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Fuoco e mitragliatrici

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primitiva
Le CCG Primitive

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[1915-1916]
Musica: Ernesto De Curtis, per la canzone "Sona, Chitarra"

I fanti della Brigata Sassari alla Trincea dei Razzi. Bosco Cappuccio, dicembre 1915.
I fanti della Brigata Sassari alla Trincea dei Razzi. Bosco Cappuccio, dicembre 1915.


Canto di protesta risalente al primo conflitto mondiale, raccolto da Roberto Leydi ad Alfonsine, in provincia di Ravenna.
Canto di protesta contro le terribili condizioni della guerra in cui, per conquistare pochi metri di terra, si devono perdere tanti compagni.
Fu scritto probabilmente tra il 16/12/1915 (episodio della "Trincea dei raggi" o "dei razzi", che gli eroici fanti della Brigata Sassari riuscirono a conquistare con un assalto alla baionetta), ed il 29/3/1916 (quinta battaglia dell'Isonzo).

Questa canzone, dalla melodia assai suggestiva, tuttora è suonata a valzer nelle Quattro Province (Piacenza, Genova, Alessandria e Pavia) con strumenti tradizionali come piffero (oboe popolare ad ancia doppia) fisarmonica cromatica e cornamusa.


Canto della Grande Guerra composto sull’aria della canzonetta napoletana “Sona chitarra” di Libero Bovio con musica di Ernesto De Curtis, del 1913.

Le località menzionate nelle varie versioni del canto ne fanno risalire la composizione tra la fine del 1915 e l'inizio del 1916. Alle pendici di Monte San Michele era allora situato un trincerone italiano, che verso valle andava al bosco Cappuccio (qui chiamato "monte Cappuccio"), e verso monte al bosco Lancia ed alle trincee delle Frasche e dei Razzi. La conquista di quest'ultima (qui citata come "Trincea dei Raggi"), il 16 dicembre 1915, costò alla brigata Sassari la morte dei due terzi dei suoi soldati.
Canti come questo, da cui traspare - con inattesa sincerità - un sentimento doloroso verso l’obbligo del servizio militare e verso la guerra, non sono molto frequenti nel repertorio dei soldati, dato che la retorica celebrativa dei canti militari impone e diffonde ben altri testi.]

Dal sito della corale L'albero del Canto

Non ne parliamo di questa guerra
che sarà lunga un'eternità;
per conquistare un palmo di terra
quanti fratelli son morti di già!

Fuoco e mitragliatrici,
si sente il cannone che spara;
per conquistar la trincea:
Savoia ! - si va.

Trincea di raggi, maledizioni,
quanti fratelli son morti lassù!
Finirà dunque 'sta flagellazione?
di questa guerra non se ne parli più.

O monte San Michele,
bagnato di sangue italiano!
Tentato più volte, ma invano
Gorizia pigliar.

Da monte Nero a monte Cappuccio
fino all'altura di Doberdò,
un reggimento più volte distrutto:
alfine indietro nessuno tornò.

Fuoco e mitragliatrici,
si sente il cannone che spara;
per conquistar la trincea:
Savoia ! - si va.


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Lingua: Italiano

La versione, molto bella, eseguita dai Barabàn in "Canzoni Italiane. I canti della grande guerra" (Fratelli Fabbri Editore, 1994); a sua volta ripresa dall'incisione nell'album Naquane. Differisce da quella raccolta da Leydi a Alfonsine in alcuni punti, per la disposizione delle strofe (e per la mancanza di una); al termine della canzone i Baraban eseguono il valzer sulla melodia della canzone, tipico delle Quattro Province.

I Barabàn
I Barabàn

Si può scaricare da Italian Folk Music


fmi

FUOCO E MITRAGLIATRICI

Non ne parliamo di questa guerra
che sarà lunga un'eternità;
per conquistare un palmo di terra
quanti fratelli son morti di già!

Trincea dei razzi, maledizione,
quanti fratelli son morti lassù !
Finirà dunque 'sta flagellazione?
Di questa guerra non se ne parli più.

Fuoco e mitragliatrici,
si sente il cannone che spara;
per conquistar la trincea,
Savoia ! - si va.

Fuoco e mitragliatrici,
si sente il cannone che spara;
per conquistar la trincea,
Savoia ! - si va.

Da monte Nero a monte Cappuccio
fino all'altura di Doberdò,
un reggimento più volte distrutto:
alfine indietro nessuno tornò.

