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Eusko gudariak

José María De Garate
Lingua: Basco

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La guerra civile spagnola, 1936-1939 e la dittatura franchista

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[1932]
Testo/texto: José María de Garate
Modificato da / Modificado por Alejandro Lizaso Eizmendi
Musica/música: Atzo Bilbon nengoen [canzone popolare basca, "Ieri ero a Bilbao"]

ikurrina


Questa è la canzone-simbolo sia dei combattenti baschi antifascisti durante la guerra civile spagnola (per il qual motivo la inseriamo nell'apposita categoria) sia, in generale, dell'antifranchismo e dell'indipendentismo dell'Euskadi. Vogliamo ricordare che è stata, con nostro grande piacere, cantata a squarciagola da alcune ragazze basche ieri sera a Firenze in piazza Santo Spirito, durante una delle vere feste popolari per il 25 aprile (non quelle paludate di lorsignori e delle "istituzioni"). Una canzone, certo, di combattimento, una delle tipiche canzoni nella guerra di questo sito. [RV]

Eusko gudariak (originariamente Euzko gudariak, che in Italiano si traduce come «Combattenti Baschi») è una canzone tradizionale dei Paesi Baschi.

Fu scritta nel 1932 da José María de Garate, all'epoca presidente della sezione biscaglina del Bizkai Buru Batzar Partito Nazionalista Basco, basandosi su la melodia di Atzo Bilbon nengoen (Ayer estaba en Bilbao), una canzone tradizionale basca. Il testo fu modificato durante la Guerra civile spagnola da Alejandro Lizaso Eizmendi che aggiunse la strofa finale per rendere la canzone più triofante e combattiva.

Nel 1983, quando vennero istituite la bandiera e l'inno ufficiale della comunità autonoma di Euskadi, Eusko Gudariak fu una delle canzoni che vennero nominate per diventare l'inno, insieme a altre come Gernikako arbola e Eusko Abendaren Ereserkia (canzone Gora ta gora, che poi fu scelta come inno. Di tutte le forme di Eusko gudariak la seguente è quella che rappresenta di più la sinistra indipendentista basca izquierda abertzale.
it.wikipedia

Eusko gudariak gera, texto aplicado a la melodía Atzo Bilbon nengoen, recogida por Azkue en Aramayona. Popularmente era más conocida como Domingo Kanpaña o Mando baten gañean. A su vezha conocido otros textos, como Amerikara noa, Euskal Herri maitea, Beti zintzo egiñaz, Arantzazu erre zanekoa. El texto de Eusko gudariak gera fue escrito por José María de Garate en 1932, siendo él presidente del Bizkai Buru Batzar del PNV. Pero entonces no obtuvo una gran acogida por parte de sus compañeros de Juventud Vasca. Fue en 1936, cuando fue adoptada como marcha guerrera por los gudaris, usándolo por primera vez la compañía Kortabarria de Bilbao. Pero fue Alejandro Lizaso Eizmendi, txistulari excepcional de la Banda de Errenteria y capitán de ametralladoras del Batallón Itxarkundia, quien le añadió el final Irrintzi bat entzun da mendi tontorrean, goazen gudari danok ikurrinan atzean, dándole un aire más vigoroso a la canción.
Procedencia de algunas melodías vascas

Eusko gudariak (jatorrizko ortografian Euzko gudariak) euskal abesti tradizionala da, Eusko Gudarostearen ereserkia izandakoa.

Jose Maria Garatek idatzi zuen kanta 1932an EAJko presidentea zelarik. Oinarri modura «Atzo Bilbon nengoen» abesti tradizional arabarraren doinua hartu zuen. Gerra zibilean, Alejandro Lizaso kapitainak letra aldatu zion azkeneko estrofari kutsu borrokalariagoa emateko.[1]

1983an, Euskal Autonomi Erkidegoko bandera eta ereserkia erabaki zirenean, Eusko gudariak izan zen ereserkia izateko aukeretariko bat (Besteak Gernikako arbola eta Eusko Abendaren Ereserkia ziren). Dena dela, Eusko gudariak oraindik erabili egiten da ereserki modura sektore batzuetan, esate baterako Ezker abertzalearen ekitaldietan.

Abestia, disko askotan izan da argitaratua eta Pantxoa eta Peio moduko taldeek jo dute. Doinua bakarrik ere argitaratua izan da, 1982an PSOEk argitaraturiko errepublika eta gerra zibil garaiko abestien La internacional bilduman kasu.
eu.wikipedia

Eusko Gudariak gara
Euskadi askatzeko,
gerturik daukagu odola
bere aldez emateko.

Irrintzi bat entzun da
mendi tontorrean
goazen gudari danok
Ikurriñan atzean.

Faxistak datoz eta
Euskadi da altxatzen.
goazen gudari danok
gure aberria askatzen.

Eusko Gudariak gara
Euskadi askatzeko,
gerturik daukagu odola
bere aldez emateko.

inviata da Riccardo Venturi - 26/4/2008 - 19:11


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Lingua: Spagnolo

Versione castigliana / Versión castellana
it.wikipedia

COMBATIENTES VASCOS

Somos combatientes vascos
para liberar Euskadi,
generosa es la sangre
que derramamos por ella.

Se oye un irrintzi [grito]
desde la cumbre:
¡Vamos gudaris todos
detrás de la Ikurriña!

Ante los fascistas
Euskadi se alza en pie.
¡Vamos gudaris todos,
liberemos nuestra patria!

