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Agosto

Claudio Lolli


Lingua: Italiano

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da "Ho visto anche degli zingari felici" (1976)
Testo e Musica di Claudio Lolli.

S.Benedetto val di Sambro (BO), 4 agosto 1974. La strage dell’Italicus.
S.Benedetto val di Sambro (BO), 4 agosto 1974. La strage dell’Italicus.


- Volevo fare un balzo al '76 all'album "Ho visto anche degli zingari felici", con la canzone "Agosto"; a distanza di trent'anni hai più fiducia nello Stato?

Se per Stato intendi la "cosa astratta" allora ti dirò che non posso non aver fiducia in una comunità laica tra uomini e donne, se mi parli dello Stato in cui vivo oggi e soprattutto nel governo che lo incarna certamente no, insomma dipende dal punto di vista dal quale proponi la domanda.
(da un'Intervista di Ivano Malcotti a Claudio Lolli)

...Agosto del 1974. Claudio è in vacanza con la sua fidanzata quando il 4 agosto, sul treno Italicus, in viaggio nell'Appennino bolognese, scoppia un ordigno che provoca la morte di dodici passeggeri e il ferimento di altre cinquanta persone. Un caso che finirà tra le nebbie degli irrisolti misteri d'Italia. Intanto il marcio presente nei servizi dello Stato avanza inesorabile. E' un agosto carico di tensioni, di domande, tanto che ti dimentichi persino la scoperta di un nuovo amore. Claudio si sente richiamato a precisi doveri intellettuali e morali.

Jonathan Gustini: Claudio Lolli, la terra la luna e l'abbondanza, edizioni Stampa Alternativa, p.115.
SALTA L'ITALICUS
da "Gli anni del terrorismo" di Giorgio Bocca (pagg. 291-293)


La notte del 4 agosto 1974 una bomba esplode nella vettura numero 5 dell'espresso Roma-Brennero. I morti sono 12 e i feriti circa 50, ma una strage spaventosa è stata evitata per questione di secondi: se la bomba fosse esplosa nella galleria che porta a San Benedetto Val di Sambro i morti sarebbero stati centinaia. Racconta un testimone della strage: «Il vagone dilaniato dall'esplosione sembra friggere, gli spruzzi degli schiumogeni vi rimbalzano su. Su tutta la zona aleggia l'odore dolciastro e nauseabondo della morte». I due agenti di polizia che hanno assistito alla sciagura raccontano: «Improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella vettura incendiata c'era gente che si muoveva. Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere esterne erano incandescenti. Dentro doveva già esserci una temperatura da forno crematorio. 'Mettetevi in salvo', abbiamo gridato, senza renderci conto che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci una persona impigliata. 'Vieni via da lì', gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo».

I neofascisti non nascondono di essere gli esecutori. Un volantino di Ordine nero proclama: «Giancarlo Esposti è stato vendicato. Abbiamo voluto dimostrare alla nazione che siamo in grado di mettere le bombe dove vogliamo, in qualsiasi ora, in qualsiasi luogo, dove e come ci pare. Vi diamo appuntamento per l'autunno; seppelliremo la democrazia sotto una montagna di morti». Gli investigatori brancolano nel buio fino a quando un extraparlamentare di sinistra, Aurelio Fianchini, evade dal carcere di Arezzo e fa arrivare alla stampa questa rivelazione: «La bomba è stata messa sul treno dal gruppo eversivo di Mario Tuti che ha ricevuto ordini dal Fronte nazionale rivoluzionario e da Ordine nero. Materialmente hanno agito Piero Malentacchi, che ha piazzato l'esplosivo alla stazione di Santa Maria Novella a Firenze, Luciano Franci, che gli ha fatto da palo, e la donna di quest'ultimo, Margherita Luddi».

Eppure la polizia era informata da tempo che Mario Tuti era un sovversivo e una donna aveva addirittura dichiarato a un giudice che l'autore della strage era proprio lui. Risultato: la denuncia archiviata e la donna mandata in casa di cura come mitomane. Il giudice che aveva raccolto e insabbiato la dichiarazione si chiamava Mario Marsili ed era il genero di Licio Gelli, il gran venerabile della loggia massonica P2.

