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Io me ne volli andà per i' Mugello

anonimo
Lingua: Italiano (Toscano Mugellano)


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Stornelli mugellani.

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Nel Mugello gli stornelli sono tra le tradizioni ancora più vive, tanto che, addirittura nella città di Firenze, quando si parla di stornelli si intendono “tout court” gli stornelli mugellani (si dice “mugellani”, non “mugellesi”). E gli stornelli mugellani riflettono spesso quelle terre di matti e fieri montanari che hanno visto sia l'anarchismo che la chiesa di Barbiana, la Resistenza e la storia del cane Fido. E allora, in omaggio al Mugello e alle sue genti, ecco questa terrificante stornellata che mi cantava mio nonno, Venturi Bruno, la cui moglie, mia nonna Aldrovandi Ede, era peraltro mugellana di Sant'Agata. Me la cantava con mucho gusto, da ferroviere anarchico anticlericale qual era, e con altrettanto gusto (seppur con qualche parola diversa) me la ritrovai cantata da Riccardo Marasco. C'è di tutto: belle ragazze discinte che sgobbano per il sor padrone, tre frati fannulloni che le ragazze apostrofano in malo ma inequivocabile modo, e che si risentono assai, e la truculenta controreazione delle ragazze, segno assolutamente non fraintendibile del modo in cui gli uomini di chiesa venivano considerati in quelle campagne. Io sono di queste terre e di altrove non vorrei essere, che è la prima condizione per essere un vero cittadino del mondo. Il testo lo metto a memoria nella versione insegnatami da mio nonno. In via eccezionale tento di riprodurre sommariamente la pronuncia rustica, con qualche nota esplicativa.
Io me ne volli andà per i' Mugello
su su pe' le Hardine alla Huerciola. (1)
Attenti amici l'argomento è bello
e chi lo sente assai si rihonsola.

Se di parlare mi date i' permesso
vi honto la storia d'un vero progresso:
stat'attenti! Stat'attenti!
Son sihuro, sarete hontenti,
ecco, i' fatto 'e successe hosì.

Quando fui giunto ai prati d'i Guadagni (2)
Le viddi una ventina di ragazze.
Mi misi sott'un arbero a guardare,
sentivo 'he ridèan come pazze.

Chi aveva i'rastrello, hi aveva i' forcone,
giravano i'fieno d'i'loro padrone;
che bellezze! che bellezze!
Rimirando le loro fattezze
io mi volli hosì riposà.

Nimmentre stavo là n'i' riposare,
viddi arrivà tre frahi francescani.
L'Annina he potiede (3) giudihare
si vorta e dice all'Isola d'i'Giani:

“Guardahe 'mpohino hue' tre bighelloni
he vanno girando gabbando i minchioni!
Li vedehe? Li vedehe?
Loro hampano senza monehe
e a noàrtre 'e ci tocca sudà.”

I' frahe Don Rodrigo 'intese huesto,
corse all'Annina e gni tirò un ceffone.
Ma i' frahe a rigirassi 'e fece presto
perché la lo rincorse co i' forcone.

“Aiuto hompagni!”, gridava Rodrigo,
accorse Giovanni co i'frahe Amerigo.
E Giovanni, e Giovanni,
la Beppona l'acchiappa pe' panni
e co i'frahe pe' terra cascò.

E un artro frahe 'he 'un l'avèan veduho
finì giù a ruzzoloni pe' le fossa.
E se' ragazze 'hon pensiero astuho
intenziononno (4) di squarciagni l'ossa.

Arriva la Flora d'i'poggio Hapalle (5)
gni morde una mela (6), gni strigne...l'urecchi,
poerino! Poerello!
Alla fine gni mozza...i' ciuffetto,
e i' processo doman si farà. (6)
NOTE esplicative

(1) Le Caldine e la Querciola sono poco fuori Firenze, nel comune di Fiesole, sulla strada che da Firenze (alle Cure) mena per il Mugello verso Borgo San Lorenzo, e che in ultimo va a Faenza (la via Faentina, si chiama).

(2) I Prati del Guadagni sono ancora oltre la Querciola, oramai quasi all'Olmo e quindi al limitare tra i comuni di Fiesole, Pontassieve e Borgo. Siamo ormai in Mugello pieno.

(3) Potiede: potette, poté. Nel fiorentino rustico (di città e di campagna) sono frequenti i passati remoti in -iedi, -iede: andiede (per “andò”), stiede (per “stette”) ecc. Si tratta in ultima analisi di un'interferenza del passato remoto diede (da “dare”).

(4) Intenziononno: intesero, decisero. La forma rustica della III persona del passato remoto della I coniugazione è in -onno: comandonno, volonno, sparonno (comandarono, volarono, spararono) (da antichi *comandorno, *volorno, *sparorno).

(5) Il Poggio Capalle dev'essere un'altura delle vicinanze (ma non la conosco). “Capalle” è comunque toponimo frequente nel fiorentino (ad esempio nella piana tra Firenze e Campi Bisenzio): “Casa delle Palle”, dai poderi che recavano lo stemma mediceo con le sei Palle.

(6) Si noti l'artificio per non nominare certe parti del corpo: la rima viene sì evitata, ma in modo da far capire benissimo cosa si voglia davvero dire (le palle e l'uccello, per farla breve!).

inviata da Riccardo Scocciante - 12/1/2009 - 23:45



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