per te stesso
se vuoi chiamarti uomo.

Se vuoi chiamarti uomo
forse sarà necessario lasciare la tua mamma, la tua amata o il tuo bambino.
Non esitare.
Rinuncerai alla tua luce e al tuo pane
rinuncerai al riposo serale sulla soglia di casa
per intraprendere la dura strada che porta al domani.
Davanti a niente ti spaventerai o avrai paura.
Lo so, è bello ascoltare una fisarmonica a sera, guardare una stella, sognare
è bello stare chino sulle labbra vermiglie della tua amata
e sentirla parlare dei suoi sogni per il futuro.
Ma tu devi dire addio a tutto ciò e metterti in cammino
perché tu sei responsabile di tutte le fisarmoniche del mondo, di tutte le stelle, di tutte le lampade e di tutti i sogni
se vuoi chiamarti uomo.

Se vuoi chiamarti uomo
forse sarà necessario che ti chiudano in prigione per venti o anche più anni
ma tu anche dentro la prigione ti ricorderai sempre della primavera, di tua madre e del mondo.
Tu da quel metro quadrato che sarà la tua cella
continuerai per la tua strada sulla terra.
E quando nell’infinito silenzio, di notte
busserai al muro della cella con il dito
dall’altra parte del muro ti risponderà la Spagna.
Tu, se pur vedrai gli anni passare e i tuoi capelli imbiancarsi
non invecchierai.
Tu anche dentro la prigione ogni mattina ti sveglierai più giovane
giacché sempre nuove lotte cominceremo nel mondo
se vuoi chiamarti uomo.

Se vuoi chiamarti uomo
devi esser pronto a morire un mattino qualsiasi.
La sera prima nella solitudine scriverai una lunga tenera lettera a tua madre
scriverai sul muro la data, le iniziali del tuo nome ed una parola: Pace
come se scrivessi tutta la storia della tua vita.
Devi essere pronto a morire un mattino qualsiasi
devi poter stare davanti ai sei fucili
come se stessi davanti al futuro intero.
Devi, sulla scarica di fucileria che ti sta ammazzando
tu devi poter sentire i milioni di persone semplici che cantando lottano per la pace
Se vuoi chiamarti uomo.

Gian Piero Testa - 6/12/2013 - 20:26


Due o tre cose su Mandela
di Riccardo Venturi

hanimok


Ora lo stanno facendo passare per un „Gandhi”, Nelson Rolihlahla Mandela. Scordando magari che in galera per ventisette anni c'è stato per le sue lotte. Eppure basterebbe sfogliare un comunissimo articolo Wikipedia, non fare ricerche alla Biblioteca del Congresso; una lotta cominciata fin dagli anni '40 e radicalizzatasi nel 1952, con la campagna di resistenza dell'ANC e l'organizzazione dell'ufficio legale Mandela & Tambo per fornire assistenza a basso costo a molti neri che ne sarebbero rimasti privi. Fu arrestato per la prima volta il 5 dicembre 1956, nella stessa data che molti anni dopo sarebbe stata quella della sua morte; dopo il massacro di Sharpeville nel marzo 1960 e la successiva interdizione dell'ANC e di tutti gli altri gruppi anti-apartheid, passò ad appoggiare senza reticenze la lotta armata contro il regime razzista sudafricano. Fondò lui, Nelson Mandela, l'ala armata dell'ANC, Umkhonto We Sizwe („Lancia della Nazione” in lingua xhosa), della quale fu comandante in capo coordinando le campagne di sabotaggio e i piani di guerriglia. Si dedicò a raccogliere fondi dall'estero e dispose addestramenti paramilitari per i combattenti. Il suo definitivo arresto nel 1962 avvenne grazie a informazioni fornite al governo sudafricano dalla CIA, e qualcuno dovrebbe dirlo una buona volta al piangente Obama. Inizialmente fu condannato a cinque anni per „viaggi illegali all'estero” e „incitamento allo sciopero”; ma il 12 giugno 1964, mentre era ancora in carcere, fu condannato all'ergastolo per „sabotaggio e tradimento”. In carcere scrisse il manifesto dell'ANC, che fu pubblicato il 15 giugno 1980; un suo famoso passo recitava testualmente: ”Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l'incudine delle azioni di massa e il martello della lotta armata dobbiamo annientare l'apartheid!”. E' rimasto in carcere fino al 1990; è stato per qualche anno presidente del „nuovo” Sudafrica, dove ora i minatori neri in sciopero possono tranquillamente essere massacrati da poliziotti neri. Così, ora, Nelson Mandela deve, nell'ora di sua morte, beccarsi il massacro dei „cordogli planetari”, espressi da tutto un gotha di figure che definire improponibili sarebbe un eufemismo; compresi quelli di Israele e del suo primo ministro Gnagnagnàu o come accidenti si chiama. E pensare che Israele è stato l'unico stato al mondo ad aver riconosciuto i Bantustan tipo il Transkei, il Ciskei e il Bophutatswana, gli stati-fantoccio creati nel 1977 dal regime razzista come ghetti per la deportazione della popolazione nera (che fu privata della cittadinanza sudafricana).

