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Il soldato Masetti

anonimo


Lingua: Italiano


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(anonimo)


Racc. da Giovanni Bosio, Cotignola (Ravenna), 1968, inf. Rosita Benini Melandri.

I carabinieri di Alfonsine a cavallo, usciti per registrare i danni al circolo monarchico. Si nota la scritta "viva Masetti abbasso l'esercito". In terra i resti del biliardo, e dei quadri del Re e della Regina scaraventati giù dalla finestra del primo piano.
I carabinieri di Alfonsine a cavallo, usciti per registrare i danni al circolo monarchico. Si nota la scritta "viva Masetti abbasso l'esercito". In terra i resti del biliardo, e dei quadri del Re e della Regina scaraventati giù dalla finestra del primo piano.


"Considero la parola guerra un anacronismo" (Augusto Masetti)


Il testo fa riferimento all'attentato del soldato anarchico Augusto Masetti, muratore di San Giovanni in Persiceto, contro il tenente colonnello Stroppa, nel 1911, alla vigilia della partenza per la Libia.

(Da: "La musica dell'Altraitalia")

IL SOLDATO CHE DISSE NO ALLA GUERRA
Storia dell'anarchico Augusto Masetti (1888-1966)
di Roberto Zani - Da "Cenerentola" del 6 ottobre 2003
tratto dalsito delle "Edizioni Spartaco" dove si trovano varie recensioni al libro di Laura De Marco "Il soldato che disse no alla guerra".


Nato nel 1888 a Sala Bolognese, Augusto risiede e lavora come muratore a San Giovanni in Persiceto. È iscritto alla locale Camera del Lavoro ed Armando Borghi lo ricorda come un attivista valido ma estremamente schivo, tanto che non saprebbe precisarne gli orientamenti ideologici. Occorre dire che Masetti, di famiglia numerosa e povera, è uomo di scarsa cultura e probabilmente le distinzioni teoriche tra anarchici e socialisti non lo appassionano. In occasione della guerra di Libia, il giovane viene richiamato per la seconda volta alle armi nell’ottobre del 1911. La sera del 29 ottobre è l’ultimo ad essere sorteggiato per la partenza in terra libica, in programma il giorno seguente. Alle sei di mattina, nel cortile della caserma Cialdini di Bologna, si stanno radunando le truppe in attesa del discorso di saluto del colonnello: improvvisamente un colpo parte dal fucile di Masetti e ferisce ad una spalla il tenente colonnello Stroppa. L’autore del gesto grida: "Viva l’anarchia, abbasso l’esercito!"; mentre viene bloccato incita alla ribellione i camerati. Gli viene trovato in una tasca un volantino antimilitarista (forse consegnatogli dall’anarchico Clodoveo Bonazzi) che invita i soldati a sparare verso bersagli diversi da quelli indicati dai superiori. Durante gli interrogatori si dichiara anarchico rivoluzionario. Il reato è quello di "insubordinazione con vie di fatto verso superiore ufficiale", punibile con la fucilazione alla schiena.

L’avvenimento divide l’opinione pubblica: da una parte si tengono manifestazioni a sostegno dell’esercito e della guerra, dall’altra si creano le condizioni per una crescita improvvisa della propaganda antimilitarista tramite la fondazione del Comitato Nazionale "Pro Masetti" ad opera di anarchici, socialisti, repubblicani e varie personalità non appartenenti alle organizzazioni "sovversive". Lo slogan "viva Masetti, abbasso l’ esercito" si diffonde per tutta l’Italia centrale e settentrionale, nascono numerosi comitati locali, ovunque si tengono manifestazioni e comizi costantemente osteggiati dalle forze dell’ordine. Masetti diventa il simbolo dell’opposizione ad una guerra che non aveva trovato consensi negli strati meno abbienti della popolazione, impermeabili alla robusta campagna di stampa colonialista e guerrafondaia. L’ antimilitarismo non è infatti solo una presa di posizione politica o di principio delle organizzazioni di estrema sinistra, ma soprattutto rappresenta un sentimento largamente diffuso tra le classi popolari, che conoscono l’esercito come strumento di repressione interna di uno Stato ben lontano dal rappresentare gli interessi dei lavoratori. La coscrizione viene vissuta come un’ imposizione odiosa.

In questo clima, lo Stato giolittiano manovra abilmente per evitare che Masetti diventi un martire e, tramite la perizia di due psichiatri nominati dal Tribunale di Venezia, l’ imputato viene dichiarato un ‘soggetto degenerato’, che ha agito in stato di "morboso furore" a causa di un "acuto stimolo passionale"; il tutto suffragato dalle pittoresche teorie di antropologia criminale prese a prestito da Cesare Lombroso.

L’11 marzo 1912 la sentenza: il fatto non costituisce reato e Masetti viene trasferito dal manicomio giudiziario di Reggio Emilia, dove si trovava in osservazione, a quello di Montelupo Fiorentino. L’ agitazione per la liberazione di Masetti pare inarrestabile e si ottiene che venga trasferito nel manicomio civile di Imola (gennaio 1914). Sia il direttore del manicomio che gli infermieri (la cui lega aderisce al comitato Pro Masetti), non credono alla pazzia del degente. Il comitato chiede una nuova perizia che affermi la "ritrovata" sanità mentale del Masetti, il Tribunale di Venezia accoglie l’istanza ma fa trasferire il degente presso il manicomio di Brusegana (Padova), nominando due periti che tergiversano affinché diminuisca l’attenzione nei confronti della vicenda.