Somos combatientes vascos
para liberar Euskadi,
generosa es la sangre
que derramamos por ella.

inviata da Riccardo Venturi - 26/4/2008 - 19:14


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Lingua: Italiano

Versione italiana
it.wikipedia

COMBATTENTI BASCHI

Siamo i combattenti baschi
arrivati per liberare Euskadi
Generoso è il sangue
che verseremo per lei

Si ode un grido
dalla collina
Andiamo tutti
dietro l'Ikurriña!

Contro i fascisti
Euskadi si alza in piedi
andiamo tutti a liberare
la nostra patria!

Siamo i combattenti baschi
arrivati per liberare Euskadi
generoso è il sangue
che verseremo per lei.

inviata da Riccardo Venturi - 26/4/2008 - 19:16


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Lingua: Inglese

Versione inglese (incompleta) / English version (incomplete)
en.wikipedia

BASQUE SOLDIERS

We are the Basque Soldiers
to free the Basque Country
we have ready our blood
to give it for it

A song has been heard
in the top of the mountain
let's go, all the soldiers
under the Basque flag

[...]

inviata da Riccardo Venturi - 26/4/2008 - 19:19


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Lingua: Francese

Versione francese (incompleta) / Version française (incomplète)
fr.wikipedia

SOLDATS BASQUES

Nous sommes les soldats basques
Pour libérer l'Euskadi.
Généreux est le sang
Que nous versons pour elle.

Une clameur se fait entendre
Depuis les sommets.
En avant tous les soldats
Derrière l'Ikurriña.

[...]

inviata da Riccardo Venturi - 26/4/2008 - 19:20


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Lingua: Catalano

Versione catalana / Versió catalana
ca.wikipedia

SOLDATS BASCOS

Som soldats bascos
per a alliberar Euskadi,
Estem disposats a vessar
la nostra sang per ella

S'escolta un irrintzi
des del cim:
Anem soldats tots
darrere de la Ikurriña!

Vénen els feixistes
I Euskadi s'alça en peus.
Anem soldats tots,
alliberem la nostra pàtria!

Som soldats bascos
per a alliberar Euskadi,
Estem disposats a vessar
la nostra sang per ella.

inviata da Riccardo Venturi - 26/4/2008 - 19:22


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Lingua: Galiziano

Versione galiziana (galega o gallega) / Versión galega
gl.wikipedia

COMBATENTES VASCOS

Somos combatentes vascos
para liberar Euskadi,
xeneroso é o sangue
que derramamos por ela.

Óese un irrintzi
dende o cumio:
¡Imos gudaris todos
detrás da Ikurriña!

Ante os fascistas
Euskadi álzase en pé.
¡Imos gudaris todos,
liberemos a nosa patria!

Somos combatentes vascos
para liberar Euskadi,
xeneroso é o sangue
que derramamos por ela.

inviata da Riccardo Venturi - 26/4/2008 - 19:23


Forse dipenderà dalle politiche internazionali “a strategia variabile”, ma il processo di pace avviato nei Paesi Baschi non sembra godere di molta visibilità. Molto meno di quella concessa negli anni novanta alle trattative tra governo inglese e Sinn Fein. Forse grazie al contributo (o alle forzature?) di Dublino e Washington, in breve tempo si giunse all'abbandono della lotta armata (Ira, Inla, gruppi paramilitari lealisti) e agli accordi di pace in Irlanda del Nord. Anche se risale ormai a due anni fa invio questa intervista (nella sostanza non è che la situazione sia cambiata di molto).
ciao, GS

Intervista a MARIBI UGARTEBURU, portavoce dell'IZQUIERDA ABERTZALE (sinistra indipendentista basca)
(di Gianni Sartori)
MARIBI UGARTEBURU


1) Il 20 giugno 2012 il vostro movimento, SORTU, è stato riconosciuto come organizzazione legale dal tribunale Costituzionale. Qual'è la vostra valutazione su questo importante risultato, indispensabile per il ripristino della democrazia in Euskal Herria?

R. La legalizzazione di Sortu segna l’inizio della fine di un ciclo di persecuzione ideologica e politica nel nostro paese. È stata un lungo decennio di illegalizzazione per decine di organizzazioni politiche, sociali, giovanili, comprese le liste civiche che erano state presentate in diverse elezioni (oltre a Batasuna e derivazioni, le Gestoras pro amnistia, i movimenti giovanile Jarrai e Segi, i giornali Egin e Egunkaria...nda). Va inoltre ricordato che questa persecuzione ha avuto conseguenze penali e personali. Più di 200 persone sono state arrestate, processate e in molti casi incarcerate per aver portato avanti il lavoro politico nelle organizzazioni suddette. A tutt’oggi molte di queste persone permangono in carcere. Pertanto la legalizzazione di Sortu la consideriamo un necessario inizio per la democratizzazione di Euskal Herria. Tuttavia lo stato spagnolo deve percorrere ancora un lungo cammino in questo senso.

2) Euskal Herritarok, Batasuna, Amaiur, Bildu...una lunga serie di organizzazioni basche messe fuori legge da Madrid. Cosa hanno rappresentato questi dieci anni di repressione e di resistenza per la sinistra abertzale?