Ce ne sarebbero da dire parecchie altre, su Nelson Mandela. Prima di tutto andrebbe riconosciuto il suo ruolo di combattente niente affatto „pacifista” come si è voluto far passare dagli anni '90, con la sua liberazione dal carcere, e, ovviamente, in queste ore successive alla sua scomparsa. Sarà forse che quando sento nominare „Gandhi” mi viene l'immediata voglia di imbracciare un AK 47 e sparare a tutti i cialtroni che esaltano un razzista indiano il quale, proprio quando risiedeva in Sudafrica, ebbe a pronunciare più volte parole di autentico disprezzo razziale nei confronti della popolazione nera. Li chiamava Kaffir i neri sudafricani, il „Grand'Anima”, scrivendo cose del genere (rivelate da Joseph Lelyveld, ex direttore editoriale e inviato del New York Times, nel suo volume Great Soul: Mahatma Gandhi and his Struggle with India, pubblicato da Alfred Knopf): «Di regola non sono civilizzati, sono fastidiosi, sporchi e vivono quasi come animali”, oppure „«Fummo fatti marcire in una prigione riservata ai Kaffir. Potevamo capire di non essere collocati insieme ai bianchi, ma essere messi sullo stesso livello dei Kaffir ci sembrò insopportabile”. E ancora: „«Un indiano deve essere vessato perché lavora troppo, un Kaffir deve essere vessato perché non lavora abbastanza», «Gli indiani vengano trascinati al livello dei rozzi Kaffir, la cui occupazione è cacciare e la cui sola ambizione è radunare il bestiame e comprarsi una moglie, per passare la vita nell’indolenza e nudi» e, infine, parlando degli Afrikaners bianchi: «Noi indiani crediamo nella purezza della razza quanto loro».

