Lingua   

Canzone del padre

Fabrizio De André


Lingua: Italiano

Scarica / ascolta

Loading...

Guarda il video

Loading...

Ti può interessare anche...

La notte dei fondi
(Giorgio Cordini)
Fiume Sand Creek
(Fabrizio De André)
Verranno a chiederti del nostro amore
(Fabrizio De André)


fabfuma
[1973]
Testo di Fabrizio De André e Giuseppe Bentivoglio
Musica di Fabrizio De André e Nicola Piovani
Lyrics by Fabrizio de André and Giuseppe Bentivoglio
Music by Fabrizio De André and Nicola Piovani
Paroles de Fabrizio De André et Giuseppe Bentivoglio
Musique de Fabrizio De André et Nicola Piovani
impiegato

cimilav

Il protagonista dell'album (Storia di un impiegato, 1973) è un impiegato trentenne che si chiede per quale motivo la gioventù del Maggio francese, invece di adagiarsi in una vita sicura con un posto di lavoro sicuro, si sia lanciata in una feroce rivolta e - sicuramente - condannata alla sconfitta.
Si rende conto di far parte di quella schiera che gli studenti combattono. Si rende conto di far parte di quel piccolo mondo vigliacco e borghese tacitamente sottomesso al potere.
L'impiegato si accorge di avere la forza per ribellarsi al potere stesso anche adesso che le rivolte studentesche sono finite, proprio quando la sua età e le sue abitudini avrebbero potuto discriminare la sua volontà. Comincia ad immaginare un modo per farlo, e per "farcela da solo". Comincia a sognare, ben 3 volte.
Dapprima sogna di piazzare una bomba in un ballo mascherato dove sono radunati tutti quei personaggi che, nella storia, hanno simboleggiato un potere, una bandiera, un'ideale. È il terrorismo di un individualista esasperato, l'azione solitaria, la vendetta solitaria, tutto è funzione catartica del tutto, perché tutto è potere, dai padroni agli amici, dalle guardie ai genitori: il rancore dell'impiegato esplode con e come una bomba, rappresenta l'ultimo disperato sfogo di un uomo incatenato per anni, senza accorgersene, ai voleri di chi sta sopra di lui.
L'illusione di una giustizia fatta viene ben presto sfatata nel secondo sogno, un monologo psichedelico del giudice al processo del terrorista. L'impiegato attende una pena terribile, esemplare.
Sorprendentemente il giudice, vicario del potere, ringrazia l'impiegato per quella bomba: bisogna che il potere si rinnovi periodicamente, non può sostare troppo tempo nelle stesse mani, bisogna che tutto cambi. L'impiegato entra automaticamente a far parte del potere distruggendo una parte di esso con la bomba. Essendo dunque il potere, l'impiegato può decidere autonomamente della sentenza che lo riguarda.
Nel terzo sogno, il conclusivo, abbiamo l'impiegato che ricorda come il suo processo si conclude, dopo averne sortito gli effetti.

Si vedano le "Note per (una) interpretazione"






"Vuoi davvero lasciare ai tuoi occhi 1
Solo i sogni che non fanno svegliare" 2.
"Sì, Vostro Onore, ma li voglio più grandi."
"C'è lì un posto, lo ha lasciato tuo padre. 3
Non dovrai che restare sul ponte
E guardare le altre navi passare:
Le più piccole dirigile al fiume,
Le più grandi sanno già dove andare 4."
Così son diventato mio padre,
Ucciso in un sogno precedente 5,
Il tribunale mi ha dato fiducia:
Assoluzione e delitto, lo stesso movente. 6

E ora Berto, figlio della Lavandaia,
Compagno di scuola 7, preferisce imparare
A contare sulle antenne dei grilli 8,
Non usa mai bolle di sapone per giocare. 9;
Seppelliva sua madre in un cimitero di lavatrici
Avvolta in un lenzuolo, quasi come gli eroi; 10,
Si fermò un attimo per suggerire a Dio
di continuare a farsi i fatti suoi. 11;
E scappò via con la paura di arrugginire, 12,
Il giornale di ieri lo dà morto arrugginito; 13,
I becchini ne raccolgono spesso
Fra la gente che si lascia piovere addosso 14.

Ho investito il denaro e gli affetti,
Banca e famiglia danno rendite sicure. 15:
Con mia moglie si discute 16 l'amore,
Ci sono distanze, non ci sono paure;
Ma ogni notte lei 17 mi si arrende più tardi,
Vengono uomini, ce n'è uno più magro; 18,
Ha una valigia e due passaporti,
Lei ha gli occhi di una donna che pago. 19.
Commissario io ti pago per questo,
Lei ha gli occhi di una donna che è mia. 20:
Ll'uomo magro ha le mani occupate,
Una valigia di ciondoli, un foglio di via 21.

Non ha più la faccia del suo primo hashish,
È il mio ultimo figlio, il meno voluto.22,
Ha pochi stracci dove inciampare,
Non gli importa d'alzarsi, neppure quando è caduto. 23:
E i miei alibi prendono fuoco, 24,
Il Guttuso ancora da autenticare 25,
Adesso le fiamme mi avvolgono il letto,
Questi i sogni che non fanno svegliare 26.
Vostro Onore, sei un figlio di troia,
Mi sveglio ancora e mi sveglio sudato; 27,
Ora aspettami fuori dal sogno,
Ci vedremo davvero, io ricomincio da capo 28.
NOTE per (una) interpretazione

[1] lasciare ai tuoi occhi: osservare, provare, fare esperienza.

[2] i sogni che non fanno svegliare: i desideri, le ambizioni, gli ideali, che successivamente si riveleranno vani e inconsistenti.

[3] lo ha lasciato tuo padre: ricordiamo brevemente come il padre dell'impiegato ha lasciato il suo posto:
Mio padre pretende aspirina ed affetto (ormai vecchio, solo e consumato dal potere) / e inciampa nella sua autorità, (talmente ingombrante da farlo inciampare) / affida a una vestaglia il suo ultimo ruolo / ma lui esplode dopo, prima il suo decoro (prima che il padre salti in aria con tutti gli invitati del ballo, cade in terra sfoggiando in magna pompa i gioielli di famiglia: si spiega perché il decoro esplode).

[4] Non dovrai... dove andare: difatti l'impiegato prende il posto del suo stesso padre, entra in un gradino di mezzo della piramide del comando, rappresentata nel brano da un ponte da cui vedrà sia delle navi piccole che potrà indirizzare a piacere, sia delle navi grandi che "sanno già dove andare". La metafora è fin troppo chiara: sei entrato nel potere ed hai qualcuno da comandare, ma avrai sempre anche qualcuno che ti comanderà.

[5] ucciso in un sogno precedente: vedi nota 3

[6] assoluzione... stesso movente: vedi intro, sogno n.2

[7] E ora Berto... compagno di scuola: ex-compagno di scuola dell'impiegato, che vive in miseria assoluta. Oppure: compagno politico (la scuola) che però non agisce rispetto all'impiegato, dunque rimane in miseria ed è ancora più umiliato dal potere.

[8] preferisce imparare... antenne dei grilli: a digiuno d'istruzione, Berto non sa contare se non sulle antenne dei grilli

[9] non usa mai... per giocare: le bolle di sapone sono tipico gioco per pupilli di famiglie benestanti.

[10] seppelliva... gli eroi: sua madre, morta di miseria, viene seppellita, per contrappasso, in una discarica di lavatrici e avvolta in un lenzuolo lindo e pulito (quasi come quelli dei defunti eroi di guerra). Sembra celarsi in nuce una critica anti-progressista, ma il poeta è ben lungi dal becero luddismo: il progresso emancipa l'umanità solo quando la tecnologia non è monopolizzata, ma appartiene al pubblico dominio.

[11] si fermò... fatti suoi: perde la fede nel Dio buono, che in realtà aiuta solo chi è già ricco e ignora chi è povero: ciò che - in ultima analisi - fa il potere.

[12] arrugginire: come il ferro, morire dal freddo e dalla pioggia che bagna e ammala i senzatetto

[13] il giornale... morto arrugginito: Berto non riesce a fuggire dalla morte di stenti.

[14] i becchini... piovere addosso: nonostante i becchini raccolgano spesso morti arrugginiti fra la gente, i benestanti, nolenti ma affatto inermi, non reagiscono: come se fosse un problema a loro estrano, mentre in realtà ne sono la causa. L'impiegato fa parte di questa schiera.

[15] Ho investito... rendite sicure: il modo di pensare e fare totalmente volto all'accumulo e all'acquisizione dello status quo. Notare le rendite sicure, termine acquisito dal lessico borsistico.

[16] si discute: e non si pratica. Non si ha timore (le paure) di perdere il rapporto matrimoniale, un rapporto non affettivo né tantomeno amoroso (le distanze): per l'impiegato il matrimonio è un contratto che cònstata (o constàta, fa lo stesso) il reciproco interesse nel dimostrare di aver raggiunto un determinato status sociale.