R. Volendo rappresentarlo con un’immagine, è stato come una incessante ricerca della luce in un lungo e oscuro tunnel. Hanno voluto aggredire e distruggere la capacità organizzativa della Izquierda Abertzale con una serie di retate, processi e condanne politiche con il fine di condizionare e ostacolare la strategia messa in moto dalla Izquierda Abertzale al fine di promuovere un processo di soluzione democratica definitiva.
Va sottolineata la capacità di resistenza mostrata dall'Izquierda Abertzale durante questo decennio. Nonostante abbiamo dovuto agire sotto la scure di una repressione assoluta, siamo riusciti ad aprire la strada verso una nuova epoca politica in Euskal Herria. La dichiarazione di Aiete e la decisione di ETA di cessare definitivamente l’attività armata hanno segnato un evento storico e hanno reso possibile l’inizio di un processo definitivo di soluzione democratica. Parallelamente, ha cominciato a prendere corpo una maggioranza sociale che condivide questo obiettivo di soluzione del conflitto politico in chiave democratica. Inoltre siamo riusciti a porre la questione nell’agenda politica internazionale.

3)Quali sono attualmente i rapporti, le alleanze con Eusko Alkartasuna e con Aralar? e con i partiti di sinistra presenti in ambito statale (comunisti, Verdi...)?

R. Un'altra conquista di questi ultimi anni è rappresentata dal raggiungimento di accordi e alleanze politiche con altre forze di sinistra e favorevoli all'autodeterminazione di Euskal Herria. Prima c’è stato l’accordo di lavoro comune avviato con Eusko Alkartasuna (Solidarietà basca, partito di centro-sinistra nato da una scissione del Partito nazionalista Basco degli anni '80) e successivamente con Alternatiba (partito formato in seguito alla scissione di Ezker Batua, la Izquierda Unida dei Paesi Baschi). Nel 2011 si è materializzata l’alleanza con Aralar (dal nome di una montagna basca, partito nato da una scissione di Batasuna su posizioni pacifiste) e durante il 2012 abbiamo ampliato l’accordo strategico di sovranità nazionale e trasformazione sociale per Euskal Herria a tutto l’ambito nazionale basco, grazie all’inclusione di Abertzaleen Batasuna (formazione di sinistrandi Ipar Euskal Herria -Euskadi Nord sotto l'amministrazione francese). Non si tratta di alleanze costruite intorno a singole rivendicazioni e nemmeno di coalizioni meramente elettorali. L’accordo delle nostre cinque formazioni politiche è di carattere strategico, con una dinamica continua e sistematica di lavoro comune in tutte gli ambiti (istituzionale, comunicativo, socio-economico,socio-culturale).
Per quanto concerne i rapporti con altre forze politiche di ambito statale (spagnolo nda) o di altre nazioni dello stato spagnolo (un riferimento in particolare a Catalogna e Galizia), manteniamo una relazione fluida y normalizada dando vita a iniziative con i movimenti di sinistra favorevoli all'autodeterminazione sia dei Països Catalans sia della Galizia, così come con sindacati e formazioni politiche di sinistra dell’Andalusia e della Castiglia.

4)Esiste, credo, un rapporto privilegiato con i Paisos Catalans. Come valutate la loro attuale situazione politica (anche confrontandola con quella di Euskal Herria)?

R. La principale caratteristica dell’attuale fase politica in Catalunya è l’accelerazione del processo verso l’indipendenza. Esiste una significativa effervescenza sociale intorno a una maggioranza chiaramente indipendentista e su questo terreno la società civile catalana appare più avanti della classe politica. La Diada Nacional de Catalunya dell’11 settembre scorso è stata un' espressione evidente di questa realtà; i catalani hanno detto a Madrid che se ne vanno, che preferiscono farlo in maniera ordinata e pattuita, ma che ormai la decisione di dare vita a uno stato proprio è irreversibile. Per noi baschi questa situazione è motivo di grande soddisfazione nella misura in cui il processo di liberazione nazionale dei Països Catalans avanza in maniera visibile, anche perché ciò presuppone che il Governo di Madrid nei prossimi tempi dovrà far fronte a due movimenti indipendentisti di grande intensità. Nonostante alcune similitudini, le realtà basca e catalana sono differenti per molti aspetti. Tuttavia dobbiamo tenere presente che ogni progresso nel processo di liberazione nazionale e sociale dei nostri popoli alimenta vicendevolmente le nostre rispettive lotte.

5) I prigionieri politici (come è stato per l'Irlanda e per il Sudafrica) rappresentano uno dei nodi da sciogliere per proseguire nel processo di pace. Al momento quanti sono rinchiusi nelle carceri spagnole e come sono organizzati? E in Francia?


