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Gambadilegno a Parigi

Francesco De Gregori


Lingua: Italiano


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da "Pezzi" (2005)

De Gregori all'uscita l'ha presentata dicendo che oggi, l'informazione falsata, ci parla tanto dei morti (quasi sempre soldati e non civili) ma molto poco dei feriti. Gambadilegno è un ferito reduce da una guerra - probabilmente dal Vietnam, ma non lo sa nemmeno lui - che va a Parigi per farsi mettere una protesi. E sogna però di stare ad Atene, quella che immagina come culla della civiltà.

Gambadilegno è, secondo le indicazioni che lo stesso De Gregori ha fornito, un soldato ferito, reduce della guerra di Corea oppure della guerra del Vietnam. Questo soldato non è reduce – come si potrebbe pensare – della seconda guerra mondiale, «per noi troppo remota», dice De Gregori, «né più attuale, perché la sua ferita è rimarginata da tempo» (mentre le guerre di Corea e del Vietnam ci richiamano alla mente guerre più vicine). Quindi ovviamente Gambadilegno non fa riferimento al personaggio del fumetto di Topolino, ma diventa – con la figura retorica dell’antonomasia – un nome che indica il ferito con la protesi al posto della gamba. La canzone ha come sfondo un dopoguerra a Parigi, dove Gambadilegno, proveniente da New York, si reca perché nella capitale francese costruiscono delle prodigiose protesi per mutilati.

...continua a leggere l'analisi testuale della canzone a cura di Sandra Rizzardi dell'Università di Bologna

Grande Arche La defense Paris

Può essere utile ricostruire un soggetto, ma certo importano di più le suggestioni, e di suggestioni qui ce ne sono a iosa. A partire da quell'"e allora sognò..." Un continuum di révéries, apparentemente inconsistenti sul piano temporale, prive di ordine e di ragioni. C'è un gambadilegno stilizzato, straniato nel titolo a buffa immaginetta da giornalini, subito smentita.

Gamba di legno è un reduce di guerra, c'è poco da scherzare. Atene e Parigi i due momenti di una civiltà, quella occidentale, città icone di temperie culturali precisissime; la prima appare in sogno, sotto la neve, perfettamente algida e diafana, un mito di perfezione polare. L'altra è la Parigi di una sfilata di reduci in parata militare, tra cui il nostro gamba di legno, e con l'entusiasmo per la guerra appena lasciatasi alle spalle.

Un passo indietro, ed ecco il militare e la crocerossina - chissà, forse di hemingwayana memoria. Sappiamo che lo scrittore americano arruolatosi per il fronte italiano durante la prima guerra mondiale come volontario della croce rossa, rimase ferito proprio ad una gamba; in quell'occasione conobbe l'infermiera Agnes von Kurowsky. Queste vicende sono finite nello splendido
Farewell to Arms (1929). Sappiamo tra l'altro che negli anni venti Hemingway visse proprio a Parigi. E allora, anche la pioggia che sferza i lungomare, le città e le fermate del tram è la pioggia che proprio in Hemingway è latrice di morte. Così i soldati, carichi di pioggia, e l'umidità, l'inverno da cui il militare chiede all'infermiera di poter uscire.

Di nuovo Atene, di nuovo un flash, di nuovo una contrapposizione, e di questo dopoguerra non rimane traccia di parate e di festeggiamenti, il nostro è solo. Non ci viene detto nulla di Aprile, non sappiamo se il suo è stato un epilogo simile a quello di Agnes o piuttosto a quello del suo alter-ego letterario Catherine.
Il brano si chiude con una breve quanto struggente elegia ricalcata sull'evocatività di un paio di toponimi parigini, a tratteggiare un paio di immagini veramente da antologia.

Ripeto, imho un capolavoro di equilibrio e immaginificità.

Gioviale
E allora sognò Atene
e la sua bocca spalancata
E la sua mano da riscaldare
e la sua vita stonata
E quel suo mare senza onde
e la sua vita gelata
E allora sognò Atene
sotto una nevicata

Guardalo come cammina
ballerino di samba
E come inciampa in ogni spigolo
innamorato e ridicolo
Come guida la banda
come attraversa la strada
senza una gamba

Portami via da questa terra
da questa pubblica città
Da questo albergo tutto fatto a scale
da questa umidità
Dottoressa chiamata Aprile
che conosci l'inferno
Portami via da questo inverno
portami via da qua

E allora sognò Atene
e l'ospedale militare
Ed i soldati carichi di pioggia
e un compleanno da ricordare
Ed un ombrello sulla spiaggia
e un dopoguerra sul lungomare
E allora sognò il tempo
che lo voleva fermare

Guardalo come cammina
Lazzaro di Notre Dame
Come sta dritto nella tempesta
alla fermata del tram
Chiama un tassì si mette avanti
dai Campi Elisi alla Grande Arche
Gambadilegno avanti avanti
avanti marsch!

inviata da Antonio Piccolo - 26/3/2005 - 18:58


Ad ascoltarla attentamente, ognuno può trarne le proprie emozioni e significati. Io mi sono commosso.

Franco - 29/1/2015 - 14:46


L'ho ascoltata nella versione dell'ultimo lavoro di Francesco. Sublime !Mi ha emozionato al punto da riascoltarla ininterottamente per tutto il viaggio di andata e ritorno in autofra Milazzo e Siracusa.

Angelo - 3/2/2015 - 22:48


mi strazia. colonna sonora della fine di un amore mai vissuto fisicamente... ma che ci ha arricchito e massacrato ambedue.

emilio - 22/9/2017 - 12:08


"Mai vissuto fisicamente"? Forse lo strazio stava lì... Meno male che è finito 'sto "arricchente massacro"!

Ciula d' pì!

Fauno - 22/9/2017 - 20:24


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