[17] lei: non è la moglie dell'impiegato, bensì una prostituta senza documenti.

[18] uno più magro: il protettore e proprietario della prostituta, anch'egli senza documenti. Gestisce le entrate e i falsi documenti di lei (una valigia e due passaporti).

[19] lei ha... che pago: l'impiegato vuole che la sua amante prostituta si emancipi dal suo protettore e dalla sua professione, che ufficialmente venga riconosciuta come sua sola amante, a dispetto del matrimonio con la moglie.

[20] Commissario... che è mia: l'impiegato esprime la sua insoddisfazione nei confronti del commissario, che ha precedentemente corrotto, affinché la prostituta si emancipi.

[21] l'uomo magro... un foglio di via: gli effetti della corruzione. Il commissario non suole controllare i documenti a prostitute e protettori, ma in questo caso viene disposto l'allontanamento del protettore (un foglio di via), nonostante egli riceva una cospicua somma per la compravendita della prostituta (una valigia di ciondoli).

[22] Non ha... meno voluto: il figlio minore dell'impiegato rimane vittima della disattenzione del padre e della dipendenza dall'hashish. Da "hashish" (in arabo, "erba") deriva la parola "assassino": l'impiegato, così, diventa omicida di due generazioni.

[23] ha pochi stracci... quando è caduto: il figlio viene abbandonato nella sua dipendenza e il padre lo disereda. Talmente che si è alienato dal consumo eccessivo di hashish, non si ri-alza più, neppure quando è caduto: non si riprende sia fisicamente che psicologicamente.

[24] e i miei alibi prendono fuoco: tutte le giustificazioni contro la negligenza dell'impiegato prendono fuoco e stanno per vanificare.

[25] il Guttuso ancora da autenticare: metonimia per "I funerali di Togliatti", una tela del '72 (l'album è del '73) di Renato Guttuso, pittore e militante antifascista. L'impiegato non è mai stato sicuro se è riuscito o meno ad attuare i suoi progetti per un mondo migliore. Gli alibi infuocati lo rendono consapevole del suo grave errore.

[26] adesso le fiamme... non fanno svegliare: l'impiegato è alla resa dei conti con le proprie responsabilità nei confronti del compagno ucciso dalla miseria, della moglie non amata e tradita che si lascia tradire, del figlio abbandonato nella tossicodipendenza...

[27] Vostro... sudato: il sogno finisce dopo che l'impiegato ha oniricamente provato quali sarebbero gli effetti di scagliarsi contro l'obiettivo sbagliato, e offende il giudice che gli ha suggerito in incipit queste risoluzioni.

[28] ora aspettami... ricomincio da capo: compreso il suo errore, l'impiegato lancia la sfida al potere (che si rivelerà fallimentare nella prossima canzone, ma propositiva).

inviata da [ΔR-PLU] - 15/7/2009 - 15:14




Lingua: Inglese

English translation by Riccardo Venturi
February 4, 2014

As promised, here's the English translation of De André's “Father's Song”. It is, of course, no “artistic” or singable translation, but a simple -and hopefully clear- translation based upon the Italian translation notes provided in this page. This is no simple song, and an English translation should be provided also for the introduction, commentaries and notes. [RV]
FATHER'S SONG

You want really leave to you eyes
Only the dreams that don't make you awake?
Yes, Your Honour, but I want them greater.
There's a place there left by your father.
You have only to stay on the deck
And look at the other ships passing by,
The smaller ones must be guided to the river,
The bigger ones know well where to go.
So I have turned into my father
Already killed in a previous dream,
The Lawcourt gave me confidence,
The same motive for my acquittal and crime.

And now Bert, the laundress's son
And a schoolmate of mine, likes best to learn
To count on cricket feelers,
He never plays with soap bubbles.
He was burying his mother in a washing machine dump
All wrapped in a sheet almost like a hero,
He stopped just a while suggesting to God
To keep on minding his own business.
He ran away for fear of getting rusty,
Yesterday's news reports he died from rust.
The sextons pick up often his leftovers
When people don't care of the rain falling on their heads.

I've invested my money and love,
A bank and a family give safe incomes.
I discuss about love with my wife,
We are so distant, but we feel so safe.
But every night, the other resists more and more,
There are men coming, one is skinnier than others,
He's got a suitcase and a couple of passports,
She's got the eyes of a woman I pay for.
Mr Inspector, that's just what I pay you for,
She's got the eyes of a woman belonging to me.
The skinny man's got always something in his hands,
A suitcase full of junk things, an expulsion order.

He has no more the look of his first joints,
It's my youngest son, the less wished-for one.
He's got few rags he always stumbles on,
He doesn't care getting up even when he falls down.
And all my pretexts are catching fire now,
Guttuso's painting still to be authenticated,
Now my bed is wrapped up in flames,
Here's a dream that doesn't make me awake.
Your Honour, you're a motherfucker,
I wake up again, and I wake up in a sweat;
Now wait, I'm coming not in dreams,
We'll meet for real, that's a turning point.

4/2/2014 - 19:48




Lingua: Inglese

La versione inglese di Dennis Criteser [2014]
Dal blog Fabrizio De André in English

"Per the album notes, the worker "has understood that he is a finished man with no possibility of recovery, that his acts will always be individualistic, striving for his own personal needs, and that by attaining more power one doesn't escape one's condition of isolation and anxiety. The bomb that was tossed with force, with anger and with a sense of vendetta in the dream, now in reality becomes a moment of exhilaration and, obviously of lucidity." - Dennis Criteser
FATHER'S SONG

“Do you really want to leave to your eyes
only the dreams that don’t wake them up?”
“Yes, Your Honor, but I want them bigger.”
“Over there there is a seat, your father left it.
You don't have to do anything but stay on the bridge
and watch the other boats passing,
the smaller ones direct them to the river,
the bigger ones already know where to go.”
Thus I became my father,
killed in a previous dream.
The tribunal put their trust in me,
acquittal and crime the same motive.

And now Berto, son of the laundrywoman,
school-mate, he prefers to learn
how to count on cricket antennae.
He never uses soap bubbles for playing;
he buried his mother in a cemetery of washers
rolled up in a sheet almost like the heroes;
he stopped himself a moment to suggest to God
that He continue to attend to His own affairs,
and he ran away afraid of rusting.
Yesterday’s paper noted his rusty death.
The gravediggers collect some often
amongst people who let the rain fall on themselves.

I invested my money and my affections -
bank and family give safe yields.
With my wife, love is discussed.
There are distances, there are no fears,
but every night she surrenders to me later.
Men come, there is one of them thinner,
he has a suitcase and two passports,
she has the eyes of a woman that I pay.
Commissioner, I pay you for this,
she has the eyes of a woman who is mine.
The thin man has busy hands,
a suitcase of pendants, an expulsion order.

He no longer has the face of his first hashish,
he is my last son, the least wanted.
He has few rags where to falter,
standing up is not important to him, nor when he fell:
and my alibis catch fire
the Guttuso painting still to be authenticated.
Now the flames envelop me in bed,
these the dreams that don’t wake you up.
Your Honor, you are a son of a sow,
I still wake up and I wake up sweaty.
Now wait for me outside of the dream.
We’ll see each other indeed,
I’ll start again from the top.

inviata da Riccardo Venturi - 11/2/2016 - 06:58




Lingua: Francese

Version française – Marco Valdo M.I. - 2009

Tu liras, Lucien mon ami l'âne érudit, tu liras avec intérêt les « notes » qui accompagnent la chanson en italien. Quant à moi, je me contenterai de commenter à ma manière – adjacente, comme tu le sais – s'agissant là d'une chanson de De André, un chantauteur que j'aime beaucoup.
Tu fais bien de me signaler ces « notes », mon bon ami Marco Valdo M.I., je les lirai et là tout de suite, je suis impatient de connaître tes commentaires. Peut-être dirais-je aussi quelques mots.

En fait, vois-tu Lucien mon ami, c'est bien évidemment une chanson à clés et elles sont nombreuses – d'où les « notes », mais comme toutes les chansons à clés, elle vit bien par elle-même. C'est d'ailleurs heureux. Car, vois-tu, les clés d'hier ne sont plus les clés d'aujourd'hui. As-tu déjà remarqué que des chansons ou des textes, ou des phrases, écrits en pensant, en imaginant, en ayant à l'esprit quelque chose de précis, prennent leur autonomie et se mettent à signifier bien d'autres choses. D'ailleurs, moi qui écrit des canzones, je peux te dire que la plupart du temps, ce sont elles qui s'écrivent par ma main.

C'est bien étrange, dit Lucien l'âne mélomane, mais en effet, c'est souvent comme ça. C'est le cas du « Temps des Cerises » qui était une chanson d'amour, une jolie chanson d'amour et qui est devenue la mémoire des Communards. C'est pareil avec « Paris s'éveille », qui raconte l'histoire d'un noceur et finit par incarner la révolte de Mai 1968.