Si entra così nei misteri della polizia e dei governi-ombra che per alcuni anni hanno condizionato la vita italiana. Il dubbio che la P2 sia implicata nella vicenda induce il giudice bolognese Vella a diffidare del la magistratura aretina. Scrive Giampaolo Rossetti, un giornalista che si è occupato per mesi della vicenda: «Arezzo era città di protezione per i fascisti». Basti pensare alla frase strafottente pronunciata da Luciano Franci, il luogotenente di Mario Tuti, rivolgendosi a un camerata che piagnucolava dopo l'arresto: «Non preoccuparti, da queste parti siamo protetti da una setta molto potente». Una setta, ci spiegò poi il giudice Vella, che puzzava di marcio ed era al centro di un potere occulto collegato alle più oscure vicende della vita italiana. Per saperne di più il giudice Vella si rivolse anche ai Servizi segreti, ma per mesi non ottenne risposta. Protestò e allora l'ammiraglio Casardi, capo del servizio militare, gli scrisse rimproverandolo di ignorare «le norme che regolano il nostro servizio». «Le conosco anche troppo» gli rispose Vella, «ed è questo che mi preoccupa». Probabilmente se i Servizi segreti l'avessero aiutato, il giudice sarebbe subito arrivato a Tuti.

Comunque, all'inizio del '75 viene emesso un mandato di cattura contro Mario Tuti, che però riesce a sfuggire all'arresto. Aspetta che i tre carabinieri andati per arrestano suonino alla porta e poi spara loro addosso uccidendone due e ferendo il terzo. L'uomo riesce ad espatriare, prima ad Ajaccio e poi sulla Costa azzurra. La polizia francese lo rintraccia a Saint-Raphaël, dove ha luogo di nuovo uno scontro cruento, al termine del quale il terrorista viene arrestato. Al processo terrà un contegno sprezzante. Anni dopo, nel 1987, sarà lui a capeggiare una rivolta nel carcere di Porto Azzurro che terrà l'Italia con il fiato sospeso per alcuni giorni.

Le indagini sull'Italicus e su piazza della Loggia hanno spezzato il fronte dell'omertà. I balordi della provincia nera parlano, ma quando il giudice Tamburrino di Padova o il giudice Arcai di Brescia chiedono conferme o aiuti ai Servizi segreti per indagare sulle alte complicità cala la serrana del «segreto di Stato». Le protezioni di cui godono i fascisti sono sfacciate. Valga questo esempio: il 19 luglio del '75 viene arrestato a Milano l'avvocato Adamo Degli Occhi, capo della «maggioranza silenziosa», movimento d'ordine. I carabinieri di Milano chiedono alla Questura di Brescia, che conduce le indagini sulla strage di piazza della Loggia, se devono perquisire l'alloggio dell'avvocato, ma la Questura dice che non è il caso. Intanto un giornalista fascista, Domenico Siena, è entrato nell'alloggio e ne è uscito con due valigie. Dirà che aveva preso effetti personali da far arrivare in carcere all'avvocato. Il dubbio che fossero carte compromettenti è più che lecito.

(*) Il 27 febbraio 2003 Mario Tuti, in carcere ormai da oltre vent'anni, concede un'intervista al "Corriere della Sera". Condannato a due ergastoli per gli omicidi dei due carabinieri e di Ermanno Buzzi, ricordiamo che nel 1992 è stato assolto definitivamente da tutte le imputazioni per la strage dell'Italicus. Riportiamo un breve ed interessante stralcio dall'intervista.

"LIVORNO - Mario Tuti, l'ex terrorista nero condannato a due ergastoli per tre omicidi (due giovani carabinieri ammazzati a sangue freddo e un detenuto strangolato in cella), da martedì è fuori dal carcere. Trenta ore di permesso, divise in tre giorni. Il 28 dicembre era uscito per la prima volta dopo 27 anni, per 4 ore. Ieri nella sede dell'Arci di Livorno ha presentato un Cd-rom multimediale, da lui realizzato, sul Museo Fattori. Oggi incontrerà la figlia, che non l'ha mai visto prima. Ha 56 anni, non si è mai pentito né dissociato. Ha scritto un saggio per il libro di imminente pubblicazione "La Bibbia dei non credenti", al quale hanno collaborato Massimo Cacciari, Luciano Violante e Francesco Guccini. Un anno fa è stato protagonista in carcere di uno spettacolo sul Vangelo. Dice di essere un altro uomo, di odiare la violenza, di temerla quasi."


Neppure la strage dell'Italicus sembra avere grande eco nella canzone politica e d'autore italiana. Dopo Piazza Fontana e con il progredire della strategia della tensione e del terrorismo dello stato italiano, la canzone sembra prendere altre strade. Ma esiste anche in questo caso un'importantissima eccezione, vale a dire la canzone "Agosto" di Claudio Lolli, tratta dall'album "Ho visto anche degli zingari felici" (del 1976).

