Lingua   

A questo punto il prezzo qual è

Ivan Della Mea


Lingua: Italiano

Guarda il video

Loading...

Ti può interessare anche...

Battipaglia
(Franco Trincale)
L'estaca
(Lluís Llach)
Sesto San Giovanni
(Gang)


idmea
[1972]
Parole e musica di Ivan Della Mea
Paroles et musique: Ivan Della Mea




L'ho saputo dagli occhi


È una lunga notte.

E vi voglio raccontare una cosa, accaduta qualche giorno fa.

Qualche giorno fa, in due serate del primo freddo forte di quest'autunno, delle persone si sono ritrovate in un posto antico rubato alla periferia. Una villa. Di solito, vi si ritrovavano all'interno, in quello che chiamo il chiostro anche se non si tratta, no di certo, di un monastero.

Anzi, tutt'altro che solitudine, tutt'altro che contemplazione quieta e inutile delle bellezze del mondo. Là attorno, di bellezze ce ne sono poche. Ci sono i casermoni della città che cresce disordinata. Ci sono i capannoni industriali. Ci sono gli interminabili vialoni delle puttane e delle polizie.

Quel posto ospita un istituto che si occupa della conservazione e dello studio delle tradizioni popolari, particolarmente musicali. È l'istituto Ernesto De Martino. Suo presidente, fino al giorno di sua morte, è stato Ivan Della Mea. Le persone che vi si sono ritrovate erano là per lui.

Ma questo non è né un resoconto, né un racconto delle serate. C'erano artisti e persone comuni, come me ed un'altra amministratrice di questo sito. C'erano, anche se li abbiamo evitati, persino dei politici. C'era, semplicemente, chi ci voleva essere. Disposto anche a trasferirsi su un prato antistante, dov'era stato montato un tendone con una specie di palco ed erano state sistemate delle sedie da giardino.

Disposto a scaldarsi soltanto con quella gente che cantava e suonava, con una temperatura di un grado sotto lo zero.

Sesto Fiorentino. Ci devono avere qualcosa di particolare, questi posti che si chiamano Sesto. La loro storia, a un certo punto, li ha portati ad essere delle Stalingrado. Sesto San Giovanni. E il 1898 di Sesto Fiorentino, i suoi morti per il pane. I carabinieri che sparano sulla folla che manifesta contro l'aumento del prezzo dell'alimento fondamentale. Il primo comune d'Italia che ebbe un sindaco socialista.

Ci si aggirava, qua e là.

Veniva servita, per sfamare la gente, della roba alla buona. Zuppa di ceci. Pane e salame. Vino rosso del contadino. Quante volte ci sono stato, in quel posto. Anche il giorno in cui Ivan dev'essere andato a mettere a soqquadro l'aldilà, con la sua mole, le sue incazzature, le sue canzoni.

Appunto, si cantavano le sue canzoni. Proprio in quel posto dove, non so quante volte, le ho sentite cantare da lui. E non soltanto lì. Una volta in particolare, in piazza della Loggia a Brescia, un 28 maggio. Sempre bevendo gozzate di vino e cantando, mentre passava l'uomo la cui compagna era quella, morta, coperta dal tocch ross de bandera. Una canzone in questo sito, mai cantata o pubblicata, me l'ha data Ivan quel giorno, appositamente per noi. Non si trova altrove, in Rete. E da nessun'altra parte. E son di quelle cose che non si scordano.

E Fosdinovo, lassù in montagna, quand'ero arrivato da solo dopo essermi macinato centocinquanta chilometri in macchina: ehi, fiorentino! E io di rimando: lucchesaccio baciapile! E giù risate, mentre se ne stava, come sempre, seduto al banco del De Martino, coi libri e coi dischi. Non ci si conosceva da tanto tempo, io e Ivan. E non ci si conosceva neanche bene. Non voglio millantare ciò che non è. Non ho da raccontare battaglie in comune o cose del genere. Non sono fra quelli che, con vera o finta familiarità, lo chiamavano il Mea.

Sempre a Fosdinovo, il venticinque aprile di quest'anno. L'ultima volta che l'ho visto. Un saluto e un “come va”. “Mica tanto bene”, mi rispose. Aveva, come tutti sanno, male all'orologio. Sarà anche per questo che, da più di vent'anni, io non porto più l'orologio. Né al polso, né in tasca, né da nessun'altra parte. Io li odio, gli orologi. Ci passerei sopra col rullo compressore.