Tout ceci, Lucien mon ami au sourire si grand qu'on sombrerait dedans, pour dire que j'avais traduit cette chanson-ci il y a longtemps sans connaître les commentaires et elle s'était montrée mystérieuse et fort belle. C'est cette traduction que je retrouve aujourd'hui sans y changer un mot.

Ainsi Parlait Marco Valdo M.I.
CHANSON DU PÈRE

Tu veux vraiment laisser à tes yeux
Seulement les rêves qui n'éveillent pas.
Oui, votre Honneur, mais je les veux plus grands.
Il y a là une place, c'est ton père qui l'a laissée
Tu ne devrais que rester sur le pont
Et regarder les autres navires passer
Les plus petits, dirige-les vers le fleuve
Et les plus grands, ils savent déjà où aller.
Ainsi je suis devenu mon père
Tué dans un rêve précédent.
Le tribunal m'a fait confiance
Acquittement et délit dans le même mouvement

Et à présent, Berto, fils de la Lavandière,
Mon camarade d'école, il préfère
Apprendre à compter sur les antennes des grillons
Pour jouer, il n'utilise jamais de bulles de savon.
Il avait enterré sa mère dans un cimetière de lessiveuses,
Enveloppée dans un drap comme un héros.
Il s'arrêta un moment pour suggérer
À Dieu de continuer à s'occuper de ses affaires
Et il s'échappa avec la peur de rouiller.
Le journal d'hier le dit mort rouillé.
Les croque-morts en ramassent souvent
Des gens qui se laissent pleuvoir dessus.

J'ai investi argent et affection ;
Banque et famille donnent des rendements sûrs,
Avec ma femme, on discute de l'amour.
Il y a des distances, il n'y a pas de peurs,
Mais chaque nuit, elle se rend à moi toujours plus tard
Des hommes viennent, il y en a un plus maigre,
Il a une valise et deux passeports,
Elle a des yeux d'une femme que je paye.
Commissaire, je te paye pour ça,
Elle a les yeux d'une femme qui est mienne,
L'homme maigre a les mains occupée,
Une valise de breloques, une feuille de route.

Il n'a plus la face de son premier haschich;
C'est mon dernier fils, le moins voulu,
Il a quelques loques où on achoppe,
Il s'en fout de se lever, même quand il est tombé;
Et mes alibis prennent feu
Mon Guttuso encore à authentifier
Maintenant les flammes entourent mon lit
Ces rêves qui n'éveillent pas.
Votre Honneur vous êtes un fils de pute,
Je m'éveille encore et je m'éveille en sueur,
Maintenant, attendez-moi en dehors du rêve
Nous nous verrons vraiment, je recommence au début.

inviata da Marco Valdo M.I. - 18/7/2009 - 23:54




Lingua: Francese

Versione francese di Riccardo Venturi e Joëlle Iannicelli
Bruay sur l'Escaut /59/, 15 settembre 2002
Version française de Riccardo Venturi et Joëlle Iannicelli
Bruay sur l'Escaut /59/, 15 septembre 2002


La traduzione è dedicata a Oreste Scalzone.
La traduction est dédiée à Oreste Scalzone.
CHANSON DU PÈRE

"Veux-tu vraiment laisser à tes yeux
Seulement les rêves qui ne réveillent pas ?"
"Oui, Votre Honneur, mais je les veux plus grands."
"Il y a une place libre, c'est ton père qui l'a laissée.
Tu n'auras qu'à rester sur le pont
Et à regarder les autres bateaux qui passent:
Les plus petits, tu les dirigeras vers le fleuve,
Les plus grands, ils savent déjà où aller."
Ainsi, je suis devenu mon père
Que j'avais déjà tué dans un de mes rêves,
La Cour a confiance en moi,
L'acquittement et le crime, c'est le même mobile.

Maintenant Bert, le fils de la blanchisseuse,
Mon copain d'école, préfère apprendre
A compter sur les antennes des grillons,
Il ne joue jamais avec des bulles de savon;
Il enterrait sa mère dans un cimetière de machines à laver,
Enveloppée dans un drap, quasiment en héros;
Il arrêta un moment pour suggérer à Dieu
De s'occuper de ses propres affaires.
Et il s'enfuit de peur de rouiller,
Le journal d'hier le donne pour mort rouillé,
Les croquemorts en ramassent souvent
Parmi les ges qui se laissent pleuvoir sur le dos.

J'ai investi mon argent et mes affections,
La banque et la famille donnent des rentes sûres.
Avec ma femme, on discute d'amour,
Il y a de la distance, il n'y a pas de peur.
Mais elle cède chaque nuit un peu plus tard,
Des hommes viennent, y en a un plus maigre,
Il a une valise et deux passeports,
Elle a les yeux d'une femme qui parle.
Commissaire, je te paie juste pour ça,
Elle a les yeux de ma femme à moi,
L'homme maigre a les mains occupées,
Une valise plein' de trucs, une feuille de route.

Il n'a plus l'aspect de son premier tarpé,
C'est mon enfant cadet, le moins désiré.
Il a quelques nippes dans lesquelles trébucher,
Il tombe, mais il n'a jamais envie de se relever.
Et mes alibis prennent feu,
Le Guttuso encore à expertiser…
Maintenant les flammes enveloppent mon lit,
Y a des rêves qui n'éveillent pas.
Votre Honneur, t'es un sal' trou du cul,
Je me réveille encore, trempé de sueur,
Tu m'attendras au dehors du rêve,
On va se rencontrer, je recommence à zéro.

inviata da Riccardo Venturi - 16/2/2016 - 09:08




Lingua: Tedesco

Deutsche Übersetzung aus cantautori.at
Traduzione tedesca da cantautori.at

cantautori.at è senz'altro il principale sito di traduzioni della canzone d'autore italiana in lingua tedesca.
DAS LIED VOM VATER

Möchtest du wirklich deinen Augen
nur die Träume überlassen, die dich nicht aufwecken.
Ja, Euer Ehren, aber ich will sie grösser.
Es gibt dort einen Platz, dein Vater hat ihn verlassen.
Du musst nur auf der Brücke bleiben
Und die anderen vorbeifahrenden Schiffe beobachten
Die kleineren lenke zum Fluss,
Die grösseren wissen schon, wohin sie müssen.
So bin ich mein eigener Vater geworden
Getötet in einem vorherigen Traum,
Das Gericht hat mir Vertrauen gegeben
Freispruch und Verbrechen, das gleiche Motiv.

Und nun Berto, Sohn der Wäscherin,
Der Schulkamerad, zieht es vor
Auf den Fühlern der Grillen das Zählen zu lernen,
Er benutzt nie Seifenblasen zum Spielen,
Beerdigte seine Mutter in einen Friedhof für Waschmaschinen
Eingehüllt in einem Laken, fast wie die Helden;
Er hielt einen Augenblick inne um Gott zu raten
Weiterhin sich um seine eigenen Angelegenheiten zu kümmern.
Er floh aus Angst zu rosten,
Die gestrige Zeitung berichtet, er wäre verrostet gestorben.
Die Totengräber lesen sie häufig auf
Zwischen den Menschen, die auf sich regnen lassen.

Ich habe das Geld und die Zuneigung investiert
Bank und Familie geben sichere Renditen.
Mit meiner Frau diskutiert man die Liebe,
Es gibt Unterschiede, es gibt keine Ängste.
Aber jede Nacht ergibt sie sich mir später,
Männer kommen, einer ist etwas magerer,
Er hat einen Koffer und zwei Pässe,
Sie hat die Augen einer Frau, die ich bezahle.
Kommissar, ich bezahle dich dafür,
Sie hat die Augen einer Frau, die mir gehört.
Der dünne Mann hat die Hände voll,
Einen Koffer voller Anhänger, einen Ausweisungsbescheid.

Er hat nicht mehr das Gesicht seines ersten Haschisch
Es ist mein jüngster Sohn, der am wenigsten gewollte.
Er hat nur wenige Lumpen zum Darüberstolpern,
Er bemüht sich nicht aufzustehen, auch nicht, wenn er gefallen ist.
Und meine Alibis fangen Feuer
Der Guttuso muss noch beglaubigt werden
Jetzt umzingeln die Flammen mein Bett,
Dies sind die Träume, die nicht aufwachen lassen.
Euer Ehren, Sie sind ein Hurensohn,
Ich wache noch immer auf, erwache verschwitzt,
Nun warte auf mich ausserhalb des Traumes
Wir werden uns wirklich sehen, ich beginne von neuem.

inviata da Riccardo Venturi - 4/2/2014 - 20:20




Lingua: Portoghese

Tradução portuguesa de Riccardo Venturi
4 de fevereiro de 2014
CANÇÃO DO PAI

Verdade, você quer deixar a seus olhos
Só os sonhos que não fazem acordar?
Sim, Sua Excelência, mas desejo os maiores.
Há aí um sonho que seu pai deixou.
Você só tem que ficar na ponte
A olhar p'r'os outros barcos que passam,
Os pequenos, dirija-os pr'o rio,
Os grandes já sabem aonde irem.
Bom, assim eu voltei a ser meu pai
Matado num sonho precedente,
O tribunal fez-me confiança,
Absolvição e crime, o mesmo móbil.