R. In base ai dati ottenuti e periodicamente aggiornati dal movimento popolare Herrira (movimento in difesa dei diritti umani delle prigioniere e dei prigionieri politici baschi), attualmente ci sono 613 prigionieri politici baschi. Di tutti questi, solo 8 sono detenuti in carceri di Euskal Herria; il resto si trova disperso in 47 carceri spagnole e in 29 francesi, a una distanza media di 600 km dalle loro famiglie (molti si trovano in prigioni che distano più di 1000 km dalla propria località). Ci sono inoltre prigionieri politici baschi in Portogallo, Irlanda del Nord, Inghilterra e Messico. Altre 11 persone sono in regime di arresti domiciliari a causa di malattie gravi o irreversibili; i loro movimenti sono controllati tramite braccialetto elettronico e possono lasciare i propri domicili per quattro ore al giorno, con l’obbligo di rimanere comunque nella propria località. Occorre inoltre segnalare che ci sono altre 14 persone che rimangono in carcere nonostante le diagnosi mediche attestino che soffrono di malattie gravi e irreversibili; uno di questi è in fase terminale (Iosu Uribetxeberria è stato rimesso in libertà nei giorni immediatamente successivi all'intervista nda). 60 dei prigionieri politici baschi subiscono poi il prolungamento della condanna a causa della dottrina 197/2006 o Dottrina Parot (norme speciali che prolungano indefinitivamente la pena trasformandola in ergastolo di fatto). Il Tribunale Europeo dei Diritti Umani di Strasburgo ha emesso una sentenza il luglio scorso, dichiarando questa Dottrina contraria al Diritto e stabilendone la sospensione. Il governo spagnolo non ha sino ad ora accettato la sentenza. Vi sono inoltre 136 prigioniere e prigionieri che dovrebbero per legge usufruire della libertà condizionale, avendo scontato i 2/3 o i ¾ della loro condanna. La quasi totalità delle prigioniere e dei prigionieri politici baschi fanno parte del Colectivo de los Presos Políticos Vascos (EPPK, la sua sigla in euskara), che rivendica il rispetto di tutti i diritti umani dei detenuti e il riconoscimento della loro condizione di prigionieri politici, con diritto a partecipare al processo di risoluzione democratica del conflitto in Euskal Herria. EPPK come collettivo firmò un anno fa l’Accordo di Gernika (sottoscritto da 66 soggetti politici e sociali) che delinea le basi democratiche per passare alla fase della risoluzione del conflitto politico del nostro paese.

6) Quali le prospettive per Arnaldo Otegi e per gli altri imputati del caso Bateragune***?


R. Il 9 maggio scorso il Tribunale Supremo spagnolo ha ratificato la condanna contro cinque militanti della Izquierda Abertzale, sebbene dei cinque giudici due fossero contrari. Arnaldo Otegi e Rafa Diez sono stati condannati a sei anni e mezzo di prigione, e Miren Zabaleta, Arkaitz Rodriguez e Sonia Jacinyo a sei anni. Questa sentenza è stata impugnata di fronte al Tribunale Costituzionale spagnolo alla fine di giugno, e ancora non c’è stata una risposta al detto ricorso. Queste cinque persone sono state arrestate nell’ottobre del 2009, e si trovano quindi detenute da quasi tre anni, paradossalmente per aver promosso il dibattito strategico in seno alla Izquierda Abertzale. Un dibattito il cui frutto è stato la nostra decisione di puntare sulla via politica esclusivamente pacifica e democratica, fatto che ha reso possibile l’apertura di un processo di pace nel nostro paese. Questo processo esiste e avanza grazie allo sforzo, tra gli altri, anche di queste cinque persone, le quali stanno pagando la loro militanza per la pace e la risoluzione democratica con il carcere. A nostro avviso, il caso Bateragune è un esempio significativo della qualità democratica dello stato spagnolo


7)Pensando all'Irlanda e al Sudafrica del dopo apartheid, quali sono le analogie con Euskal Herria? Esiste la possibilità di percorrere la medesima strada verso una pace giusta?

R. Sebbene si tratti di paesi e conflitti differenti in quanto a storia e sviluppo, le esperienze irlandese e sudafricana hanno costituito in questi ultimi 20 anni un paradigma valido per qualsiasi altro conflitto politico, poiché hanno evidenziato che il rispetto rigoroso dei diritti umani, civili e politici di tutte le persone coinvolte, incluso il diritto alla libera determinazione, è la condizione fondamentale per la risoluzione del conflitto stesso. E insieme a questo hanno stabilito che il dialogo politico senza esclusioni è uno strumento basilare e irrinunciabile per la risoluzione definitiva dei conflitti. Queste premesse sono valide in qualsiasi posto del mondo, e quindi anche in Euskal Herria. Tuttavia gli stati spagnolo e francese seguitano a voltare le spalle all’evidenza dei fatti.

8)Una domanda di carattere più generale. Le lotte di liberazione del secolo scorso (Algeria, Vietnam, ex colonie portoghesi, Sud Africa, Irlanda...e Paesi Baschi, naturalmente) hanno avuto una valenza di sinistra. Invece da un paio di decenni sono nati movimenti che dicono di richiamarsi all'autodeterminazione dei popoli, ma ideologicamente sono di destra (neoliberismo, intolleranza che talvolta sfocia nel razzismo, scarsa coscienza sociale e ambientale...)
Una vostra opinione?

R. Le basi ideologiche della Izquierda Abertzale, o di quello che si è chiamata Movimiento Vasco de Liberación Nacional, si sono sempre basate -e seguiranno a farlo- sull’idea di doppio fronte di lotta: la lotta per la liberazione nazionale di Euskal Herria, come soggetto titolare di diritti politici, e la lotta per la liberazione sociale del popolo lavoratore basco, unendo le classi lavoratrici e popolari per far sì che siano il vero motore della trasformazione verso una società egualitaria, giusta ed equa. La nostra idea di un socialismo identitario non ha nulla a che vedere col nazionalismo capitalista o razzista, il quale rinuncia all’uguaglianza tra le persone come principio umano fondamentale.
Gianni Sartori

***nota sul caso BATERAGUNE
I cinque militanti indipendentisti (tra cui Arnaldo Otegi, ex leader della disciolta Batasuna) vennero arrestati il 13 ottobre 2009 per aver dato vita all'associazione Bateragune (considerata dai giudici come una nuova Batasuna) e mentre gettavano le basi di quel dibattito che ha portato al cambiamento della strategia politica dell'Izquierda Abertzale, alla fine della lotta armata e alla possibilità di una reale soluzione democratica del conflitto.
Sono stati condannati per presunta “appartenenza a ETA” e per aver cercato di “ricostruire Batasuna attraverso il progetto Bateragune”.
La sentenza è stata definita “un'aggressione al nostro popolo” dai firmatari dell'accordo di Gernika.
In pratica, come se durante le trattative Blair avesse fatto arrestare Gerry Adams. (g.s.)