Una canzone terribile. Una canzone quasi rimossa. Non so dire se Lolli ancora la esegua durante i suoi concerti, non assistendone poi ad uno da qualche millennio. Una canzone dalle parole dure e lucide. Una canzone dove si dicono esattamente le parole che tutti sanno, ma che vengono ancora tenute mascherate, insabbiate, coperte. Una canzone che tutti dovrebbero conoscere.
Agosto. Improvviso si sente
un odore di brace.
Qualcosa che brucia nel sangue
e non ti lascia in pace,
un pugno di rabbia che ha il suono tremendo
di un vecchio boato:
qualcosa che urla, che esplode,
qualcosa che crolla,
un treno è saltato.

Agosto. Che caldo, che fumo,
che odore di brace.
Non ci vuole molto a capire
che è stata una strage,
non ci vuole molto a capire che niente,
niente è cambiato
da quel quarto piano in questura,
da quella finestra
Un treno è saltato.

Agosto. Si muore di caldo
e di sudore.
Si muore anche di guerra
non certo d'amore,
si muore di bombe, si muore di stragi
più o meno di Stato,
si muore, si crolla, si esplode,
si piange, si urla.
Un treno è saltato.

30/6/2005 - 15:21



Lingua: Inglese

Versione inglese di Riccardo Venturi
English Version by Riccardo Venturi
30 luglio / July, 30, 2005
AUGUST

August. Suddenly, you
smell glowing ashes.
Something burning in your blood
that doesn’t leave you in peace,
a violent blow sounding terribly
like an old roar:
something shouting, exploding,
something collapsing.
A train has blown up.

August. So hot. In the smoke
you smell glowing ashes.
You understand it in no time:
this is a massacre.
Then you understand in no time
that nothing has changed:
jumping down from that fourth floor window
at Milan police headquarters
a train has blown up.

August. You’re dying of heat,
you’re dying of sweat.
And you’re dying of war, too,
not surely of love.
You’re dying of bombs, you’re dying of massacres
- more or less state organized,
you’re dying, collapsing, exploding,
you’re crying, you’re shouting,
a train has blown up.

30/7/2005 - 18:57


questa canzone mette i brividi, se si ha la possibilità di impararne il testo a memoria e far scorrere nella propria mente le parole mentre si legge l'articolo che questo sito ha riportato su una strage terribile che purtroppo è stata quasi dimenticata: e lo è ancor di più se si pensa all'assurda e terribile coincidenza con la strage di sei anni dopo, sempre ad agosto e sempre in una stazione (Bologna) e, come se non bastasse, sempre della stessa matrice (nera): suppongo che chi ha vissuto quel periodo riconosca in Lolli un lucido narratore di cronache da un Paese dilaniato dall'assurdità
by Andrea

3/4/2008 - 00:23


PIAZZALE EST
di Riccardo Venturi

plest


La stazione di Bologna, la più grossa stazione di transito d'Italia (non terminale, cioè, come sono Roma Termini o Firenze Santa Maria Novella), per far partire i localacci e gli interregionali ha bisogno dei piazzali: Est e Ovest. E se per caso , per cambiare un trenaccio in un luglio africano, tocca scendere al piazzale Ovest (quello famoso per i treni per e da Poggio Rusco, che sarebbe come se in Liguria un posto si chiamasse "Poggio Rumenta" o in Lazio "Poggio Monnezza") per andare a prendere la coincidenza per Prato al piazzale Est, c'è da camminare. Parecchio da camminare. Succede quando, per risparmiare qualche soldo e disposti veramente a tutto, si viaggia coi treni regionali e interregionali; io sono uno di quelli là, di quelli disposti, appunto. Quelli del Treno a Bassa Velocità. Quelli delle stazioni mai viste da voialtri umani, perché la stazione di Pontenure non sapete nemmeno che esiste. Non vi siete mai fermati a Musiano Pian di Macina, voi del Freccia Club o della Top Class di Italo. Ne sapete un cazzo, voi, della stazione di Populonia Baratti; e nemmeno di quella di San Benedetto Val di Sambro, che poi c'entra qualcosa con quel che mi accingo a raccontare.