E agora o Berto, o filho da lavadeira,
Companheiro de escola, prefere aprender
A contar pelas antenas dos grilos,
Não joga nunca com as bolas de sabão.
Enterrava sua mãe num cemitério de máquinas de lavar,
Envolvida num lençol quase como os heróis;
Parou um instante para sugerir-lhe a Deus
Que continue a meter-se na sua vida.
Fugiu depressa por medo de enferrujar,
Os diários relatam que morreu enferrujado,
Os coveiros apanham dele às vezes
Entre a gente que se deixa chover na cabeça.

Investi o meu dinheiro e os afectos,
Banca e família garantem rendimento.
Com minha mulher discute-se do amor,
Há distâncias, não há medos.
Mas ela rende-se cada noite mais tarde,
Vêm homens, há um que é mais magro,
Tem uma mala e dois passaportos,
Ela tem olhos duma mulher que eu pago.
Comissário, você é pagado por isso,
Ela tem olhos duma mulher que me pertence,
O homem magro está com as mãos ocupadas,
Tem uma mala de berloques e uma ordem de expulsão.

Não tem mais a cara do seu primeiro haxixe,
É meu filho mais novo, o menos desejado.
Tem poucos farrapos em que tropeçar,
Não quer levantar-se também se cair.
E os meus álibis pegam fogo,
O Guttuso ainda não autenticado,
Agora as chamas envolvem a minha cama,
Ei-los os sonhos que não fazem acordar.
Sua Excelência, você é um filho de puta,
Acordo de novo e acordo suado,
Espere-me agora fora do sonho,
Vamos nos ver deveras, eu recomeço do início.

4/2/2014 - 23:33


che meraviglia, grazie!

Maria - 18/7/2009 - 06:05


Buona fra le interpretazioni possibili. Ma mi spiegate che cazzo c'entra la guerra ?

(Roberto)

Se tu stai calmino, magari ti si spiega anche; altrimenti ripassa dopo una generosa dose di bromuro. Saluti! [RV]

18/7/2009 - 12:59


Tanto per cominciare, Roberto (omonimo), ti consiglio di farti un giro per il sito. Se non vuoi va bene anche un giro sulla strada. Esistono già un percorso a cui può associarsi questa canzone senza che mi dilunghi in troppe spiegazioni, "La guerra del lavoro: emigrazione, immigrazione, sfruttamento, schiavitù".
L'album "Storia di un impiegato" è contro più tipi di guerra, ma muove da un'ampia critica al terrorismo individualista e alle stragi inutili ai potenti e non al potere (lieve differenza). Prima o poi rimaneggerò tutto l'album.

[ΔR-PLU] - 25/7/2009 - 02:04


Non sono d'accordo. Della "Storia di un impiegato" di De André "potrebbero" (mica possono) rientrare nell'argomento "guerra" (inteso in senso lato, fra l'altro, di conflitto anche sociale) brani come la "Canzone del maggio", "Il bombarolo" e "Nella mia ora di libertà". La "Canzone del padre" costituisce un Sogno Numero Tre dopo quello de "Il ballo mascherato" e il primo incontro col Giudice. Insieme a "La bomba in testa" sono drammi (anche laceranti contraddizioni) personali dell'impiegato, conflitti psicologici interiori se vuoi, se vogliamo, "stadi (gradi) di una "presa di coscienza (?)" che sfociano nella preparazione della bomba cioè nella sua rivoluzione individuale, destinata, sì, al fallimento.
Avete fatto bene a passarla negli "Extra".

Roberto - 25/7/2009 - 18:52


Il Sogno Numero Tre - chiamo così per intenderci - rappresenta la fine ipotetica (ma fattibile) di quel particolare tipo di guerra ipotizzato nella Bomba in testa e perpretato oniricamente nel Sogno Numero Uno. Ma si vede che non ti convinco.
Allora sappi che prima o poi tutto "Storia di un impiegato" finirà nell'archivio. Ci sta "Sogno numero due", "Il bombarolo" e "Nella mia ora di libertà", ora c'è pure "Canzone del padre" che io ho portato alla maturità, le altre canzoni fan parte di plurimi percorsi di questo sito. Quindi mi spiace per le nostre piccole convinzioni, ma gli archivi non accontentano i gusti di tutti, nemmeno i nostri.

[ΔR-PLU] - 26/7/2009 - 15:26


Se ce lo vogliamo fare entrare si può accettare di tutto, è ovvio. Per esser chiaro (ma mi hai capito benissimo) esempi di autentiche Canzoni contro la guerra per me, riferendoci sempre a De André, sono ancora canzoni come "La Ballata dell'eroe", "La guerra di Piero", "Girotondo", "Fila la lana", "Fiume Sand Creek" e loro immediatissimi paraggi. Certo possiamo spaziare oltre, ma, mi dispiace, siamo nel puro arbitrio. Che in questo porco mondo tutto sia guerra posso essere d'accordo. Ma qui io partirei da quella fatta con bombe, carrarmati, armi varie ed eserciti di uomini (ora ci sono pure le donne) in divisa sistematicamente reclutati e organizzati a questo scopo (vedi Afghanistan).
Ciao e complimenti per la tua interpretazione.

Roberto - 27/7/2009 - 13:16


Carissimo omonimo Roberto,
hai perfettamente ragione.
Se però passassimo insieme col tuo setaccio TUTTE le canzoni di questo sito, ben poche rimarrebberò selezionate. Si è deciso dunque di intraprendere un discorso più "ampio". Cert'è che non perderemo di vista le motivazioni principali, ma fin quando non saremo dispersivi continueremo a trattare di altre "guerre", nel senso lato che si vorrà.

[ΔR-PLU] - 27/7/2009 - 20:17


Oh non credo che passandole al mio setaccio rimarrebbero veramente in poche (ma se anche fosse? Poche ma buone!). Di antiwar songs al mondo per fortuna ce ne sono tante, come al mondo purtroppo ci sono le guerre (e non sono poche). Certo inglobando ""altre cosiddette guerre"(:-o?)" l'archivio vi diventa di dimenzioni extragalattiche e c'è pure il rischio di essere dispersivi rispetto al tema fondamentale (chi ve lo fa fa'?!). O se no, non chiamatele Canzoni contro la guerra ! Chiamatele in altro modo. E' questione di coerenza.

PS Scusa, perché dici omonimo? Mah..
Ad ogni modo il mio nome è Roberto, per gli amici Roby e NON [DR-PIU'] o come cavolo ti chiami tu.
Grazie comunque per aver preso in considerazione e riconosciuto legittimo il mio "polemico" punto di vista. Ciao!

Roberto - 28/7/2009 - 20:36


Mi sia permesso di intervenire non tanto come admin di questo sito, ma soprattutto come persona che lo ha mandato avanti giorno dopo giorno, sobbarcandosi un lavoro che forse non è facilmente immaginabile se non lo si è "vissuto" in ogni momento.

A costo di essere definito banalmente salomonico, dico che entrambi avete ragione. Avete, per così dire, ognuno dal proprio punto di vista colto le essenze di questo sito. Di questo vi ringrazio, massime per l'intelligenza che avete messo in campo (e ve lo dice uno che, tra i suoi compiti "istituzionali" ha quello di rispondere, non rispondere o comunque tenere a bada una pletora di imbecilli che farebbero cascare le palle anche al re dei pallocrati).

Ha ragione chi dice che questo sito dovrebbe chiamarsi "in un altro modo". E' stato uno dei miei punti fermi fin dall'inizio, perché quella che si chiama "guerra" è qualcosa che esula dal semplice contesto bellico o di lotta. "E tu, tu la chiami guerra e non sai che cos'è" (Fabrizio De André, Terzo Intermezzo). Ha anche ragione chi riconosce in tutti i criteri che abbiamo adottato un caleidoscopio di contraddizioni e di controsensi che rendono necessaria, o meglio naturale, una discussione come la vostra.

(La quale, devo dire con mia grande soddisfazione, sta svolgendosi in canoni di squisita civiltà; ed in questi rii tempi non è cosa da poco; sembra strano che lo dica uno che, in altri contesti, non si perita di assumere atteggiamenti sprezzanti; "noi, noi che volemmo preparare il mondo alla gentilezza, noi non si poté essere gentili" [Brecht]).

Detto questo, forse la cosa migliore e quella che raccomanderei a chiunque abbia a che fare con questo sito, è di astrarsi dalle categorie e di inquadrare la vicenda umana in un contesto di perenne anelito al cambiamento, e di scontri con le forze che il cambiamento lo impediscono. In questo rientrano tutte le "guerre", che sono una sorta di urti molecolari.