Nel cortile della villa, c'era una bellissima gatta bianca.

meonemetwo


Mi è venuto a mente che, sempre qui dentro, sulla pagina di quella che è una delle sue canzoni più famose, lo avevo trasformato in gatto. Nero. Quella era una gatta bianca, ma all'improvviso, ho capito dov'era andato a finire, Ivan Della Mea. Mentre tutti cantavano, bene o male; mentre Cisco (“quello che si chiama come un router”) straziava Cara moglie, mentre i bresciani sparavano, in tutti i sensi, Ringhera, mentre Darmo Giromini faceva i suoi looping con la fisarmonica, mentre Lolli lolleggiava Io so che un giorno che è possibile che Della Mea gli avrebbe spaccato un orinale in testa se l'avesse sentito, non fosse stato per il mirabile arpeggio di Capodacqua che salvava ogni cosa. Ma sono questioni di scarsa importanza. Nulle.

La gatta bianca non si spiccicava dalla Daniela.

Una festa. Si dice sempre così. Seguita dall'immancabile come avrebbe voluto Ivan. Io sono prudente. So una sega come avrebbe voluto Ivan. Ho anche la vaga impressione che Ivan avrebbe voluto essere, più che altro, vivo. E stare bene. E battagliare fino a cent'anni sonati. Una festa per un morto non c'è, e tutti lo sanno. Anche quelli che lo dicono. Mancava. Anche se, una volta sloggiati dal tendone sul prato per i regolamenti comunali e trasferitici nel chiostro, l'esibizione è ridiventata partecipazione di tutti, anche di un gigantesco cane bombardato dai suoni, dai rumori e dagli odori della roba da mangiare. Anche se, sia sul palco la prima serata che nel chiostro la seconda, è andata a finire con una goliardata corale a base di Pellegrin che vien da Roma.

Nel chiostro, Ivan Della Mea si metteva -anche lì- spesso a sedere al banco dei libri e dei dischi. C'era anche quella sera, e non vi sedeva nessuno. Però, non so dire se involontariamente o meno, dietro a una sedia, sul muro, avevano attaccato un manifesto con la faccia di Ivan. Visto da una certa angolazione, sembrava proprio che Ivan fosse là, a sedere; ma era un'angolazione che bisognava andarsela a cercare. Oppure capitarci per caso, mentre tutti erano a cantare. Giravo da solo. Mi sono ritrovato lì davanti, con la testa che andava per conto suo. Aiutata anche da qualcosina di non propriamente analcolico.

Cazzo! Non l'ho salutato!, ho pensato. E sono partito verso il banco. Ciao I...; e mi sono fermato, a mezzo passo. Che scherzi che fanno le angolazioni. Menomale che non se n'è accorto nessuno.

Qualche ora prima invece m'ero accorto che Claudio Cormio aveva cantato questa canzone, quella che vedete e ascoltate, proprio dalla sua voce e dalla sua chitarra, in questa pagina.

E c'erano diverse cose che bruciavano, sì.

Nel frattempo, la gatta bianca doveva sicuramente aggirarsi nel buio di una lunga notte. Sentivo cantare La nave dei folli, con la Boninelli e il Ciarchi che per tutto il tempo primo aveva fatto il rumorista riuscendo a suonare persino una bandiera rossa. Proprio a suonarla, a farle emettere suoni brandendola fra la gente. E su quella nave c'ero. E sapevo anche chi fosse il capitano, e chi la gatta di bordo. L'ho saputo dagli occhi.

Riccardo Venturi.
Si può amare la vite sul colle
il gioco di pietre lanciate alla roggia
Il pane rotondo, l’ulivo che viene
Ma l’importante è sapere
A questo punto il prezzo qual è.

Si può amare la casa sul monte
che ride alla valle tra lecci e castagni,
l’amore antico di un uomo costante.
Ma l’importante è sapere
A questo punto il prezzo qual è.

Si può amare la pace leggera
del ceppo che canta nel vecchio camino,
la noce che crocchia, il sorso del vino.
Ma l’importante è sapere
A questo punto il prezzo qual è.

E posso amare il dubbio di dio
che mi prende il cuore guardando la sera,
paura di stelle, paura di terra.
Ma l’importante è sapere
A questo punto il prezzo qual è.

E posso amare la voglia borghese
di me uomo stanco che lascio la guerra
per fare l’amore col grillo parlante.
Ma l’importante è sapere
A questo punto il prezzo qual è.

E posso amare la rabbia perdente,
la stretta d’angosce metropolitane,
il grido più solo: ritorno al paese.
A questo punto non serve sapere
ogni pavese è da bruciare.