Gli è toccato poi, a Mandela, gestire la cosiddetta „riconciliazione nazionale” in Sudafrica; in pratica, tenere a bada la voglia di vendetta e di rivalsa dei neri sudafricani. Si potrebbe anche dire che, nel „nuovo” Sudafrica era abbastanza facile, dato che le leve del potere e le risorse economiche sono rimaste in massima parte nelle mani dei bianchi, e sta casomai emergendo (a fatica) una media borghesia nera che ancora ha però scarsa incidenza sull'economia che conta. In pratica, l'apartheid è stato eliminato nelle sue componenti più visibili e eclatanti (e nella rappresentanza politica di sistema) ma persiste nella vita reale del paese, con una separazione di fatto nonostante gli esempi di „buona volontà” istigati in primis proprio da Mandela. Nelson Mandela, una volta inserito come „figura carismatica” nella gestione diretta del potere, non ha minimamente messo in discussione il sistema capitalista in Sudafrica; chi lo ha fatto, come Steve Biko o Chris Hani, ha pagato con la tortura e con la vita. Il „nuovo Sudafrica” di Mandela è esattamente quello vecchio con qualche ghetto nero in più (l'intera downtown di Johannesburg, ad esempio), con tante manifestazioni esteriori pronte per gli applausi internazionali e con le stesse miniere di diamanti, con la stessa De Beers, con le stesse townships e le stesse disuguaglianze. Mandela non ha avuto né il coraggio e né la forza di spingersi oltre, mettendo in discussione quello stesso sistema capitalista che è stato alla base dell'apartheid; se è giusto ricordarlo per la sua lotta, è giusto anche riconoscere dove questa lotta si è fermata e si è arenata. Fosse proseguita, non avrebbe del resto avuto così tanti „cordogli” planetari, e neppure il „premio Nobel per la pace” e il film di Clint Eastwood. Non avrebbe avuto il „Palamandela” a Firenze intitolatogli da vivo. Il vecchio combattente incarcerato dal potere, a un certo punto, si è convertito alle „riconciliazioni”, e si sa bene dove menino generalmente, codeste riconciliazioni. Menano al mantenimento pieno del potere economico da parte di chi già lo aveva, e a qualche contentino di imborghesimento per una ristretta fascia della massa esclusa. Per il resto, c'è sempre bisogno di scendere a cavare „diamanti per sempre”, c'è sempre bisogno della forza lavoro a buon mercato che è sempre esistita, e c'è sempre bisogno degli immancabili e simbolici „panem et circenses” (il rugby, i mondiali di calcio con le vuvuzelas), cui viene attribuito un valore buono sia per illudere gli allocchi, sia per gli „abbracci” che piacciono tanto ai futuri cordoglianti.

Giusto quindi, a mio parere, ricordare Nelson Mandela per quello che è stato, stando lontani anni luce dai cori unanimi. Dicono che il nome „Rolihlahla”, che sarebbe stato quello vero di Mandela se, alle scuole elementari, non gli avessero imposto anche quello dell'ammiraglio di Trafalgar, significhi „colui che combina guai” (secondo altre interpretazioni vorrebbe dire invece „rompiscatole”); e per un certo tempo di guai ne ha combinati parecchi, oppure ha rotto parecchie scatole. Non ne ha combinati però quanti ancora ce ne volevano, di guai, rovesciando il Sudafrica come andava rovesciato. Non ne ha rotte abbastanza di scatole, preferendo „riconciliarsi” con chi ancora emargina, sfrutta, uccide a livello locale e planetario. Si è messo a fare il „piacione”, Nelson Mandela, e infatti alla sua morte è piaciuto a tutti nel consueto festival dell'ipocrisia a base di Gandhi e altro. Io ho ritenuto degno ricordarlo, ma con queste due o tre cose.

Nella foto sopra: Chris Hani e Peter Mokaba a un comizio del Partito Comunista Sudafricano agli inizi degli anni '90; Nelson Mandela è seduto a sinistra. Chris Hani è stato ucciso il 10 aprile 1993.

7/12/2013 - 00:35


Osservazioni puntuali, quelle di Riccardo, che andavano fatte. Specialmente quelle sull'universale e indistinto consenso che si riversa oggi sulla figura di Mandela, travisata ad arte e in coro in una santa Teresa di Calcutta. Quanto al Mandela di lotta e al Mandela di governo, c'è pur da osservare come sino ad oggi, a memoria d'uomo, non si è mai vista una rivoluzione umanistica che, colto il potere, non si sia atrofizzata in tirannidi parareligiose o non si sia stemperata in compromessi e in corruzione. Di Mandela si può dire che, tra queste alternative, che sembrano inevitabili come le Simplegadi, abbia mantenuto una rotta per quanto possibile dignitosa, che, almeno sul piano personale e non già del sistema politico e sociale ed etico in vigore, gli fa largamente meritare il rispetto anche di chi è abituato a considerare criticamente e non miticamente qualsiasi cosa.