Non ha importanza una denominazione o l'altra, né porre dei limiti che non avrebbero ragione d'essere. Qualche volta mi sono ritrovato persino a pensare che inserire in questo sito dei canti palesemente bellicisti, guerrafondai e militaristi potrebbe essere forse più "utile" delle decine di canzonette "peace & love" che stanno qui dentro. Perché l'opposizione nasce spesso, e fattivamente, dal contrasto.

Naturalmente riprenderemo il discorso, che è molto lungo e complesso. Per ora vi saluto invitandovi a andare avanti. Quel che fa una "canzone contro la guerra" non è il suo argomento, ma è la percezione che se ne ha. In questo sito le percezioni sono di gran lunga più importanti delle canzoni stesse, anche delle più belle ed esplicite. A questo criterio fondamentale vi chiedo di attenervi. Gli autori più importanti di questo sito non sono Bob Dylan, Fabrizio de André o chiunque altro: siete voi con le voste idee e con le vostre percezioni.

Tenetene sempre conto, a prescindere che una canzone poi vada o meno a finire negli "extra". Dalle canzoni apparentemente più lontane dall'argomento "guerra" nasce, spesso, una barricata insormontabile. Saluti!

Riccardo Venturi - 28/7/2009 - 23:13


Caro Riccardo (e caro staff di CCG), non credo che si possa più chiaramente esprimere la "chiave" per capire il vostro - adesso ne sono buon testimone anch'io - faticosissimo lavoro, di quanto non faccia questa tua nota. Ricorderai che anch'io sulle prime ho begato mica male con te, proprio a causa della categorizzazione delle canzoni. Siccome, ripeto, questa tua nota è rapida e assai chiara e ben scritta, io ti do un consiglio: fate in modo che qualsiasi nuovo visitatore del sito sia condotto/consigliato/forzato a leggerla in via preliminare. Anche se l'idea dei forzati, in generale, non mi garba punto. Traduciamola piano piano in tutte le lingue dell'ecumene. Vedrai quanto spazio si risparmierà, se si levasse una volta per tutte la materia di una diatriba che vien quasi naturale di accendere (la nostra mente è irrimediabilmente occidentale e aristotelica) via via che si percorrono le rotte, né chiare né distinte, delle vicende umane e, dunque, anche di CCG.

Gian Piero Testa - 29/7/2009 - 09:53


Tolta Canzone del padre dagli Extra: La famiglia borghese come esplicazione e strumento di galera, oppressione e guerra.
di Riccardo Venturi



Stamani mi sono svegliato e ho deciso, motu proprio di togliere la “Canzone del padre” di De André dagli “Extra” in cui si trovava relegata fin dal suo inserimento, il 15 luglio 2009. A dire il vero, a suo tempo la canzone era stata inserita come pagina autonoma; fu passata negli “Extra” a seguito della interessante e lunga discussione che si sviluppò nei giorni a seguire. La mia decisione di rifarne una pagina autonoma deriva da alcune considerazioni che ho avuto modo di elaborare, e che vado a esplicare.

La “Canzone del padre” è il resoconto della dissoluzione della famiglia borghese; addirittura della sua esplosione. Non è neppure necessario ricordare come “Storia di un impiegato” sia un album pienamente esplosivo; di bombe è disseminato dall'inizio alla fine. Forse anche per questo De André ebbe a dichiarare a più riprese di “non amarlo”; a mio parere, ne ebbe semplicemente paura. Non è certo il primo caso di un autore che abbia avuto paura di qualcosa da lui stesso scritta, e tuttora sono convinto che si tratti di un album assolutamente spaventoso perché mette in scena una vicenda umana e politica che, pur ovviamente calata nel contesto dell'epoca non cessa affatto di essere attuale. In particolare questa canzone che affronta la costituzione e la funzione della famiglia borghese.

“Storia di un impiegato”, è, in definitiva, la storia dell'interruzione di un continuum immutabile. Posso capire come essa faccia paura: è una canzone spietata nella sua descrizione della vera natura della “famiglia-caposaldo”. Dei suoi meccanismi intimi, e della sua fine. In questa canzone è possibile riconoscersi; ed è proprio questa identificazione profonda che costituisce la sua dirompenza, ancora oggi. Dice cose che nessuno vorrebbe sentirsi dire; descrive situazioni comunissime, e proprio per questo oggetto di rifiuto. Pone le basi per una ribellione, individuale e collettiva, e proprio per questo viene rimossa. A pensarci bene, è stata in un certo qual senso “rimossa” anche da questo sito; nonostante le belle note esplicative di ΔR-PLU fatte a suo tempo, nemmeno qua dentro si aveva avuto il coraggio di arrivare alle conseguenze logiche. “Canzone del padre” obbliga a guardare dentro le nostre mura; dentro alle nostre prigioni.

Sono perfettamente cosciente di dire delle cose parecchio dure da ingoiare; mi viene naturale, del resto, dato che si tratta di un modo di pensare che non ho sviluppato certo da ieri. Non è da poco tempo che considero la “famiglia” come uno dei principali strumenti di oppressione e repressione che l'umanità abbia escogitato, “pilastro” inamovibile di ogni concezione autoritaria della convivenza e della società. Non a caso, assieme al “lavoro”, mette d'accordo progetti umani diversissimi tra di loro: il cattolicesimo e il socialismo, ad esempio. Ma non è raro che tale “pilastro” sia scivolato tranquillamente anche nell'anarchismo: il “nucleo fondamentale” espande la sua borghesia universale anche tra parecchi libertari.

Ai tempi in cui questa canzone è nata, nel 1973, tale “pilastro” cominciava ad essere messo seriamente in discussione, e con chiare parole. Circolava, ad esempio, un famoso opuscolo intitolato proprio ”Contro la famiglia” (riedito nel 1995) che è probabilmente tra i testi più radicali e importanti di quegli anni (e per questo motivo, naturalmente, ripetutamente sequestrato). Mettere in discussione la famiglia significava, e significherebbe tuttora, piazzare una bomba nelle fondamenta dell'edificio che si dice di voler distruggere; si dice, appunto. Perché, in realtà, la distruzione spaventa a morte, in primo luogo, i cosiddetti distruttori. Ne ho conosciuti, di “distruttori” più o meno solforosi e “coerenti”, che di fronte all'istituzione della famiglia erano decisamente titubanti, per non dire proprio sordi. Disposti a “distruggere” ogni cosa, dallo “stato” all' “economia”, ma guai a toccar loro la famigliuola, i figli, la compagna, i genitori che avevano insegnato tanto. Prima di procedere oltre, però, è necessario mettere in chiaro che cosa significhi realmente, mettere in discussione l'istituzione fondamentale della famiglia.

Si tratta innanzitutto di analizzare il modo in cui essa si è venuta connaturando in ambito borghese, a partire dalla rivoluzione industriale. La famiglia borghese è diventata il punto di riferimento, la pietra di paragone anche per le classi subalterne. In essa predominano le relazioni di possesso e obbedienza naturale: la donna obbedisce all'uomo, i figli obbediscono ai genitori, le sorelle ai fratelli e così via; ogni “deviazione” è, appunto, uno stacco dalla “normalità”. La famiglia borghese, strettamente dipendente dal “lavoro”, è strutturata gerarchicamente come una caserma o una galera; si basa su un insieme di “obblighi contratti” (con il matrimonio o comunque con l'impegno di convivenza) sanciti sia dall'uso che dalla legge. Va da sé che la famiglia presuppone tutto un sistema di relazioni di minorità: i “figli”, anche se cresciuti “amorevolmente”, sono comunque sottoposti a continue misure di coercizione “educativa” più o meno arbitrarie e violente. La “correzione” viene effettuata in nome di modelli indiscutibili: in caso di mancata uniformazione, la colpa viene immancabilmente attribuita alla famiglia stessa, alle carenze educative, alla “famiglia di un tempo che non c'è più”, a tutto un insieme di mancate ottemperanze ai ruoli prestabiliti. Perché la famiglia è esattamente questo: la prima attribuzione di ruoli che verranno, poi, perpetuati all'infinito senza che sia possibile spezzarli. Lo dice Dio, lo dice la legge, lo dice Marx. Da qui, esattamente, la sua intima natura di prigione, anche senza tener conto degli innumerevoli casi in cui essa è una galera autentica, con tanto di sbarre e di celle. Se ne esce soltanto formandosi un'altra famiglia, soltanto passando da una galera all'altra; ed il bello è che, in non pochi casi, se ne ha la piena coscienza. Ma lo si fa lo stesso; così dev'essere, così è deciso. E basta.