Siamo dunque al piazzale Ovest della stazione di Bologna, quello di Poggio Rusco; si scende da un regionale da Piacenza, e comincia la camminata per andare a prendere il 2277 Bologna-Prato, ferma a tutte le stazioni, cinque vagoni, aria condizionata a macchia di leopardo, controllore sbracato, fumatina regolare nel cesso chiuso a chiave perché le ritirate sono ancora di quelle col finestrino a "vasistas". I passeggeri, pochi, tutti ammassati nell'unico vagone dove sembra esserci una parvenza di aria condizionata; negli altri, una temperatura sui 45 gradi. Ma il biglietto costa sette euri e novantacinque; poi, da Prato, si fa a sbafo fino a Firenze perché tanto il biglietto non lo controllano mai. Esistono tutte delle tecniche delle quali non vi parlerò; se però volete andare da Firenze a Bologna senza spendere un centesimo, basta prendere il locale da Rifredi alle 4,41 del mattino e ve la potete dormire certi che, su quel treno, il controllore non c'è nemmeno. Ci sono dei ceffi abbastanza brutti, è vero, ma pur sempre meno brutti del compagno Moretti, l'ex amministratore delegato delle Ferrovie, e, più che altro, che non hanno provocato nessuna strage alla stazione di Viareggio. E che non hanno fatto esplodere, su un treno, nemmeno un raudo fischione.

Ma torniamo alla stazione di Bologna e alla camminata coast to coast dal piazzale Ovest al piazzale Est. Occorre farla, per forza, dal marciapiede del binario 1 centrale; e così, ogni volta, si rifà tutto il percorso. Lo squarcio nella parete, che è stato lasciato mettendoci una vetrata. La fermata alla sala d'aspetto, che è già tanto se c'è ancora una sala d'aspetto in una stazione, visto che in altre le hanno tolte di mezzo sostituendole col Freccia Club o col Club Italo; la lapide con ottantacinque nomi, le immagini che ritornano, i cadaveri portati via sopra l'autobus della linea 37, l'orologio fermo sulle dieci e venticinque. Eppure, oggi, è una giornata normalissima, a parte il caldo micidiale; ma non c'è nessuna fretta. Si deve vedere anche, seppur brevemente, un amico di passaggio da quelle parti. Tempo anche di constatare che, nella sala d'aspetto, ora c'è pure la Stanza delle coccole, uno spazio per far giocare i bambini. E si ripensa, magari, a Angela Fresu, di anni tre, che un due di agosto di tanti anni fa non ha avuto nessuna coccola. Si ripensa a tante cose in questo maledetto paese, e ci si pensa ovunque si metta piede viaggiando dove si fermano treni lenti e scalcinati.

Dalla sala d'aspetto e dallo squarcio, accanto al quale un'altra lapide ricorda come vi si sia fermato a pregare anche Giovanni Paolo II (quello che pregava ovunque, anche sui balconi assieme ai dittatori cileni), ancora lungo è il cammino per il piazzale Est. Specialmente col solito zaino in spalla dove c'è tutta la casa, si può dire. Noialtri viaggiatori alla God Hangman (= alla 'ioboia, ndr) non si scherza mica; si piglia un trenaccio per andare a Genova in una piazza, si canta la canzone di Sotiris Petrulas, ragazzo ammazzato dalla polizia, insieme alla madre di un ragazzo ammazzato dalla polizia; si balla su una canzone scritta in galera da uno che è morto, poi, di cancro, e si ripiglia un altro trenaccio da Brignole passando, sotto un sole cocente, per via Tolemaide che magari questo nome a qualcuno ricorderà qualcosa; ma mica per tornare a casa. Si va a Milano Rogoredo, dove alle nove della sera ci saranno trentasei gradi. E poi a Piacenza, 33 gradi alle undici e mezzo la sera. Il giorno dopo, cioè oggi, altri treni dimenticati. Lo zaino coi libri di fantasmi (compresa la Carmilla di Le Fanu, che non è on line ma in un vecchio libriccino da mille lire), la Settimana Enigmistica, la macchinetta fotografica, le matite e le penne nell'astuccio con Titti il Canarino, l'asciugamano cubano, le sigarette, le chiavi, le magliette di ricambio, il coltellino svizzero, l'ombrello tascabile, il cavatappi e la bottiglietta d'acqua brodosa.

Con quello zaino in spalla, magari a un'età non più da ragazzino, piano piano si esce da quella che, generalmente, si definisce "stazione di Bologna". Formalmente, certo, è la stessa stazione; ma, a un certo punto, scompaiono i tabelloni hi-tech, le tabaccherie, la macchinette vendi-ogni-cosa, i vacanzieri, i simil-manager in simil-giacca e simil-cravatta, tutto. Come passare da una città a un paesino dimenticato da dio. Viene quasi da pensare che, quel due di agosto, dal piazzale Est non si sia sentita nemmeno l'esplosione e che sia partito, pure in orario, un locale per Prato.