Gianni Sartori - 3/10/2014 - 17:56


Questa intervista invece risale all'anno scorso (ricordo che alla fine del 2013 anche Benat Zarrabeitia venne arrestato con un'altra quindicina di esponenti di HERRIRA)

La situazione nei Paesi Baschi
Gianni Sartori intervista Benat Zarrabeitia - 27/03/2013

Gianni Sartori - 3/10/2014 - 18:01


OMAGGIO ALLA CATALOGNA?
(Gianni Sartori)

Il recente referendum (ma forse sarebbe più corretto parlare di “consultazione”) in Catalogna ha riportato questa antica “nazione senza stato” alla ribalta. Anche se sarebbe eccessivo parlare di “deriva leghista”, va comunque segnalato come negli ultimi anni l’indipendentismo catalano abbia smorzato il suo carattere di forza sostanzialmente di sinistra (soprattutto da quando anche CiU si dichiara indipendentista). Un breve ripasso per comprendere comunque le ragioni dei catalani nei confronti dell’evidente sciovinismo (e militarismo) madrileno.

Catalogna, nuovo stato d'Europa


Negli ambienti della sinistra libertaria la Catalunya acquistò visibilità al di fuori della penisola iberica grazie all’affresco reso da George Orwell in Homage to Catalonia sui combattimenti del maggio 1937 tra miliziani del Psuc (Partit Socialista Unificat de Catalunya, stalinisti) e della Cnt-Fai (Confederaciòn Nacional de Trabajo-Federaciòn Anarquista Iberica, anarchici) a cui si era associato il Poum (Partit Obrer d’Unificaciò Marxista, comunisti antistalinisti, spesso erroneamente classificati come trotskisti) in cui militava Orwell. Teatro dello scontro fratricida, interno al campo repubblicano anti-franchista, la Rosa de Foc, Barcellona.
Ma la Catalogna, terra di antica ed elevata cultura, è universalmente nota anche come la patria di Ramon Llull, di Gaudì, di Picasso, di Dalì, di Mirò.
Montserrat divenne una delle più importanti sedi musicali dopo il IX secolo e Albeniz era catalano. Il catalano, lingua ufficiale del regno d’Aragona, fu una delle maggiori lingue europee fino al XVI secolo.
 Dopo tre secoli di declino la cultura catalana ha conosciuto un vero e proprio rinascimento che nemmeno il franchismo ha potuto strangolare. Corridoio naturale tra Francia e Spagna, questa terra è stata ripetutamente pervasa sia da fermenti di opposizione sociale (basti pensare alla “lunga estate” dell’anarcosindacalismo) che da lotte di liberazione nazionale.
La Catalogna (o Gotolonia, “paese dei Goti”), era uno di quei regni cristiani della penisola iberica invasi dagli Arabi (occupazione di Barcellona: 717-718) e poi riconquistati a partire dall’XI secolo dai sovrani di Aragona e Castiglia. Attualmente il termine Catalunya indica una regione autonoma dello stato spagnolo composta dalle quattro province di Barcellona, Gerona, Lerida e Terragona (31.930 km 2 ; circa 600.000 abitanti, metà dei quali vivono e Barcellona). La Catalogna quindi è solo una parte dei Páisos Catalans, in cui si usa la lingua catalana. “El català” si parla tradizionalmente in Andorra, nelle isole Baleari, in una parte dei Pirenei-Orientali (Catalunya-Nord, nello stato francese, con circa 200.000 catalano-parlanti) e nel Paìs Valencià. Lo si utilizza anche nella Franja, una zona a ridosso dei confini amministrativi tra la Catalogna e l’Aragona, e ad Alghero (in Sardegna). Attualmente si calcola che il català sia parlato quotidianamente da oltre una decina di milioni di persone.