Questo sistema di ruoli fondato dalla (e sulla) famiglia interagisce, come detto, con tutti gli altri sistemi: la scuola, il lavoro, l'economia. Poiché questa è la “società” (non solo “capitalista”), ne consegue che l'opposizione ad essa costituisce l'Asocialità. Il termine “asociale” viene identificato generalmente con il rifiuto e con la solitudine: quanto di più sbagliato. Si può essere asociali amando senza riserve lo stare in mezzo agli altri, anche a chi è più diverso e lontano. Anche essendo sempre pronti a confrontarsi e mettersi a propria volta in discussione. Ma senza perdere mai di vista che cosa vada veramente attaccato e distrutto affinché un reale cambiamento sia ottenuto. Non potrà mai essere raggiunto, questo cambiamento, procedendo a macchia di leopardo ed escludendo ciò che fa comodo, o che non si ha il coraggio di mettere a repentaglio.

Naturalmente, bisogna individuare in che cosa debba consistere tale “distruzione”. L'utopia è, per definizione, quanto di più realista possa esistere. Magari, che so io, alcuni si immaginano che “distruggere la famiglia” significhi far fuori le famigliuole; cosa che, tra l'altro, sarebbe assolutamente non necessaria in quanto le famigliuole hanno, da sempre, la decisa tendenza a distruggersi da sole. Non parlo soltanto delle frequenti “stragi familiari” attuate da questo o quel capofamiglia, dal “figlio delinquente” o dalla “figlia traviata” (chissà se qualcuno si ricorda il caso, ad esempio, di Doretta Graneris) per una congerie di motivi che, comunque, in linea di massima hanno tutti a che fare con il rapporto basilare: quello del possesso. Parlo anche, e soprattutto, dell'autodistruzione che viene generata dalla stessa coscienza (a volte vaga, a volte precisa) del non poter uscirne fuori se non con atti violenti. La “Storia di un impiegato” di De André è per l'appunto questo: la storia di un'evasione violenta dalla Società. Un'evasione che, peraltro, porta diritto ad un'altra galera, a quella vera coi secondini, le mura e le sbarre. Ora, trovo quantomeno curioso che parecchi che dicono di voler “abbattere le galere” non pensino minimamente ad abbattere la famiglia, che rappresenta la prima galera di tutte. Si sposano, procreano, fanno resoconti di pance e di parti, tutto assolutamente naturale. I distruttori figlianti, babbini e mammine con i quali, poi, le Questure hanno buon gioco.

Certo, se si parla di “realismo” insito nell'utopia non bisogna certo pensare alla distruzione fisica (alla quale, come detto, le brave famiglie pensano da sole). Bisogna invece pensare ad un mutamento totale di prospettiva, ed al far sì che tale mutamento venga presentato come fattibile e reale. De André, nel 1973, si era spinto esattamente oltre questa soglia; lui che, in fondo, la sua brava famiglia (alto)borghese la aveva, che se l'era a sua volta fatta e che non ha esitato a rifarsene un'altra. Se ne dev'essere reso conto, e gli è presa un po' di fifa. Come non averla, di fronte alla “Canzone del padre”?

In questa canzone viene messo in scena tutto il teatro della quotidiana (auto)distruzione della famiglia, con una precisione formidabile. La famiglia come istituto giuridico, regolato da un giudice in persona. La fissità dell'istituzione: l'artificio del “sogno” è in realtà l'ineluttabilità delle “generazioni” che si va a spezzare in un periodo in cui, per l'appunto, una generazione si ribellava a tutto, desiderando tutto e non esitando a rivendicarlo con violenza. I rapporti familiari presentati nella sua agghiacciante natura tribunalizia: “assoluzione” e “delitto” (si pensi soltanto a quante volte, fin da bambini, ci siamo sentiti “sotto processo” a tavola, davanti al desco fumante). Una volta iniziata la ribellione e la distruzione, la madre, l'angelo del focolare e la riproduzione della Santa Madonna, viene seppellita in un cimitero a base di elettrodomestici (una delle “conquiste familiari” più significative). La famiglia come luogo di investimento, assimilata pienamente ad una banca (e, al giorno d'oggi, si sbraita tanto contro le “banche” in nome della “famiglia”: una contraddizione in termini!) e fonte di “rendite”. Il possesso sessuale messo in discussione e visto come arrendersi, come resa; la resa di una prostituta, in quanto viene pagata (il prezzo della “sicurezza familiare”, insomma). Lo stesso trattamento che viene corrisposto al “commissario”, vale a dire al funzionario dell'istituzione repressiva e di controllo, affinché tale possesso sia protetto e assicurato dalle pericolose intrusioni asociali. Irrompe poi la definitiva distruzione, impersonata dall' “ultimo figlio, il meno voluto” (quello che non si è potuto abortire, verrebbe da dire): una ribellione espletata con la rinuncia a vivere, con l'autodistruzione personale che segna la distruzione violenta della famiglia e di ciò che rappresenta. Sarà bene fissarsi in testa queste cose, espresse in una canzonetta: si tratta di cose reali, di tutti i giorni, di ogni luogo. Si tratta di cose reali nel 1973 come nel 2014.

Galera, oppressione e guerra. La “famiglia” è sempre stata, e sempre sarà, uno strumento privilegiato per tutte queste cose. So bene che si tratta di qualcosa parecchio difficile da ingoiare; tutti ce l'abbiamo, una “famiglia”. Io compreso, quella da cui provengo e di cui, non di rado, racconto le storie. Sono stato persino sposato per un certo numero di anni e, pur non avendo avuto figli, una “famiglia” me la ero comunque formata; in un certo senso, la cosa mi è comunque servita per rendermi meglio conto della cosa, soprattutto dell'estraneità totale di due persone che ad un certo punto hanno scelto di “convivere”. Insisterei particolarmente sulla questione della “guerra”, e non soltanto considerando il luogo dove sto scrivendo queste cose: non soltanto la “famiglia” è luogo di conflitto, ma lo genera a sua volta (si pensi soltanto alle tante “famiglie normali” o “famiglie felici” che esplodono in modo sanguinoso). Non esiste la “famiglia buona” da contrapporre a quella “cattiva”: esiste solo la famiglia come istituzione e sistema di rapporti sociali ed economici dove il cosiddetto “amore” copre la violenza insita nelle necessarie catene. Senza catene nulla si reggerebbe, la famiglia meno che mai. Anche per questo, questi tempi orrendi hanno visto il massiccio ricorso al “familismo”: una consistentissima parte dell'oppressione che viene messa in atto, e non sarebbe difficile notarlo, è condotta proprio in nome della “famiglia” che assolve quindi alla sua funzione non soltanto politica, ma anche poliziesca. Quando non è poliziesca, la sua funzione è quella di termoregolatrice degli inganni “economici”, dei “consumi”, degli andamenti che il padrone intende dare alla galera globale mediante le piccole e servizievoli galere “nucleari”. Senza il tassello della “famiglia”, l'intero edificio crollerebbe.

Nella discussione presente in questa pagina, c'è stato chi si è domandato che cosa essa avesse a che fare con la “guerra”. Oggi ho cercato di spiegare di che cosa si tratti in realtà. Con tutto questo, bisognerà ringraziare Fabrizio De André per aver aiutato a gettare uno sguardo oltre. Anche se, poi, gli occhi sono stati richiusi. Assumendomene le resposabilità, mi occupo un po' di riaprirli e di ridare a questa canzone il risalto che merita in quanto contro, pienamente contro, l'intoccabile violenza che promana dalle basi di un edificio putrefatto.

La pagina, contemporaneamente, è stata ristrutturata.

Riccardo Venturi - 3/2/2014 - 13:43


Mi sembra un'ottima traduzione...dai, scherzavo : D
Salud!

krzyś - 5/2/2014 - 01:40


Kryptik Wrona.... :-)

Riccardo Venturi - 5/2/2014 - 07:22


visto che nessuno ha ancora fatto gli auguri, mi permetto di farli io a nome di tutti:
Oggi Fabrizio compie 75 anni!
(utilizzo "La Canzone del Padre" che mi emoziona fin da quando ero ragazzo e che su queste pagine ha goduto tanti ottimi onori)

Flavio Poltronieri - 18/2/2015 - 16:15


FIGLIO DELLA LAVANDAIA
di Riccardo Venturi

Salve. Mia madre faceva la lavandaia, ma non dovete pensare certo all'iconografia delle belle ragazze che lavano i panni al fiume tutte giulive e con gesti ariosi. Mia madre lavorava in una lavanderia industriale per parecchie ore al giorno, ed è morta. Accidenti se lo so, che è morta; innanzitutto perché era mia madre, e poi perché l'ho seppellita io, di persona, con le mie mani. A dire il vero, forse, qualcuno se la ricorderà questa storia, perché diversi anni fa è stata raccontata, con un certo successo, da un mio amico che allora aveva una trentina d'anni e faceva l'impiegato in ufficio pubblico, non mi ricordo se le poste o le imposte dirette, insomma qualcosa con “poste”. Lo dico subito: sono morto pure io e non ho fatto una gran bella fine, anche se sicuramente un po' insolita. Nemmeno al mio amico impiegato è andata granché bene; è andato a finire in galera per un bel pezzo, per una cosa che ha combinato dopo che sono morto; e siccome non gli bastava, ha pensato bene di aggiungerci anche una bella partecipazione a una rivolta carceraria, cose di quegli anni. Insomma, ora non chiedetemi per favore se sia o meno ancora al gabbio; spero soltanto che almeno gli abbiano pagato i diritti d'autore, visto che sulla sua storia uno ci ha fatto, pensate un po', delle canzoni. Ma dico io. Che diavolo ci sarà stato da cantarci sopra, sulla storia di quel povero bischero; eppure dico la verità. Il bello è, appunto, che in una di queste canzoni ci sono finito pure io. Una strofa intera. Lo avesse saputo mia madre, povera donna, almeno ci si sarebbe fatta un sorriso mezzo inorgoglito; mio figlio in una canzone, chissà come mi invidieranno la Carla del terzo piano e la Marisa del quarto.