Nel 1914 scoppia anche il caso di Antonio Moroni, giovane socialista rivoluzionario che a causa della sua militanza politica è inviato, subito dopo l’arruolamento, ad una compagnia di disciplina. La vicenda dà nuovo slancio alla propaganda antimilitarista: il 7 giugno 1914, festa nazionale dello Statuto, si tiene una manifestazione non autorizzata ad Ancona pro Masetti e Moroni, duramente repressa dalle forze dell’ordine che uccidono tre partecipanti. Lo sciopero generale si estende rapidamente, in Romagna e nelle Marche assume un carattere insurrezionale: è la "Settimana Rossa". Lo slogan è ora "Viva Masetti, abbasso il re". Ma la fine dell’agitazione, la successiva partecipazione dell’Italia al conflitto mondiale, la rottura del fronte antimilitarista che aveva costituito i comitati (con molti personaggi di primo piano che passano improvvisamente nelle file dell’ interventismo), fanno dimenticare in fretta il caso Masetti. Approfittando della situazione, viene emessa la seconda perizia psichiatrica che lo considera un soggetto socialmente pericoloso in quanto "mentalmente anormale". Tuttavia Masetti resta un simbolo per tanti giovani che scelgono di disertare la chiamata alle armi in occasione della I° guerra mondiale.
Augusto Masetti nel 1964
Augusto Masetti nel 1964

Tornato nel manicomio di Imola, il degente può uscire abbastanza liberamente dalla struttura, fino a frequentare le riunioni serali degli anarchici organizzati nell’Unione Sindacale Imolese: a quel punto interviene il sottoprefetto che chiede al direttore del manicomio un trattamento più adatto ad un malato mentale. Ciononostante nel 1919 Masetti viene dato in affidamento ad una famiglia imolese, riprende l’attività di muratore e nel 1932 viene definitivamente revocato l’ordine di ricovero. Nel frattempo si era creato una famiglia con l’imolese Concetta Pironi, dalla quale aveva avuto tre figli.

Masetti resta però fedele ai suoi principi: Nel settembre 1935 chiede di poter disertare le adunate del regime per la guerra d’Etiopia, viene subito incarcerato e quindi confinato per 5 anni a Thiesi (Sassari). Durante il trasferimento "dà prova di squilibrio mentale" e giunto a destinazione viene rinchiuso nel locale manicomio, dove resta circa tre mesi. Nel maggio 1940 può ritornare a Imola. È nuovamente incarcerato il 13 settembre 1943, durante la retata operata dalle truppe naziste che prendono possesso della città. L’11 settembre 1944 viene ucciso in combattimento il figlio Cesare, partigiano della 36° Brigata Garibaldi. Nel dopoguerra prosegue l’attività antimilitarista in vari modi, ad esempio correggendo in modo originale i manifesti di chiamata alle armi. Continua a frequentare gli ambienti anarchici fino alla morte, che avviene nel marzo 1966 quando è investito da una motocicletta di un vigile urbano.



video con un'intervista ad Augusto Masetti nel 1964
Nella cella del numero nove
lì fu posto il soldato Masetti,
ben serrato tra toppe e paletti,
ed angoscioso si mise a pensar.

«Fermi, fermi» el dice il guardiano
- e ci ha in testa una larga ferita -
«tu sarai messo in una cella imbottita
ma se continui a straziarti così.

Ma dimmi, dimmi che cosa facesti,
perché attenti a spaccarti il cervello?»
«Io ho sparato sul mio colonnello,
non so se vive o se morirà.

Buon guardiano, ti prego, ti prego,
quando è l'ora e tu lasci il servizio,
ma deh, consolami col tuo sagrifizio
ed impostami un biglietto così:

ma gli è sopra gli è scritto un perdono
a mia madre, a mia moglie, ai miei figli;
madre, riabbraccia e ancora mio padre,
lor non son più padroni di me.

Io potessi morire all'istante,
se la morte a me mi fosse concessa;
non vorrei trovarmi al processo
e condannato alla fucilazion».

inviata da Riccardo Venturi



Lingua: Inglese

English version by Riccardo Venturi
October 31, 2011
SOLDIER MASETTI

In the cell number nine
there was put soldier Masetti,
well locked in latches and bolts
he started thinking in distress.

“Stop it, stop it”, the warden says,
“he's got a large wound on his head,
you'll be put in a padded cell
if you keep on torturing yourself.”

“So tell me, tell me, what did you do,
why do you try and split your head open?”
“I shot at my colonel commander,
I don't know if he's alive or dead.

You good warden, I pray you, I pray you,
at the hour when your service is over,
please comfort me by your sacrifice
and mail me a letter this way:

There's written some words of pardon
to my mother, my wife and my children;
mother, give my hugs to my father,
they don't command anymore on me.

May I die there on the spot
if they would grant me to die by myself,
I don't want to be judged in a trial
and sentenced to be shot.”

31/10/2011 - 10:07


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