Il Piazzale Est è un mondo a parte, a world apart. Quattro binari per destinazioni del tipo Monzuno o Portomaggiore. Trenini fermi a aspettare chissà chi; e persino un ingresso separato, che dà su una via dedicata a tale Masini. Al posto delle macchinette automatiche, dei gadget e di tutte le altre stazionàggini, una vera, autentica fontanella che butta acqua pigiando il rubinetto. Si avvicina un ragazzo africano, magari di un paese dove in questo momento c'è una gradevole temperatura di venti gradi, e si fa un'accurata pulizia del viso e delle braccia; poi torna a risistemarsi su dei materassini, poco più in là, assieme a degli altri ragazzi come lui. Tutti stesi all'ombra della tettoia del binario 4, da dove l'ultimo treno dev'essere partito quindici anni fa. Compostissimi, si riposano senza fare nessun rumore e danno un senso di pulizia. Lo imito; puzzo che avello, sudato fradicio, e una rinfrescata ci vuole proprio. L'acqua è pure fresca e sostituisco la melma che oramai ho nella bottiglietta. Tre persone in tutto a aspettare il treno per Prato, il 2277, che tra non molto piglierà la strada dell'Appennino come fosse un partigiano; e il paragone non è di fuori, visto che dal piazzale Est partono pure i locali per Marzabotto.

Un operaio sta a leggere le stronzate del "Resto del Carlino" seduto su un muletto Jungheinrich, che vorrebbe dire "giovane Enrico". Potrei stendermi da qualche parte, dopo aver dato una sigaretta a una ragazza che mi dice che "dorme per la strada". Le rispondo che la sigaretta gliela avrei data anche se dormiva allo Sheraton, e ci si fa una risata. Che si fa? Potrei stendermi da qualche parte; ma se mi stendo da qualche parte, mi addormento. E allora si esplora ben bene il piazzale Est, quel mondo a sé dentro la grande stazione che ne ha viste di tutte tranne, appunto, il piazzale Est. E così, dopo un po', scopro una cosa: questa qua sotto.

silver


Silver Sirotti, il 4 agosto 1974, ha immolato la giovane vita ai più alti ideali di umana solidarietà. Traduzione: dev'essere saltato in aria sul treno Italicus. E sto lì a guardare quella lapide davanti alla quale non si dev'essere fermato a pregare nessun papa, al massimo il parroco di via Masini. Nessuno squarcio vetrato nel muro; a Silver Sirotti, ferroviere del personale viaggiante di Bologna, è stato riservato un angolino del piazzale Est. Non ne so nulla, di Silver Sirotti. Uno qualunque che era a lavorare assieme a degli altri qualunque che viaggiavano su un treno esploso in una galleria. Poi quel treno, e me lo ricordo bene anche se avevo solo undici anni, fu tirato fuori e portato, sventrato, alla stazione di San Benedetto val di Sambro. Una di quelle dove ferma il locale per Prato; poi fa la galleria e sbuca a Vernio-Montepiano-Cantagallo. Mi ci fermai anche io, a quella stazione, con un'ambulanza; era il 23 dicembre 1984 ed era, provate a immaginare, saltato in aria un treno. Ed è così che Silver Sirotti è diventato una targa metallica attaccata su un muro del piazzale Est. Cinquecento metri a valle c'è l'enorme lapide sulla quale hanno scritto: Vittime del terrorismo fascista. Per Silver Sirotti, nessun terrorismo e nessun fascista. Solo il nome di un treno e una data. E, dimenticavo, la giovane vita immolata ai più alti ideali di umana solidarietà.

Non so che cosa abbia fatto e come sia morto esattamente, quel giorno, Silver Sirotti. Non so perché e come si sia immolato. Credo che, come i passeggeri che si trovavano dentro quel treno, avrebbe fatto volentieri a meno di immolarsi; anche perché, in Italia, spesso e volentieri non ci si immola affatto. Ti immolano loro. Per una strategia, per intrighi, per giochi di potere, per ricatti, per tentati golpe, per pressioni, per mafie, per battaglie aeree, per qualsiasi cosa. Poi si fanno i depistaggi, i processi bis ter quater fino ad esaurire gli avverbi numerali latini, le condanne, le cancellazioni, gli appelli, le cassazioni, i comitati dei familiari che chiedono giustizia, e la "giustizia" tutt'al più consiste una lapide più o meno grande. O in una targa metallica al piazzale Est. Al piazzale dell'Est, per due soldi, una targa il Sirotti si beccò; e i due soldi, naturalmente, erano quelli del suo stipendio di ferroviere. E sono passati, quanti? Ah, ecco: quarantuno anni. In un paese che, ora, di solidarietà e di umanità non ne ha più. In un paese carogna dove i fascisti scorrazzano e fanno affaroni. E così, finalmente, mi metto a sedere appoggiato al lastrone terminale di uno dei quattro binari.