Ora, però, 'sta storia, visto che sono morto e non ho proprio null'altro da fare, ve la vorrei raccontare io com'è andata sul serio. Del resto, oramai sono passati tanti di quegli anni che se ne può parlare tranquillamente, non dico con distacco, no, ma ragionando in modo pacato e pigliandola magari anche un po' sul ridere. L'unico problema è che non so davvero da dove cominciare; se dalla storia del mio amico impiegato, o dalla mia. Forse sarà meglio dalla mia, d'accordo, tanto così per calare subito l'asso della mia strana fine. Come qualcuno magari ricorderà, io sono morto arrugginito. Proprio così. Ossidato, se si preferisce un termine un po' più elegante. Non c'è stato nulla da fare e, già da morto, mi son dovuto pure beccare le battute dei becchini che mi dicevano che avrei dovuto portarmi dietro due chili di vernice al minio. Naturalmente, essendo là stecchito e pronto per essere seppellito, non ho potuto risponder loro “meglio morto che arancione”; e comunque, tutto sommato, mi è andata pure bene perché le leggi di allora in materia di smaltimento erano molto meno severe di ora, e che oggigiorno non sarei stato seppellito in terra consacrata bensì in una discarica abilitata allo stoccaggio e allo smaltimento dei rifiuti tossici. Magari mi avrebbe beccato pure qualche Ecomafia, vattelappesca; e comunque così è andata, bisogna anche perdonare qualche battutaccia a quei pover'uomini che fanno quel lavoro di merda. Poi, del resto, merda è ogni lavoro. Fare il becchino non è peggio che fare l'impiegato o la lavandaia; mia madre e il mio amico ne sanno qualcosa. Quanto a me, io facevo il fannullone, senza pretesa di volere strafare. Dormivo al giorno quattordici ore, saranno stati anche un po' cazzi miei, ci avevo sempre sonno.

Ora, secondo la storia raccontata dal mio amico, e anche -ohimè- dalla canzone, io stavo seppellendo mia madre in un cimitero di lavatrici. Del tutto vero, ineccepibile; però, come dire, la storia è stata buttata lì alla brutto dio, senza una minima spiegazione, come fossi stato un matto da legare che piglia la salma della mamma e va a buttarla in una discarica di elettrodomestici usati. Ennò perdio. Sappiate che stavo adempiendo ad una precisa volontà di mia madre, espressa poco prima che morisse. “Figlio mio”, mi aveva preso un giorno da una parte, “devo parlarti”. Con il dovuto rispetto, la avevo ascoltata seppure con una certa inquietudine.

“Vedi, figliolo, sai che per tutta la vita ho lavorato in mezzo alle lavatrici. Ma non come quella di casa; erano dei mostri con dei cestelli enormi, in qualcuna ci sarebbe stata dentro una famiglia intera a pranzo. Alla fine, voglio fartela breve, ho imparato a capirle, le lavatrici. Il loro più minuto linguaggio, le sfumature degli zììììììììììììììrl e dei guòòòòòòòòòsh, degli spràààààààm e dei chluchlù-chluchlù. Alla fine ci parlavo e mi rispondevano, erano le uniche cose con cui sfogarmi, e anche io avevo imparato a fare zìììììììììììììrl e chluchlù-chluchlù....mi prenderai per matta, lo so. Ma prova tu, figliolo, a stare dieci ore al giorno dentro una lavanderia industriale. (Io pensavo: mamma, ti ringrazio per tutto quel che hai fatto per me, ma col cavolo). Insomma, figlio mio, ti chiedo di rispettare le mie ultime volontà: quando morirò, mi devi seppellire in un cimitero di lavatrici. E voglio tutto in regola: mi pigli, mi avvolgi in un lenzuolo, cerchi il relitto di una -ségnatelo- Washmonster Turbomatic 666 e mi ci infili dentro con tutto il sudario, e non avere paura perché tanto c'entrerebbe dentro pure un orso bruno. Giurami che lo farai, figlio mio.”

Che cosa potevo fare? Sinceramente, pensai che a mia madre, sì, fosse andato di balta il cervello. D'altronde, mi misi a riflettere rapidamente, con quel poco che guadagnava stando alle sue lavatrici mostruose aveva campato me, le mie mille favole di gloria e di vendette, e pure quella sciagurata di mia moglie, che alla prima occasione buona s'era messa a darla ddiqquà-e-ddillà. Oddio, poveraccia, aveva anche fatto bene, non lo nego. Un certo qual senso di autocritica l'ho sempre avuto, non crediate. Insomma, alla fine, mi decisi: “Sì, mamma, rispetterò il tuo volere. Sarai seppellita nella tua lavatrice preferita avvolta nel lenzuolo bianco ricamato dalla zia Giuseppa.” Misi la mano sul cuore; vidi mia madre prima sorridere commossa, e poi mi abbracciò; fu un momento che definire toccante sarebbe un eufemismo. Com'è e come non è, la mia povera mamma un brutto giorno passò a miglior vita; e dovetti agire con un po' di circospezione, poiché ciò che mi accingevo a fare non era, forse, pienamente legale. D'accordo che ci sono stati miliardari texani che si sono fatti seppellire dentro una Lincoln Continental del '61 o roba del genere, ma una lavatrice non sarebbe stata presa molto bene dalle autorità.

Il giorno fissato per l'operazione mi sentivo parecchio strano. Ci avevo, porca eva, un prurito leggero su tutto il corpo, e non facevo che grattarmi; eppure mi ero lavato a dovere, diamine, stavo per infilare la mia povera mamma morta in una lavatrice gigante e mi sembrava il minimo. Dopo averla infilata nel lenzuolone candido della zia Giuseppa, con un po' di fatica e maledicendo il prurito, infilati quel bizzarro bagaglio nel baule della mia Fiat 124 e andai alla discarica prescelta, dov'ero certo di trovare quel che la mamma desiderava. La trovai, infatti, facilmente la Washmonster eccetera; uno spettacolo. Non avevo mai visto nulla del genere; più che una lavatrice, sembrava un'astronave di quelle dei film tipo Ed Wood. Mentre mi accingevo a infilare la mamma nel cestello, rispettando così il suo ultimo desiderio, avvenne l'irreparabile e l'inspiegabile. Sentii come una specie di zìììììììììììììììrl, come se il mostro si fosse rimesso a funzionare; poi, dentro di me un grììììììììììììnd; e, infine, ecco, beh, lo sapete. Mi ritrovai completamente arrugginito. Non in senso figurato, sapete, come quando si dice “mi sento un po' arrugginito” se non si riesce a fare la corsetta per acchiappare l'autobus. E nemmeno come quando si dice che l'inglese che si è imparato a scuola è arrugginito. No, no. Proprio arrugginito, trasformato in una cosa marrone e dall'odore metallico che comincia rapidamente a disfarsi. Accorgendomene, feci appena in tempo a buttare la mamma dentro il cestellone, che si richiuse con un bòng. Poi non mi ricordo più niente. Mi sembrò quasi che la lavatrice partisse per davvero; ma, a quel punto, ero già bell'e e che morto. Arrugginito, appunto.