La Catalogna attuale deriva dalla Marca di Spagna, divenuta indipendente dall’impero franco a partire dal X sec., dopo che un conte di Urgel e di Barcellona ne aveva preso il controllo nell’873 (conte Guifrè I, detto il Peloso). L’unione, per matrimonio, tra la Catalogna e l’Aragona risale al XII sec. Nel XV, conservando le proprie istituzioni, si integra nella Spagna dei Re Cattolici. Il nazionalismo catalano nasce nel XVII sec., cogliendo l’occasione delle rivalità franco-spagnole. Nella prima metà del secolo XVII, nonostante tutti i suoi sforzi, la monarchia non riesce a ottenere l’unità politica, economica e militare della penisola iberica. I Paisos Catalans, grazie alla loro autonomia, si sottraggono alla forte inflazione monetaria castigliana. Questa opposizione da economica diventa politica, preludio a un tentativo violento di separazione. Nel 1640 inizia quella che passerà alla storia come “Guerra dels Segadors” (v. il famoso inno catalano), rivolta sociale e nazionale contro il regime feudale e contro la monarchia assoluta e centralista. Si costituisce una repubblica catalana sotto la protezione di Luigi XIII di Francia. Pau Claris riunisce tutte le classi medie e popolari, contadine e urbane, mentre la nobiltà, filo-castigliana, passa in blocco dalla parte di Filippo IV. La “Guerra dei Mietitori” finisce nel 1652 con la capitolazione di Barcellona.
Nel 1700 il re Carlo II muore senza successori. Filippo di Borbone, rappresentante del centralismo francese e degli interessi aristocratici e feudali, si scontra con Carlo d’Austria, in qualche modo portavoce di uno spirito federalista e decentralizzatore. Su quest’ultimo convergono gli interessi e le speranze delle classi medie e popolari catalane. Contemporaneamente Luigi XIV proibisce l’uso ufficiale della lingua catalana nella Catalunya Nord sottoposta alla Francia. Nel 1705 Carlo d’Austria sopprime alcuni privilegi nobiliari nel Pais Valencià; nel 1707 Filippo V sconfigge i valenziani nella battaglia di Almansa, restaura i privilegi nobiliari soppressi e scatena una durissima repressione contro le classi popolari. Nel 1714 (11 settembre: Diada, festa nazionale catalana) dopo 13 mesi di assedio anche Barcellona cade sotto le armi di Filippo V.
Con la capitale cade tutta la Catalunya e l’anno dopo anche Mallorca (Maiorca). Minorca invece, con la pace di Utrecht (1713) era passata sotto il dominio inglese.
 Alla repressione statale fece seguito una forte recessione economica, sociale e culturale. Il decennio successivo sarà ricordato come un continuo di insurrezioni popolari, guerriglia e “bandolerisme” contro il nuovo regime. Il nazionalismo comunque tornerà a crescere e svilupparsi per tutto il secolo XIX, quando i catalani, approfittando dell’indebolimento e della corruzione del potere spagnolo, tenteranno ripetutamente di liberarsi dal centralismo.
La rinascita del catalanismo favorirà anche un vasto movimento letterario (Aribau, Verdaguer, Maragall, Guimerà) e la formazione della Llega, un partito regionalista conservatore. Così come nel Paese Basco, anche in Catalunya nel 1931 vincono i repubblicani e viene negoziato con Madrid uno stato di autonomia. Durante e dopo la Guerra Civile, il franchismo (proprio come nel Paese Basco e con gli stessi metodi) farà tavola rasa del catalanismo. Bisogna ricordare che la Catalogna ha un’antica tradizione d’autonomia e che l’industrializzazione del paese era stata opera di una vasta porzione della società (al contrario di Euskal Herria dove era in mano all’elite finanziaria di Bilbao e San Sebastian). Perciò mentre è talvolta esistita una convergenza d’interessi tra alcuni settori della borghesia basca e Madrid, questo non è avvenuto con gli imprenditori catalani, in stragrande maggioranza oppositori del franchismo.
 Un inciso per ricordare i devastanti bombardamenti (causarono migliaia di vittime) subiti da Barcellona e altre località per mano dell’aviazione italiana dopo che Mussolini era pesantemente intervenuto, insieme ai nazisti, a sostegno di Franco. Dopo il ’39, il caudillo distrusse con ferocia e con la forza delle armi ogni istituzione locale dei Catalani. Lo stesso trattamento venne riservato alla cultura, alla lingua, all’economia (nel 1960 la Catalogna produceva il 21,4% del reddito nazionale e non partecipava al budget dello Stato spagnolo che per il 7%). Incalcolabile poi il numero delle vittime delle “sacas”, le esecuzioni sommarie di massa che per anni e anni decimarono quelle classi popolari catalane che maggiormente si erano rese protagoniste della lotta al franchismo e all’ordine sociale esistente (gran parte dei giustiziati erano membri della CNT).
 Durante i primi anni del regime franchista, l’opposizione catalana fu soprattutto simbolica. I grandi leaders politici erano morti o in esilio e così i capi del movimento sindacale. Da ricordare in particolare Lluis Companys (dirigente dell’Esquerra Republicana de Catalunya, fondata nel 1931) rifugiato in Francia, che venne consegnato a Franco dalla Gestapo e fucilato nell’ottobre del 1940. Solo durante gli anni cinquanta l’opposizione prese a manifestarsi apertamente attraverso varie forme di resistenza civile come il boicottaggio di massa dei trasporti pubblici a Barcellona nel 1951. Si ricominciò anche a riaffermare l’identità culturale catalana.
 Vennero operati anche sabotaggi e attentati. Forme di resistenza armata al franchismo saranno praticate da gruppi libertari catalani come quello del “Chico” e dal M.I.L. (v. Salvador Puigh Antich, garrotato nel marzo 1974). Dopo la morte di Franco (novembre ’75), le aspirazioni autonomiste poterono manifestarsi più liberamente. Una lunga serie di scioperi e di manifestazioni di massa (appoggiati anche dalla Chiesa e dalle principali autorità del paese) portarono alla “concessione” dello statuto di autonomia del dicembre 1979 e, a differenza di quanto avviene nel Paese Basco, le cose sostanzialmente sono rimaste ferme a quel punto.
Meno conosciuto di quello basco, l’indipendentismo catalano ha vissuto una storia altrettanto tormentata, tra persecuzioni e divisioni. Accanto alle organizzazioni storiche (Estat català, risalente al 1922 e di ispirazione irlandese, Esquerra Republicana de Catalunya fondata nel 1931 e la coalizione di centro-destra Convergència i Uniò che ha governato alla Generalitat dal 1980 al 2003 per tornare al potere nel 2010) l’ambiente catalanista, soprattutto nel corso degli anni ottanta, ha prodotto una miriade di formazioni minori. Generalmente di sinistra, almeno in passato. Tra queste il Moviment de defensa de la Terra, il Moviment d’Esquerra nacionalista e un gruppo armato, Terra Lliure. Ma anche associazioni per la difesa della cultura e della lingua catalane come il Centro internacional Abat Escarrè (nato tra le mura del monastero di Montserrat e diretto da Aureli Argemì) e la Crida a la solidaritat. Sia nel Moviment d’Esquerra Nacionalista (in cui convivevano ambientalisti, pacifisti, antinucleari, femministe, libertari…) che nel Moviment de Defensa de la Terra negli anni ottanta sembrava prevalere un carattere movimentista. Ispirandosi a Herri Batasuna, l’MDT seppe coniugare le istanze indipendentiste con una radicata tradizione ambientalista e delle lotte sociali, ma in seguito ha optato per la trasformazione in partito comunista. Sempre negli anni ottanta, l’organizzazione che godette di maggiore notorietà, soprattutto nell’universo spettacolare dei media, fu sicuramente Terra Lliure, dedita alla lotta armata. Autosciolta nel ’92, la maggior parte dei suoi militanti si sarebbero poi integrati nell’Esquerra.
La Crida a la Solidaritat, nata nel 1981 e poi confluita nell’Esquerra Republicana, rappresentò una risposta al tentativo di golpe di Tejero. In quella occasione un’assemblea di migliaia di persone all’Università di Barcellona produsse un manifesto intitolato “crida a la solidaritat en defensa de la lengua, la cultura i la naciò catalana”, basato sulla rivendicazione dei diritti nazionali storici della Catalunya, sul progetto di unità dei Paisos Catalans, sul diritto all’autogoverno, sulla difesa della lingua catalana come lingua propria e unica del paese, sull’approfondimento della democrazia come forma di progresso sociale.