C'è da pensare a cose più pratiche e urgenti. Trovare il vagone con l'aria condizionata ad esempio; che privilegiati che siamo diventati. Nel '74, su un treno che non era poi certamente un localaccio, l'aria condizionata non esisteva. Bisognava aprire i finestrini, perché il 4 di agosto faceva caldo di certo e si andava a saltare in aria col vento in faccia. Bisogna sistemarsi alla bell'e meglio, in mezzo a conversazioni telefoniche in lingue sconosciute. Si tirano fuori dallo zaino i libri dei fantasmi, ma di fantasmi, qua, ce ne sono parecchi più che nei libri. Quelli dei libri, poi, sono quasi tutti nobili. Conti, baronesse, eteree fanciulle di alto e antico lignaggio. Hanno nomi esotici, tipo Carmilla. I fantasmi dei treni, invece, sono operai. Ferrovieri, casalinghe, bambini, studenti. E si chiamano, magari, Angela. O Silver. I fantasmi dei libri, alla fine trovano la loro pace o la loro giustizia; quelli dei treni non la trovano. Diventano lapidi o targhe al piazzale Est, ci scusiamo per il disagio. Stevenson o Le Fanu non avrebbero saputo che farsene; si accontentino di uno che scrive un blog e che passa, sudato, puzzolente e con una bottiglietta d'acqua Lilia, per il piazzale Est per tornare a casa in un'estate rovente.

24/7/2015 - 21:19


Silver Sirotti Silver Sirotti (Forlì, 2 settembre 1949 – San Benedetto Val di Sambro, 4 agosto 1974) è stato un ferroviere conduttore delle Ferrovie dello Stato, insignito di Medaglia d'oro al valor civile alla memoria per aver tentato di soccorrere i viaggiatori coinvolti nella Strage dell'Italicus.

Forlivese, giovane diplomato all’I.T.I.S. “Marconi” di Forlì nel 1968, studente alla Facoltà di Ingegneria presso l'Università di Bologna, fu assunto nel 1973 dalle Ferrovie dello Stato con la qualifica di "conduttore" (controllore), presso il Deposito Personale Viaggiante di Bologna. Il 4 agosto 1974, nel momento della morte Sirotti era in servizio di scorta sul treno Espresso 1486 "Italicus" ; aveva appena 25 anni.

Il conduttore Silver Sirotti sopravvisse allo scoppio della bomba sul treno, non trovandosi in quel momento nella vettura esplosa. Tuttavia, anziché mantenersi in salvo, intendendo aiutare i viaggiatori intrappolati nelle fiamme, armato di un semplice estintore entrò nella vettura rovente.[1]

Secondo le testimonianze di due agenti di polizia: «Improvvisamente il tunnel da cui doveva sbucare il treno si è illuminato a giorno, la montagna ha tremato, poi è arrivato un boato assordante. Il convoglio, per forza di inerzia, è arrivato fin davanti a noi. Le fiamme erano altissime e abbaglianti. Nella vettura incendiata c'era gente che si muoveva. Vedevamo le loro sagome e le loro espressioni terrorizzate, ma non potevamo fare niente poiché le lamiere esterne erano incandescenti. Dentro doveva già esserci una temperatura da forno crematorio. 'Mettetevi in salvo', abbiamo gridato, senza renderci conto che si trattava di un suggerimento ridicolo data la situazione. Qualcuno si è buttato dal finestrino con gli abiti in fiamme. Sembravano torce. Ritto al centro della vettura un ferroviere, la pelle nera cosparsa di orribili macchie rosse, cercava di spostare qualcosa. Sotto doveva esserci una persona impigliata. 'Vieni via da lì', gli abbiamo gridato, ma proprio in quel momento una vampata lo ha investito facendolo cadere accartocciato al suolo».
Wikipedia

dq82 - 25/7/2015 - 15:04


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