Così andò; e qui la famosa canzone del mio amico impiegato ricomincia fortunatamente ad essere un pochino esatta. Vero è che parecchie particelle di ruggine, dissolvendosi, partirono per l'aria, e fu una sensazione non sgradevole, a dire il vero. L'aldilà? Lo avevo sentito definire in mille modi, e scoprivo ora che era ossido di ferro. Eh, vabbè, una cosa come un'altra, sarà mica peggio di Caron Dimonio o di quell'anodina pallosità chiamata “paradiso”. E' senz'altro vero che ne parlarono parecchi giornali, di questa cosa; insomma, è comprensibile. Mica tutti i giorni succede che uno muoia arrugginito, eh. Pensate un po' se allora ci fosse stata “La vita in diretta” o roba del genere, anche se vedere la faccia di Alda d'Eusanio di fronte alla mia salma ossidata sarebbe stato uno spasso. Secondo me, ci butto, sarebbe prima o poi venuto anche Voyager con tanto di Templari, Maya e Rennes-les-Châteaux. Però è assolutamente falso che io sia scappato via prima di arrugginire: avevo una promessa da mantenere alla mia povera mamma e non accetto che la mia memoria si arrugginisca fino a tal punto. E poi, scappato per cosa? Beh, il prurito gratta-gratta ce lo avevo, ma non pensavo certo di arrugginire a morte. Nemmeno voi ve lo aspettereste mai; a me è toccato. Assolutamente sacrosanto che mi sia fermato solo un attimo per dire due paroline al Padreterno e ti pareva che non volesse scassare la minchia persino a uno che aveva fatto arrugginire? Però qui la canzone risente della castità del tempo; altro che “fatti suoi” Gli urlai, al vecchio barbogio, proprio di farzi i cazzi suoi, altro che “fatti”; però la canzone, credo, l'avrebbero censurata all'istante. Infine, per concludere la mia vera storia, è pur vero che dopo poco si mise a piovere, e che una certa quantità della mia ruggine sia caduta addosso ai becchini insieme all'acqua; forse anche per questo, poi, mi dicevano le battutacce sul minio. La “gente che si lascia piovere addosso”, però, non l'ho mai capita; forse sarà stata qualche immagine poetica, boh. A quanto mi risulta, ci avevano tutti quanti l'ombrello, casomai ci sarà stato qualche problema se aveva il puntale di metallo.

Però, insomma, la cosa che proprio non mi riesce capire, è come io sia andato a finire, sia pure arrugginito, dentro la storia del mio amico impiegato (e dentro la relativa canzone, va da sé). Io, proprio, non ci avevo nulla a che vedere. Oh, d'accordo, io sarò stato quel che sarò stato, ma di qui a infilarmi in una storiaccia di bombaroli solitari e di rivoluzioni francesi, ce ne corre. Io mi chiedo che cosa gli sia passato per la testa, al mio amico; ci aveva un buon impiego, contare i denti ai francobolli non sarà granché divertente però è sempre meglio che spaccarsi la schiena in miniera o fare il becchino. Diceva “grazie a Dio” e “buon Natale” con squisita educazione, aveva una bella fidanzata che lavorava in un negozio di fiori finti e lui, pàff, cosa ti fa? Si mette a ascoltare le canzoncine del “maggio francese”, tutti quei casinisti che poi, in gran parte, sono finiti a fare gli impiegati esattamente come lui, passati i bollori giovanili. Per non dir di peggio, tipo a votare a loro volta l'ordine, la sicurezza e la disciplina; oppure a servire e leccare il padrone con lingue ben più grandi della lavatrice della mia povera mamma. Nulla da fare. Si è messo a sognare, e che sogni! Prima quello di mettere una bomba a un ballo mascherato, io dico, che accidenti gli avranno fatto le mascherine? Poi di stare in tribunale davanti a un giudice che gli dice di essere il “potere” e gli chiede pure se vuole essere giudicato, assolto o condannato. Bella fica, lui! E mica funziona così nei tribunali! Poi, infine, sogna di ammazzare suo padre e di dare fuoco a ogni cosa, persino a un quadro di Guttuso costato degli spaventomilioni. E ce lo avessi avuto io, quel quadro! Avrei fatto seppellire la mamma in una lavatrice nuova di pacca, e magari non sarei arrugginito; e invece no, lui sogna di dargli fuoco. Lui, sempre nel sogno, “discute l'amore” con sua moglie, e sai cosa c'è da discutere. E' andata a finire come doveva: a un certo punto è capitato in casa un tipo parecchio strano, magro, con dei capellacci arruffati e parecchio più attempato di lei. E lui lì, a berciare dal Commissario mentre quello lì gli intortava la moglie con discorsi sulla Wertkritik, che la sua povera moglie deve aver preso per una collega della Wertmüller. No, vero; farsi fregare la moglie perché l'altro ha più soldi, perché è parecchio più bello, perché ci ha la spider mentre tu ci hai la seicento, per qualche stracatacazzo di motivo; ma farsela fregare a base di Robert Kurz e Anselm Jappe dev'essere stato parecchio duro e capisco un po' perché, a un certo punto, al povero mio amico dev'essere saltata qualche rotella nel capino. Il suo ultimo figlio? Lasciamo perdere, l'ho conosciuto. Quello, a diciassett'anni, si faceva già delle pere più grosse d'una conference, altro che “primo hashish”. E ci credo, poi; col padre in galera e la madre scappata con un altro, che ti vuoi aspettare. Insomma, si vede che il mio amico impiegato proprio voleva finirci, in tribunale; ma non deve avere trovato il giudice che aveva sognato. Ha preparato la sua bella bomba con tanto di ragionamenti anche profondi e giusti, lo ammetto, però prima di ragionare forse avrebbe dovuto imparare, che so, un po' di balistica, o semplicemente avere un po' più di gnegnero. E così, invece del Parlamento, ha fatto saltare in aria un'edicola, fortunatamente vuota. Epperò, bel modo di finire in gattabuia, aver fatto esplodere centoventi copie del Corriere della Sera, un pacco di Settimane Enigmistiche e un quintale di fumetti porcherecci tipo Lando o Corna Vissute, sapete, di quelli che i chioschi di giornali tengono sempre sul retro per non farli vedere ai bambini e alle monache.

Ha fatto un po' scena al processo, d'accordo. Sebbene fossi già ampiamente morto e la mia ruggine oramai avesse cessato di fare notizia (capirai, la storia ha retto due o tre giorni poi se ne sono dimenticati tutti), mi ricordo dell'aria fiera e dignitosa che il mio amico aveva al processo. Ciò, naturalmente, non è servito a non fargli prendere vent'anni di galera. E nemmeno per un sacrosanto motivo come quello di tale Michele Aiello, detto “Michè”, che aveva ammazzato uno stronzo che voleva fregargli la fidanzata e che poi s'era impiccato in cella. E così, mentre la sua fidanzata (o moglie che sia) se la filava col tipo magro, che ci aveva già i passaporti pronti, nonché una valigia piena di libri di Giorgio Agamben, lui, eh, prendeva coscienza e partecipava alla rivolta carceraria prendendo in ostaggio dei secondini, tra i quali Baffi di Sego che era il primo e al quale infilarono persino un manico di scopa nel culo. E vabbè. E che vi devo dire. Magari avranno fatto pure bene, anche se sospetto che, nei lunghi anni di galera che sono susseguiti, il mio disgraziato amico si sia prima o poi ritrovato a contare i denti ai francobolli, dicendo “grazie a Dio” e “Buon Natale” al direttore del carcere, e sperando in una liberazione per buona condotta. Beh, non s'è ammazzato come quel Michele Aiello, e è già qualcosa; nel frattempo le rivoluzioni, mi sembra, sono andate a farsi fottere, parti des rouges, parti des gris, e mi piacerebbe poter dire, arrivati quasi alla fine, che io -non so come e non so perché- sono ancora vivo. Invece no, non lo posso dire. Io sono morto. Arrugginito, oh yea.

Ripeto: come io ci sia finito, in questa storia, non lo so proprio. Osservo; però, evidentemente, le mie capacità sono parecchio limitate. Faccio parte, lo confesso, di quella schiera di persone terra-terra, anzi ruggine-ruggine, che non sono mai protagoniste di nulla. Forse, chissà, il mio amico impiegato avrà voluto, col suo gesto, essere protagonista di qualcosa almeno per un po'; e forse ha voluto infilarmici dentro per farmi una specie di regalo. Forse starà per arrugginire anche lui, e ci ritroveremo a fare un bel cocktail di ossido, sai carini; o forse ancora, chissà, anche questo è un altro dei suoi famosi sogni. Dove sono finito? Quando ho finito di sfaldarmi accanto alla lavatrice dove avevo infilato la mamma, purtroppo ho inquinato qualche ruscello diluendomi poi in un fiume più grande. Qualche mia rugginosa particella dev'essere arrivata pure in mare. Da me non cresceranno alberi né fiori; eppure qualcosina di me deve ancora vagare, e chi lo sa. Un granello di ruggine in lontanissime isole. Un altro granello a sbirciare le bagnanti sulla Plage de la Corniche. Un altro ancora ad assistere al delirio di Gauguin e Madeleine Bernard. Che sbadato, mi ero dimenticato di presentarmi. Piacere, mi chiamo Berto, figlio della lavandaia. E la lavatrice, dicono, gira, gira senza smettere mai.

16/2/2016 - 15:21


Se la memoria non mi inganna, mi pare che Fabrizio, in una sua intervista, affermò che con questa canzone volle parlare dei rivoluzionari che attuano appunto una rivoluzione per poi prendere le poltrone delle stesse persone che combattevano. Da qui, credo, il prendere "il posto lasciato dal padre".

Luca 'The River' - 9/2/2017 - 21:32


Pagina principale CCG

Segnalate eventuali errori nei testi o nei commenti a antiwarsongs@gmail.com




hosted by inventati.org