Gian Piero Testa - 7/12/2013 - 11:35


Nella foto postata da RV, alla sinistra di Nelson Mandela è seduto Joe Slovo, un ebreo lituano che era venuto in Sudafrica a otto anni insieme con la sua famiglia, segretario del Partito comunista sudafricano e dirigente dell'ANC negli anni duri della lotta all'apartheid, sposo di Ruth First, intellettuale ebrea e comunista, originaria della Lettonia, assassinata nel 1982 dai servizi segreti di Pretoria. Joe Slovo è morto nel '95. Due belle figure da ricordare. E alla storia di Ruth First è ispirato il film Un mondo a parte (A World Apart, 1988), scritto dalla figlia Shawn Slovo e diretto da Chris Menge. Amandla.

L.L. - 7/12/2013 - 20:02


Dio benedica l'Africa e il poeta
tubercolotico che scrisse Io
sono il capitano dell'anima mia
la comunista ebrea e suo marito
e i fucili della Germania Est

16 dicembre 2013

L.L. - 16/12/2013 - 22:22


…per non dimenticare chi ha lottato affinché “altri fossero liberi” (senza avere nulla in cambio…)

I GUERRIERI DIMENTICATI DEL SUDAFRICA
“Se questo paese è libero -si rammaricava un ex guerrigliero – ed ha potuto organizzare eventi come la Coppa del mondo, lo deve all’MK”, Umkonto we Sizwe, il braccio armato dell’African National Congress (ANC). Ma sembra che all’epoca nessun alto dirigente si fosse recato nel misero ufficio dei reduci, con le pareti ricoperte da manifesti ingialliti, per invitare qualche veterano alle manifestazioni.
Tutto era cominciato il 21 marzo 1960. Quel giorno in diversi centri urbani della RSA si svolsero manifestazioni, organizzate dal Pan African Congress (PAC), contro l’obbligo per i neri di portare con sé un lasciapassare. Il regime rispose massacrando a Sharpeville decine di persone. Ufficialmente le vittime furono sessantanove, ma i testimoni sostengono che furono molte di più. Altre vittime a Langa (52 morti) e a Nyanga. Seguirono scioperi, manifestazioni, scontri con barricate e assalti agli uffici del Native Affairs Department. Migliaia di persone vennero arrestate, mentre le truppe isolavano i centri della rivolta. In aprile, il governo metteva fuori legge l’Anc e il Pac. Entrambe le organizzazioni costituirono un braccio armato. L’Anc con l’Umkonto we Sizwe (MK, “Ferro di lancia della nazione”) e il Pac con le unità Pogo (“Noi stessi”). Le prime azioni armate dell’MK contro alcuni palazzi ministeriali a Johannesburg, Port Elisabeth e Durban risalgono al dicembre 1961. Nel 1963, a Rivonia, vennero arrestati vari dirigenti dell’organizzazione clandestina e la guerriglia si trasferì nei paesi amici della “linea del fronte”: Zambia, Mozambico, Tanzania, Angola. Proprio in Angola vennero scritte alcune delle pagine più oscure della lotta di liberazione. Accusati di indisciplina e ingiustamente sospettati di tradimento, alcuni guerriglieri del “Campo 4” vennero torturati dai loro stessi compagni. Altri vennero fucilati per essersi rifiutati di tornare a combattere. In seguito, negli anni ottanta, l’MK porterà a segno alcune delle sue azioni più spettacolari e disperate: attentati contro i depositi di carburante e lanci di granate contro una centrale nucleare.
Oggi i sopravvissuti dicono di sentirsi “messi da parte, cancellati dalla memoria del paese” come i volti dei loro antichi compagni, morti in combattimento o impiccati nelle carceri. Anche Mandela, il loro ex comandante, sembrava averli dimenticati. L’altro leader, Chris Hani (esponente dell’ANC e del SACP, il partito comunista sudafricano) era stato ammazzato in circostanze non del tutto chiare. Ufficialmente da bianchi razzisti, ma non si esclude un regolamento di conti interno all’ANC.
Divenuto presidente, Jacob Zuma, per un breve periodo esponente dell’MK, aveva costituito un segretariato dotandolo di un modesto finanziamento. Un gesto comunque di buona volontà, anche se per la maggior parte di questi freedom fighters era ormai troppo tardi. Molti ex combattenti, ricordava Kebby Maphatsoe “vivono per la strada e per mangiare rovistano nella spazzatura”. Analogo destino per chi faceva parte delle Unità di autodifesa (SDU), 45mila ragazzi che negli anni ottanta presero alla lettera la consegna di “rendere ingovernabili le townships”. Agli scontri con l’esercito e la polizia si aggiunsero i conflitti settari con l’Inkhata Freedom Party (IFP, definiti quisling, collaborazionisti) e le lotte fratricide con formazioni minori. Una guerra civile a bassa intensità, alimentata ad arte dai servizi segreti del regime di Pretoria.
Con la fine dell’apartheid, dopo un rapidissimo processo di smobilitazione delle strutture della guerriglia, in parte erano stati arruolati nell’esercito. Si temeva che questi uomini, provvisti di armi e abituati ad usarle, venissero utilizzati da gruppi più radicali o dalle gang criminali. La maggior parte non riuscì ad inserirsi e abbandonò l’esercito ritrovandosi in una condizione di emarginazione. Il giornalista Jean-Philippe Rémy (Le monde) ne aveva incontrati alcuni che si sono isolati sulle montagne del Magaliesberg, non lontano da Johannesburg. Perseguitati dai ricordi, avevano iniziato un processo di purificazione tradizionale che si richiama alle tradizioni guerriere dei popoli nativi.
Gianni Sartori