Scopo del catalanismo moderato era sempre stata l’autonomia, garantita nel quadro dello stato spagnolo della Generalidad di Catalogna. Nessun programma politico più ambizioso (come per esempio quello di Herri Batasuna per il Paese Basco) venne seriamente sostenuto e difeso dai gruppi storici (compresa l’Esquerra, poi approdata all’indipendentismo) dopo la fine del regime franchista.
 Nonostante la presenza di varie organizzazioni della sinistra anticapitalista indipendentista, nelle elezioni legislative dell’80 e dell’84 la maggioranza toccò ancora ai moderati della CiU (Convergenza e Unione nazionalista) di Jordi Pujol, partito aderente all’internazionale democristiana e da sempre favorevole al dialogo con Madrid, che ottenne più di settanta seggi su 135.
 Altri quaranta andarono al PSC (Partito socialista catalano). Come è noto Pujol e la CiU sono poi stati un’indispensabile stampella politica per i governi spagnoli, sia per il “socialista” Felipe Gonzalez (quello dei GAL) che per il fascista (senza virgolette) Aznar. Nelle elezioni per il Parlamento europeo (giugno 87) i voti del Men, dell’Mdt (oltre a quelli di Nuova Falce, della Lcr e dell’Mce) convergendo sugli indipendentisti baschi di Herri Batasuna resero possibile l’elezione di Txema Montero.
Va ancora ricordato che il Principat de Catalunya è soltanto una parte di quello che gli indipendentisti considerano territori nacional català. Oltre alla Catalunya propriamente detta, i futuri Paisos Catalans indipendenti sarebbero formati da Pais Valencià, Illes Balears, Principat d’Andorra e una zona amministrativa inclusa nella Regione francese di Languedoc—Roussillon.

Per Patrizio Rigobon, docente di lingua e cultura catalana presso Ca’ Foscari di Venezia “ è una lingua di tutto rispetto che può vantare una demografia più significativa di quella di molti idiomi statali parlati nell’area dell’Unione Europea”. Mediamente ogni anno vengono pubblicati oltre 7mila titoli in catalano ed è interessante, aggiunge Rigobon “ vedere come il trattamento giuridico sia stato uno dei momenti in cui le autorità catalane hanno esercitato pressioni attraverso tutti i canali disponibili al fine di veder riconosciuta una presenza all’interno dell’Unione. Compreso il diritto per ciascun individuo appartenente alla Comunità autonoma catalana di rivolgersi alle istituzioni comunitarie in questa lingua e ricevere da esse una risposta nella medesima”. Oltre alla possibilità, previo avviso “per i rappresentanti in Consiglio, in Parlamento e nel Comitato delle Regioni europeo di esprimersi in catalano nei loro interventi nei vari organismi”. Con lo Statuto di autonomia entrato in vigore nel 2006, dove il catalano veniva definito “lingua propria della Catalogna”, la Generalitat de Catalunya (l’istituzione dell’autogoverno) “è titolare della competenza esclusiva in materia di politica linguistica relativa al catalano”.