Non ne parliamo di questa guerra
che sarà lunga un’eternità,
per conquistare un palmo di terra
quanti fratelli son morti di già !

Fuoco e mitragliatrici,
si sente il cannone che spara;
per conquistar la trincea,
Savoia ! - si va.

Fuoco e mitragliatrici,
si sente il cannone che spara;
per conquistar la trincea,
Savoia ! - si va.

inviata da Riccardo Venturi - 13/1/2006 - 17:47


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Lingua: Spagnolo

Versión española por Riccardo Venturi
Versione spagnola di Riccardo Venturi
13 de enero de 2005 . 13 gennaio 2005

Molto spesso, quando sono fuori da solo e mi muovo (in automobile o a piedi) mi viene da cantarmi delle canzoni già in altre lingue. E' così che sono nate e nascono molte delle cose che faccio, con il ritmo già in testa. La lingua prescelta quasi...si sceglie da sola, a seconda di quella migliore per rendere il ritmo dei versi dell'originale. Per "Fuoco e mitragliatrici", che mi stavo cantando nella versione dei Barabàn, è stata lo spagnolo. E' naturalmente cantabile da chiunque lo desideri. [RV, 13-1-2005]

FUEGO Y AMETRALLADORAS

Que no me hablen de esta guerra
que durará como la eternidad,
por conquistar un pedazo de tierra,
¡cuántos hermanos murieron ya !

Y las trincheras, ¡ay qué maldad !,
¡cuántos hermanos murieron allá !
¿Acabará toda esta crueldad ?
Y de esta guerra no se hable más.

Fuego y ametralladoras,
se oye el cañón disparando,
por conquistar la trinchera
adelante que van.

Fuego y ametralladoras,
se oye el cañón disparando,
por conquistar la trinchera
adelante que van.

Del Monte Negro al Monte Capucho
hasta la altura del Doberdó
un regimiento a que le aniquilaron,
de las batallas ya nadie volvió.

Que no me hablen de esta guerra
que durará como la eternidad
por conquistar un pedazo de tierra,
¡cuántos hermanos murieron ya !

Fuego y ametralladoras,
se oye el cañón disparando,
por conquistar la trinchera
adelante que van.

Fuego y ametralladoras,
se oye el cañón disparando,
por conquistar la trinchera
adelante que van.

13/1/2006 - 18:14


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Lingua: Ungherese

Magyar nyelvre fordította Riccardo Venturi
2009-01-11-én

Egy a I. világháború idejére visszanyúló tiltakozási dal, amit az olasz népzenetudós Roberto Leydi meggyűjtött Alfonsinében, a ravennai megyében.
A dal tiltakozik a háború szörnyű állapota ellen, amiben a katonáknak el kell veszteni olyan sok társat, hogy elfoglaljanak egy arasznyi földet.
A dalt írták valószínűleg 1915.12.16-a (támadás a “Rakéták Lövészárkára”, amit a hős Sassari gyalogezred elfoglalt egy szuronyrohammal) és 1916.3.29-e (Isonzo ötödik harca) között.

Ez a szép, keringődallamú dal még mostanaban játsszák a “Negy Megyében” (Piacenza, Génua, Alessandria és Pavia) hagyományos hangszerekkel, pl. az olasz dudával (kétnyelvű népoboa), a kromatikus harmonikával és a pásztorsíppal. A dallamot írta a híres nápolyi zeneszerző Ernesto De Curtis Libero Bovio daláért “Sona, Chitarra” (“Játssz, gitár”). [RV]

TŰZ ÉS GÉPPUSKÁK

Ne beszéljünk erről a háborúról,
ami szörnyű sokáig tart;
hogy elfoglaljon egy arasznyi földet
mennyi testvér már halt meg!

Tüzet, géppuskákat,
lövő ágyúkat hallunk;
a lövészárok támadasára
Savoia !* - induljunk.

Az átkos “Rakéták Lövészárkánál”
mennyi testvér ott fenn halt meg!
Mikor ez a borzalom vége?
E háborúról ne beszéljünk többé.

Ó olasz vérrel átázott
San Michele-hegy!
Mennyiszer, de mindhiába
Goricát elfoglalni kiséreltük meg.

Monte Neróról monte Cappuccióra
a doberdòi magaslatig,
egy ezredet többször semmisítettek meg,
semmi nem tért vissza, végül.

Tüzet, géppuskákat,
lövő ágyúkat hallunk;
a lövészárok támadasára
Savoia !* - induljunk.


* Savoia ! - az olasz rohamseregek harckiáltása a I. világháborúban.