Gianni Sartori - 6/11/2014 - 17:55


“VIDI QUEL VOLTO E MI PARVE FAMILIARE…” (in memoria di Nelson Mandela)

“Il giorno dopo, con la giacca a vento e il baschetto verde, stavo in piedi davanti a un muro. Papà mi scattava una foto e io feci un’espressione simile a quella di una tigre che ruggisce o a una foca che sbadiglia. Dietro di me, il vero soggetto della foto: due manifesti formato gigante. Nel primo si vedeva una donna con due grandi ali che diceva: “Diritti per tutti”. Il secondo mostrava una faccia nera che occupava tutto il manifesto. Stavamo camminando per quelle strade larghissime di Parigi fatte apposta per far passare i carri armati. Vidi quel volto e mi parve familiare. Sotto, c’era scritto: LIBERTE’ POUR NELSON MANDELA!”. Ecco chi era! Uno di quelli della mostra. Uno dei capi di tutta la faccenda. Uno del paese senza nome. Vederlo così, con la barba e gli occhi tristi, mi faceva dispiacere. Mio papà provò a staccare il manifesto per portarselo via.”.
Così Leonora ricordava (in “La forma incerta dei sogni” PM editore) il suo primo giorno nella capitale francese, a sette anni. Nella sua personale interpretazione della Marianne (la “donna con le ali”) e dei boulevards (le avevo spiegato la demolizione del tessuto urbano originario nella Parigi dell’800 per impedire la costruzione di barricate e permettere all’artiglieria di manovrare), aveva prontamente riconosciuto il volto del prigioniero di cui in famiglia si discuteva spesso e per la cui liberazione si raccoglievano firme. Era il 1986, probabilmente l’anno più drammatico per il Sudafrica dove la popolazione nera si stava ribellando contro il sistema dell’apartheid.

Il 19 febbraio ad Alexandra (Johannesburg) la polizia sudafricana si rese responsabile dell’ennesimo eccidio uccidendo una ventina di manifestanti. A tre giorni di distanza gli scontri proseguivano nella città assediata, circondata dall’esercito e isolata dal resto del paese.
Il governo di Pretoria stava cercando in ogni modo di impedire il dilagare delle proteste, non solo attraverso la repressione, ma anche innescando con provocazioni “da manuale” conflitti interni ai diversi gruppi politici per scatenare faide e regolamenti di conti. Con l’intento di alimentare nell’opinione pubblica l’idea che i neri non fossero in grado di autogovernarsi e legittimare quindi l’intervento della polizia definita “imparziale”.