Per ogni stanco il prezzo è Guevara,
è Inti Peredo, Vietnam, Mariguella,
Ceccanti e Avola e Battipaglia
Brucia ragazzo brucia, la lotta continua ancora
Brucia ragazzo brucia, continuerà.

Brucia ragazzo brucia, la lotta continua ancora
Brucia ragazzo brucia, continuerà.

inviata da Riccardo Venturi - 18/10/2009 - 03:23




Lingua: Francese

Version française – QUEL EN EST LE PRIX – Marco Valdo M.I. – 2009
Chanson italienne – A questo punto il prezzo qual è – Ivan Della Mea

perivan
QUEL EN EST LE PRIX

On peut aimer la vigne sur la colline
Le jeu des pierres jetées au canal
Le pain rond, l'olive qui mûrit
Mais l'important est de savoir
À ce moment, quel en est le prix.

On peut aimer la maison sur la montagne
Qui rit vers la vallée entre les yeuses et les châtaigniers,
L'amour à l'ancienne d'un homme constant.
Mais l'important est de savoir
À ce moment, quel en est le prix.

On peut aimer la paix légère,
La souche qui chante dans la vieille cheminée,
La noix qui croque, la gorgée de vin.
Mais l'important est de savoir
À ce moment, quel en est le prix.

Et je peux aimer le doute de dieu,
Qui me prend le cœur en regardant le soir.
Peur des étoiles, peur de terre.
Mais l'important est de savoir
À ce moment, quel en est le prix.

Et je peux aimer l'envie bourgeoise
Qui me prend à moi, homme las de guerre,
De faire l'amour avec le grillon bavard.
Mais l'important est de savoir
À ce moment, quel en est le prix.

Et je peux aimer la rage perdante,
L'étranglement d'angoisse de la ville,
Le cri solitaire: Je rentre au pays.
À ce moment, rien ne sert de savoir
Il faut brûler tous ses drapeaux.

Pour chaque épuisé le prix est Guevara,
C'est Inti Peredo, Vietnam, Mariguella,
Ceccanti et Avola et Battipaglia
Brûle mon gars brûle, la lutte continue encore
Brûle mon gars brûle, la lutte continuera.

Brûle mon gars brûle, la lutte continue encore
Brûle mon gars brûle, la lutte continuera.

inviata da Marco Valdo M.I. - 4/11/2009 - 17:44




Lingua: Italiano (Lombardo Milanese)

Pellegrin che vien da Roma

Pellegrin che vien da Roma
el va il birocc
cun le scarpe rute ai pe’
el va il birocc, birocc el va
pellegrin che vien da Roma
cun le scarpe rute ai pe’.

Non appena fu arrivato
el va il birocc
all’osteria se ne andò.
el va il birocc, birocc el va
Non appena fu arrivato
all’osteria se ne andò.

Buona sera, signor oste,
el va il birocc
c’è una camera per me?
el va il birocc, birocc el va
Buona sera signor oste,
c’è una camera per me.

Camera ce n’e’ una sola,
el va il birocc
dove dorme mia miee.
el va il birocc, birocc el va
Camera c’è ne una sola,
dove dorme mia miee.

Per maggiore sicurezza
el va il birocc
metteremo un campanel.
el va il birocc, birocc el va
Per maggiore sicurezza
metteremo un campanel

Mezzanotte era suonata,
el va il birocc
campanel sentì a suonar.
el va il birocc, birocc el va
Mezzanotte era suonata,
campanel sentì a suonar.

Spocraccion d’un pellegrino,
el va il birocc
sta ghe faa a la mia miee?
el va il birocc, birocc el va
Sporcacion d’un pellegrino,
sta ghe faa al la mia miee?

Se campassi anche cent’anni,
el va il birocc
de pellegrin en tegni pô.
el va il birocc, birocc el va
Se campassi anche cent’anni
de pellegrin ne tegni pô.

inviata da Riccardo Venturi - 5/11/2009 - 03:45


Pour Marco Valdo M.I.:

J'ai apporté quelques petites corrections à ta belle traduction de cette chanson, par ailleurs si difficile à traduire. La traduction d'un texte d'Ivan della Mea, c'est comme toute sa vie; et ça relève de la lutte.

Merci.

Riccardo Venturi - 5/11/2009 - 04:02


Precisazione

Mi chiamo Mea.

La gatta bianca - 5/11/2009 - 04:05


Pagina principale CCG

Segnalate eventuali errori nei testi o nei commenti a antiwarsongs@gmail.com




hosted by inventati.org