11/1/2009 - 08:31


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Lingua: Ungherese

La versione ungherese proveniente dal blog A Nagy Háború írásban és képben (La Grande Guerra in documenti e immagini)
Magyar fordítás a blogról A Nagy Háború írásban és képben

L'articolo di Natasa Gajdarova Két dal a Doberdóról (Due canzoni su Doberdò) contiene anche una traduzione ungherese di Fuoco e mitragliatrici, che qui si riporta. [RV]

TŰZ ÉS GÉPPUSKÁK

Ne beszéljünk erről a háborúról,
aminek sosem lesz vége;
egy arasznyi földért cserébe
mennyi testvér meghalt már!

Tűz! Géppuska- és,
ágyúszót hallunk;
a lövészárkok ellen
Savoia!* – induljunk!

Az átkozott világítórakéták árkánál
mennyi társunk ottmaradt!
Véget ér valaha ez a borzalom?
E háborúról többé ne beszéljünk.

Ó, olasz vérrel áztatott
San Michele-hegy!
Hányszor kíséreltük meg,
mindhiába, elfoglalni Goriziát.

A Monte Nerótól Monte Cappucción át
a doberdói magaslatig
seregünk többször megsemmisült,
a harcokból végül senki se tért vissza.

Tűz! Géppuska- és,
ágyúszót hallunk;
a lövészárkok ellen
Savoia! – induljunk!

inviata da Riccardo Venturi - 26/8/2013 - 18:42


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Lingua: Italiano

L'ho riscritta, dopo aver letto questa notizia:

Fine della nostra missione a Nassiriya: l'obiettivo
è stato raggiunto, alla faccia di tutti quei morti innocenti. Nel mezzo ci sono una montagna di soldi spesi per portare la "pace" in quei territori, i soldati morti nella strage di Nassiriya e tante menzogne vomitate dai media per nascondere le vere motivazioni della missione in Iraq.

Come volevasi dimostrare ... anche col servizio mandato in onda sempre da Rainews24 " In nome del petrolio - la verità scomoda (NASSIRIYA)"

"Zubair è uno dei maggiori giacimenti di petrolio al mondo". Non nasconde la soddisfazione l'ad Eni, Paolo Scaroni, in un'intervista al Financial Times: il cane a sei zampe si è aggiudicato la concessione per lo sviluppo del giacimento 'giant' Zubair, in Iraq.

Fiamma Lolli

FUOCO E MITRAGLIATRICI

Non ne parliamo di questa guerra
che sarà lunga un'eternità;
per conquistare un barile di greggio
quanti fratelli son morti di già!

Fuoco e mitragliatrici,
si sente il cannone che spara;
per conquistar la trincea:
Petrolio! - si va.

Trincea di sabbia, maledizioni,
quanti fratelli son morti lassù!
Finirà dunque 'sta flagellazione?
di questa guerra non si parla più.

O sponde del fiume Eufrate,
bagnate di sangue italiano!
Tentato più volte, ma invano
i pozzi pigliar.

Dalle rovine di Ur e di Larsa
nella provincia di Dhi Qar,
un reggimento più volte distrutto:
alfine il pieno potremo far.

Fuoco e mitragliatrici,
si sente il cannone che spara;
per conquistare un barile di greggio:
Petrolio! - si va.

inviata da Fiamma Lolli - 16/10/2009 - 10:41


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Lingua: Italiano

Versione di Stefano Valla e Daniele Scurati

I DISERTORI

Fuoco e mitragliatrice
senti il cannone che tuona
per conquistar la trincea
Savoia, si va!

Tuona cannone, tuona
tuona sugli altipiani
e noi da bravi italiani
dobbiamo avanzar.

Voi altri disertori
forse l’avrete capita
prima che guerra finita
dovrete morir.

inviata da DonQuijote82 - 9/7/2012 - 15:05


... e sono pure morti invano, perchè pare che con l'autorizzazione all'aumento del tiraggio dai pozzi di Zubair (si passa da 200.000 a 1.125.000 milioni di barili al giorno!!!) l'ENI potrebbe anche decidere di lasciar perdere la partita di Nassiriya... Come si dice, "cornuti e mazziati" (e ammazzati)...

Eni, dopo Zubair rivalutare interesse su Nassiriya

Alessandro - 16/10/2009 - 11:03


Appalto senza scrupoli

di Annalena Di Giovanni

IRAQ - L'ENI si è aggiudicata una fetta del 40 per cento del gigante dei giacimenti del terzo Paese produttore di risorse energetiche. Un potenziale da un milione di barili al giorno. Ottenuto con tagli alla sicurezza sul lavoro.