L’anno prima, il 1985, era stato attraversato da un grandioso ciclo di lotte contro l’apparato burocratico-militare statale. Il 21 marzo a Langa (Uitenhage-Port Elisabeth) la polizia celebrava a modo suo l’anniversario della strage di Sharpeville del 1960: aprendo il fuoco con fucili da caccia grossa su un corteo funebre (composto prevalentemente da donne e bambini) e provocando una ventina di morti. Altrettanti neri erano stati ammazzati in circostanze analoghe nella settimana precedente. A fine aprile 1985 le vittime della repressione dall’inizio dell’anno erano oltre centocinquanta. In maggio il “Comitato di sostegno ai parenti dei detenuti” (DPSC) informava che “nelle ultime settimane 21 persone sono morte nelle mani della polizia in seguito a interrogatorio, cinque dall’inizio di aprile”. Negli ultimi venti anni i morti accertati nelle stazioni di polizia risultavano essere 63 (24 nel solo 1984), la maggior parte per ferite alla testa. Il DPSC denunciava poi la scoperta di una fossa comune di almeno cinquanta cadaveri sepolti clandestinamente dalla polizia in marzo nella township di Zwide.

La mobilitazione degli abitanti dei ghetti neri si fondava sulla tattica di aggregarsi, attaccare e disperdersi, contemporaneamente in più punti del paese. Ferma restando la disparità incolmabile tra chi lanciava pietre e chi sparava. Altrettanto efficaci le innumerevoli azioni di lotta nonviolenta (dal boicottaggio dei negozi di proprietà dei bianchi alla partecipazione di massa ai funerali dei militanti caduti), determinanti per la ricomposizione della comunità oppressa.
A venir messo in discussione ormai non era soltanto il monopolio del potere da parte dei bianchi, ma anche il ruolo delle multinazionali occidentali (o meglio, delle loro succursali) che realizzavano enormi profitti grazie allo sfruttamento intensivo della manodopera indigena. Tra le altre, a futura memoria: Coca Cola, IBM, Generals Motors, Alfa Romeo, Union Carbide, Olivetti, IRI, Ford, Siemens, Wolkswagen, Bosch, Renault, Leyland, Goodyear, Toyota, Nissan, Ciba, Nestlé, Spie-Batignelles, Pechiney, Rio Tinto Zinc, Barklays, Gec, BP, Shell, Mobil, Control Data Mark. Caltex ecc. Nel settembre del 1985, con l’assalto congiunto di neri e meticci ai quartieri residenziali della ricca borghesia bianca, si era giunti a livelli di scontro fino a qual momento impensabili.

Contemporaneamente il movimento sviluppava una capillare azione contro le “quinte colonne” dell’apartheid nei quartieri neri: collaborazionisti, funzionari locali, “quisling”, spie e infiltrati. In questa drammatica spirale di lotte, repressione e nuove lotte e nonostante le stragi, gli squadroni della morte, le torture, i licenziamenti di massa e le conseguenti deportazioni (a fine aprile più di 17mila minatori per uno “sciopero illegale” nelle miniere della Anglo-American e della Anglo-Waal), le masse popolari sudafricane sembravano avviate autonomamente verso l’insurrezione. E’ significativo che soltanto alla fine del giugno 1985, dopo mesi di scontri e rivolte, l’ANC lanciasse un suo appello a prendere le armi contro il governo segregazionista.