Una grande dimostrazione di forza dell’indipendentismo catalano è stata data a Barcellona con la Diada (giornata nazionale) dell’11 settembre 2012. Un milione e mezzo di persone ha ricordato la caduta, dopo 13 mesi di assedio, della capitale catalana in mano all’esercito franco-castigliano di Filippo V (11 settembre 1714 ). Dopo aver sfilato tra il Passeig de Gracia e il Parlament, la manifestazione si è conclusa al Fossar de les Moreres dove vennero tumulate in una fossa comune le donne cadute in combattimento contro gli invasori. Proibita durante il franchismo, la cerimonia talvolta si svolgeva clandestinamente sulle pendici dei Pirenei, sotto ad un altro simbolo dei PP.CC, il Pi de les Tres Branques. Superando le tradizionali divisioni, partiti e movimenti hanno risposto unitariamente all’appello dell’Assemblea Nazionale Catalana (ANC), un collettivo di associazioni che ha voluto manifestare “di fronte alla Spagna, all’Europa e al mondo”. Ulteriore prova che l’opinione pubblica catalana non aveva digerito le censure del Tribunale Costituzionale spagnolo nei confronti di numerosi articoli del nuovo Statut di autonomia, nel 2010.

Nel giugno 2012, per la prima volta nella storia dei sondaggi, una maggioranza assoluta di Catalani, il 51%, aveva dichiarato che avrebbe votato “si” ad un referendum sull’indipendenza. Ben 8 punti in più rispetto all’anno precedente. Sicuramente le intenzioni di voto favorevoli all’indipendenza sono alimentate dalla crisi economica e vanno in parallelo con l’idea che la Catalogna potrebbe uscirne prima e meglio da sola, senza la Spagna. Un atteggiamento forse in contraddizione con una storia di lotte per l’indipendenza basate sull’autodeterminazione dei popoli, la giustizia sociale, l’anticapitalismo e la solidarietà internazionale. Attualmente la maggior parte dei nuovi adepti dell’indipendentismo sembra invece preoccuparsi più che altro del fatto che una parte importante delle entrate dei PP.CC. serva a rimettere finanziariamente in sesto le regioni meno favorite. Per la coalizione al potere (CiU) questo “deficit fiscale” corrisponderebbe a 16 miliardi di euro annuali (l’8% del PIL regionale). Con una disoccupazione che colpisce il 22% della popolazione attiva e sottoposta a politiche di austerità molto dure (in quanto regione più indebitata della Spagna), la Catalogna si è vista costretta a richiedere l’aiuto di Madrid. Il presidente della regione, Artur Mas, ha saputo utilizzare l’indiscutibile successo della manifestazione come un punto di forza nei negoziati con il capo del governo spagnolo, Mariano Rajoy. La posta in gioco? Presumibilmente un “patto per l’autonomia finanziaria e fiscale” della regione. E nel frattempo vengono periodicamente evocati gli spettri delle elezioni anticipate e della secessione. Da parte del governo spagnolo, la neanche tanto velata minaccia di ricorrere all’esercito considerato il garante dell’unità nazionale. Madrid comunque non potrà ignorare a lungo quei due milioni di persone che hanno voluto esprimere la loro opinione nel refendum (o comunque lo si voglia definire: consultazione, sondaggio…).

Da parte mia l'auspicio che la lotta per l'autodeterminazione dei PP.CC. recuperi la sua tradizionale "anima" di sinistra (anticapitalista, ecologista, libertaria, autogestionaria etc...)
Gianni Sartori

Gianni Sartori - 12/11/2014 - 17:58


PS Colgo l'occasione per ricordare che volenti o nolenti abbiamo un debito storico con il popolo catalano. Quel processo di autoassoluzione collettiva (il mito degli “Italiani brava gente”) che lasciò ai tedeschi la titolarità quasi esclusiva del ruolo di carnefici, non ha occultato soltanto lo sterminio delle popolazioni di Slovenia, Croazia, Libia, Etiopia..., ma anche i sanguinosi bombardamenti sulla Catalogna operati dall'aviazione di Mussolini. Mentre è giustamente nota la tragedia della cittadina basca Gernika colpita nell'aprile 1937 dall'aviazione nazista (ma si dimentica che il primo mitragliamento contro la folla radunata nella piazza del mercato fu opera dei Savoia-Marchetti), le bombe italiane su Barcellona e dintorni (Granollers venne chiamato “l'altra Gernika”) sono state rimosse dalla memoria collettiva per lunghi anni. Per lo meno dalla storiografia italiana.

Ancora una volta “il boia è rimasto nell'ombra, ma le vittime sanguinano in piena luce”. La capitale catalana venne sottoposta ad una serie di attacchi iniziati il 13 febbraio 1937 (prima di Durango e Gernika che verranno colpite in aprile) che raggiunsero la massima intensità tra il 16 e il 18 marzo 1938. In quelle 41 ore di bombardamenti continui e di mitragliamenti a bassa quota, i morti accertati furono più di tremila, in gran parte bambini (come documentano le immagini di “Quan piovien bombes”, una mostra itinerante del 2007). Fu l'ulteriore, devastante contributo di Mussolini, le cui camicie nere erano state umiliate dai Repubblicani a Guadalajara, alla crociata di Franco contro una roccaforte dell'indipendentismo e dell'anarchismo.

Gianni Sartori

Gianni Sartori - 13/11/2014 - 19:05


segnalazione: La breve estate catalana - A-Rivista Anarchica

intervista di Gianni Sartori a Claudio Venza

Gianni Sartori - 14/11/2014 - 19:07

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