«Saremo i primi e vogliamo il massimo», dichiarava da mesi Paolo Scaroni, direttore esecutivo della nostrana Eni. E il massimo l’hanno avuto: Zubair, gigante fra i giacimenti del Paese terzo al mondo per risorse energetiche. Un potenziale di un milione di barili al giorno, che l’Eni conta di portare a un milione e 250mila entro il 2017, e una clamorosa doppietta per le multinazionali che aspettano da anni di lanciarsi sui pozzi dell’Iraq: l’appalto di Zubair val bene qualche piccola concessione.

Che poi tanto piccola non è: prima c’è stato da scaricare la Sinopec, partner cinese del consorzio, che altro non aveva fatto se non acquisire un’altra compagnia petrolifera già firmataria di accordi col Kurdistan (che vorrebbe staccarsi dal resto del Paese) non passati dall’approvazione di Baghdad, e quindi considerati illegali. Poi sono venute le condizioni sui profitti: nessuna percentuale sul petrolio iracheno. I guadagni, per l’Eni, una volta sviluppato il giacimento, saranno di due dollari a barile.

La società ne aveva chiesti 4,80, ma niente da fare. Infine, il problema dei costi di estrazione: Baghdad li voleva ridotti del 50 per cento. Un’impresa impossibile, non fosse stato per il compromesso dell’ultimo minuto. La proposta dell’Eni è stata di tagliarli dai costi di messa in sicurezza. Una soluzione che si commenta da sola, proveniendo da un Paese che conta una media di 4 morti sul lavoro al giorno. È dalla sconfitta di Saddam che il balletto delle concessioni petrolifere si protrae di anno in anno, e che il ministero del Petrolio iracheno pone condizioni contrattuali di fatto inaccettabili per le multinazionali del petrolio: sfruttamenti di pochi anni, contratti di collaborazione piuttosto che di gestione dei siti, e guadagni minimi.

A Baghdad sanno di poter fare senza l’aiuto delle compagnie straniere. L’Iraq vanta guadagni sufficienti a rimettere in funzione i propri pozzi, personale qualificato, e soprattutto una legge petrolifera che, nonostante tutte le pressioni americane, con tanto di governi fatti e disfatti, continua a non permettere la privatizzazione. Senza contare l’opposizione, organizzata e pronta a tutto, dei lavoratori petrolchimici iracheni contro la svendita delle risorse. In pratica, l’appalto all’Eni non serve all’Iraq. Né a loro, né a nessuna compagnia esterna. Ma è difficile tenersi il petrolio finché il Paese è mantenuto sotto assedio dalle truppe Usa e, soprattutto, da migliaia e migliaia di mercenari che non risultano da nessuna parte, non rispondono a nessuno, ma di fatto hanno preso il posto dei marine nell’assicurarsi che il petrolio non rimanga nelle mani degli iracheni.

Colpo grosso, dunque, per l’Eni, che ha carpito l’appalto del gigante Zubair «grazie al suo alto profilo di professionalità ed efficienza», come segnala la segreteria del ministero del Petrolio. Che ha vinto la gara d’appalto tagliando le spese di messa in sicurezza. Che sarà fra i primi a privatizzare il petrolio iracheno, quello che per cinquant’anni è stato proprietà pubblica e che ha pagato le migliori università del mondo arabo, i migliori ospedali, e la formazione di alcuni dei migliori ingegneri petrolchimici sulla piazza, e che adesso pagherà le vacanze di qualche squalo che se ne giocherà le azioni in Borsa. Restare, per l’Eni, non sarà indolore.

Ci sarà da rubare il petrolio di un Paese (perché speculare sul loro petrolio, per gli iracheni, è rubare), e il più possibile, per giunta, prima che il contratto finisca...

E da mettere a tacere i lavoratori iracheni, tuttora in lotta contro la privatizzazione delle risorse, togliere lavoro ai locali con manodopera importata a prezzi più bassi...

e quando questo provocherà l’ira dei sindacati locali, probabilmente tutto finirà con l’esercito iracheno che apre il fuoco sui picchetti dei lavoratori per salvaguardare gli interessi della nostra compagnia nazionale senza che in Italia se ne venga a sapere molto...

Qualcuno, questo appalto, lo dovrà pur pagare


E a quanto pare non saremo né noi, né l’Eni.

Alessandro - 16/10/2009 - 11:10

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