Questo nuovo ciclo di lotte (determinante dopo le sconfitte degli anni sessanta e settanta -v. Soweto- e di cui si possono individuare le origini nei tumulti scoppiati quasi contemporaneamente in otto città-satellite nere il 3 settembre 1984) aveva conosciuto naturalmente anche i suoi fallimenti. Era clamorosamente naufragata la manifestazione del 28 agosto 1985 al carcere di Pollsmoor, impedita con centinaia di soldati, poliziotti, cani, blindati, fucili e fruste. Organizzata e preannunciata con clamore da alcuni leader religiosi (immediatamente arrestati) come un decisivo confronto tra governo e movimento antiapartheid (Boesak aveva dichiarato che avrebbero “rivoltato dalla testa il paese”), nella sua spettacolarità aveva assunto forse troppa importanza, esponendo i manifestanti alla repressione più totale e indiscriminata. Per tutto l’85 sarà un crescendo di lutti. In agosto, dopo tre giorni di scontri, tra i neri si contano oltre trenta morti. E il massacro della popolazione nera in rivolta proseguirà inesorabilmente anche negli anni successivi.

Contro cosa si erano ribellati i neri del Sudafrica, oltre che contro la discriminazione razziale?
Un lungo elenco di buone ragioni: lo sfruttamento bestiale nelle miniere, nelle fabbriche, nelle fattorie-prigioni; l’alto livello di mortalità infantile (ufficialmente, 15% nei ghetti neri metropolitani, 25% nelle homelands, ma in realtà molto superiori, secondo l’ANC, arrivando al 50%); i lager per prigionieri politici come l’isola di Robben; le campagne di sterminio fuori dei confini contro i campi profughi (un migliaio di vittime a Kassinga nel 1977 e altri attacchi in Botswana e Leshoto tra il 1984 e il 1985 ); le condizioni di vita subumane per donne, vecchi, bambini, disoccupati e per tutti coloro che restavano esclusi dal mercato della forza lavoro; gli omicidi bianchi nelle miniere (nel 1985 a Secunda con decine di vittime), spesso per trascuratezza e cinismo da parte dei capisquadra bianchi; sempre nelle miniere la media di un morto ogni venti ore; la morte precoce dei minatori che estraevano l’uranio in Namibia, occupata dalla RSA che vi aveva introdotto l’apartheid; le torture, le uccisioni in carcere, le esecuzioni, le “sparizioni” di oppositori (un caso fra tanti, quello dei tre militanti del “Port-Elisabeth Black Civic Organisation” nel marzo 1985 e di altri esponenti del PEBCO, Sipho Hashe, Qaquvuli, Godolozi e Champion Galela) e gli squadroni della morte statali e parastatali (nel solo mese di giugno 1985 l’uccisione di quattro dirigenti dell’UDF a Cradok e di otto esponenti del COSAS); l’arresto e talvolta anche la tortura di bambini (come gli 800 dai 6 ai 13 anni a Soweto nell’agosto 1985) per non essere andati a scuola o per aver violato le norme dello stato di emergenza; i più di cento bambini morti di fame ogni giorno in quello che è uno dei paesi più ricchi del mondo. Oltre, naturalmente, al sacrificio di migliaia di “dannati della terra” caduti nelle lotte degli ultimi anni, da Sharpeville a Soweto.

Ora, appare evidente che in Sudafrica, nonostante la fine dell’apartheid, molte di tali questioni rimangono drammaticamente aperte. Va ricordato che ancora negli anni ottanta, il regime di Botha aveva finanziato e favorito la nascita di una borghesia clientelare nera (permettendo a qualche imprenditore di costituire società al di fuori dei bantustan). Attualmente anche molti esponenti dell’ANC si sono trasferiti nelle aree di lusso, con ville e campi da golf. Con il risultato che mentre sono diminuite le disparità tra bianchi e neri, sono vertiginosamente aumentate quelle all’interno della comunità nera. E naturalmente le multinazionali (in particolare quelle anglo-statunitensi) hanno potuto conservare il loro potere quasi inalterato. Ma sarebbe comunque ingiusto attribuire troppe responsabilità a Mandela. Un uomo che aveva dignitosamente fatto la sua parte contro l’ingiustizia istituzionalizzata. Sicuramente molti tra i suoi seguaci e successori – in particolare Zuma – non si sono mostrati all’altezza e il cammino da percorrere è ancora lungo (a cominciare da quella ridistribuzione delle terre che era nel programma originario dell’ANC), ma questo sopravvissuto a 27 anni di prigione (e, moralmente, anche alla “sfilata degli ipocriti” intervenuti al funerale) se ne è andato con il suo carisma di combattente della libertà praticamente intatto. Alle future generazioni il compito di completarne l’opera. Quanto alla sua eredità ideale e politica, più che dal presidente statunitense Obama, penso sia oggi rappresentata da “Apo” Ocalan, il leader curdo rinchiuso nelle galere turche.

A chi scrive, con la morte di Nelson Mandela sono tornati alla mente i nomi delle innumerevoli vittime del regime dell’apartheid. Alcuni sono comunque passati alla Storia: Steve Biko (militante della SASO, morto sotto tortura), Victoria Mxenge (avvocato dell’UDF, uccisa da una squadra della morte), Joe Gquabi (oppositore, assassinato dai servizi segreti), Ruth First e Janette Curtis (entrambe con un pacco-bomba dei servizi segreti di Pretoria), Benjamin Moloise (poeta, impiccato), Neil Aggett e Andreis Radtsela (sindacalisti, morti sotto tortura), Dulcie Septembre (esponente dell’ANC, assassinata in Francia dai servizi segreti)…). Ma per un gran numero di assassinati il rischio è di essere definitivamente dimenticate. Chi si ricorda ancora di Saoul Mkhize, Samson Maseako, Taflhedo Korotsoane, Elias Lengoasa, Sonny Boy Mokoena, Mvulane, Bhekie…?
Per ognuno, una piccola storia di sofferenze e umiliazioni ancora da raccontare.

E un commiato affettuoso vada anche alle tante persone conosciute all’epoca del maggiore impegno per “strappare le radici dell’ingiustizia” e che nel frattempo ci hanno lasciato: Benny Nato, Alberto Tridente, Edgardo Pellegrini, Beyers Naudé…
Un esempio per chi li ha conosciuti e per chi non ha avuto questo onore.
Gianni Sartori (dicembre 2013)

P.S. Quanto a Leonora, anni dopo, nel 2004, partì per Sharpeville (città-martire dove nel 1960 la polizia aveva aperto il fuoco con le armi automatiche contro una folla inerme che protestava contro il sistema dei lasciapassare, almeno una settantina di vittime) per incontrare di persona alcuni sopravvissuti alla prigione, alla tortura e alla condanna a morte sospesa soltanto il giorno prima dell’esecuzione (I “Sei di Sharpeville”: Duma Joshua Khumalo, Theresa Machabane Ramashamole, Oupa Moses Diniso, Mojalefa Reginald Sefatsa, Francis Manentsa Mokhesi e Reid Malebo Mokoena) perché “una vocina leggera mi disse che forse una generazione non basta. Le battaglie sono più lunghe e forse funzionano con il sistema della staffetta. Ci si passa il testimone”.
Ma questa è già un’altra storia…

Gianni Sartori - 2/12/2014 - 16:45


Una brutta notizia: Theresa Machabane Ramashamole, la donna dei Sei di Sharpeville, ci ha lasciati. Aveva partecipato alla manifestazioni di Soweto nel 1976 (dove era anche rimasta ferita) e indirettamente anche a quella passata alla storia come la strage di Sharpeville nel 1960. Infatti vi prese parte sua madre che era incinta di lei. Una vita segnata dalla resistenza all'apartheid, dal carcere, dalle torture (botte, scariche elettriche...), dalla condanna a morte per impiccagione con l'esecuzione sospesa il giorno prima...Come per Duma Khumalo (morto qualche anno fa) possiamo dire senza ombra di dubbio che le sofferenze patite in carcere avevano minato la sua salute in maniera irreparabile (tra l'altro a causa delle torture subite non aveva potuto avere figli) e quindi la sua morte è in qualche modo uno strascico dell'apartheid.
Ora dei sei compagni passati, loro malgrado, alla Storia come "I Sei di Sharpeville" solo due rimangono in vita.
Onore a Theresa e a tutte le vittime dell'apartheid.
Gianni Sartori

Gianni Sartori - 3/12/2015 - 19:10


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