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Eusko gudariak

José María De Garate


Lingua: Basco

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[1932]
Testo/texto: José María de Garate
Modificato da / Modificado por Alejandro Lizaso Eizmendi
Musica/música: Atzo Bilbon nengoen [canzone popolare basca, "Ieri ero a Bilbao"]

ikurrina


Questa è la canzone-simbolo sia dei combattenti baschi antifascisti durante la guerra civile spagnola (per il qual motivo la inseriamo nell'apposita categoria) sia, in generale, dell'antifranchismo e dell'indipendentismo dell'Euskadi. Vogliamo ricordare che è stata, con nostro grande piacere, cantata a squarciagola da alcune ragazze basche ieri sera a Firenze in piazza Santo Spirito, durante una delle vere feste popolari per il 25 aprile (non quelle paludate di lorsignori e delle "istituzioni"). Una canzone, certo, di combattimento, una delle tipiche canzoni nella guerra di questo sito. [RV]

Eusko gudariak (originariamente Euzko gudariak, che in Italiano si traduce come «Combattenti Baschi») è una canzone tradizionale dei Paesi Baschi.

Fu scritta nel 1932 da José María de Garate, all'epoca presidente della sezione biscaglina del Bizkai Buru Batzar Partito Nazionalista Basco, basandosi su la melodia di Atzo Bilbon nengoen (Ayer estaba en Bilbao), una canzone tradizionale basca. Il testo fu modificato durante la Guerra civile spagnola da Alejandro Lizaso Eizmendi che aggiunse la strofa finale per rendere la canzone più triofante e combattiva.

Nel 1983, quando vennero istituite la bandiera e l'inno ufficiale della comunità autonoma di Euskadi, Eusko Gudariak fu una delle canzoni che vennero nominate per diventare l'inno, insieme a altre come Gernikako arbola e Eusko Abendaren Ereserkia (canzone Gora ta gora, che poi fu scelta come inno. Di tutte le forme di Eusko gudariak la seguente è quella che rappresenta di più la sinistra indipendentista basca izquierda abertzale.
it.wikipedia

Eusko gudariak gera, texto aplicado a la melodía Atzo Bilbon nengoen, recogida por Azkue en Aramayona. Popularmente era más conocida como Domingo Kanpaña o Mando baten gañean. A su vezha conocido otros textos, como Amerikara noa, Euskal Herri maitea, Beti zintzo egiñaz, Arantzazu erre zanekoa. El texto de Eusko gudariak gera fue escrito por José María de Garate en 1932, siendo él presidente del Bizkai Buru Batzar del PNV. Pero entonces no obtuvo una gran acogida por parte de sus compañeros de Juventud Vasca. Fue en 1936, cuando fue adoptada como marcha guerrera por los gudaris, usándolo por primera vez la compañía Kortabarria de Bilbao. Pero fue Alejandro Lizaso Eizmendi, txistulari excepcional de la Banda de Errenteria y capitán de ametralladoras del Batallón Itxarkundia, quien le añadió el final Irrintzi bat entzun da mendi tontorrean, goazen gudari danok ikurrinan atzean, dándole un aire más vigoroso a la canción.
Procedencia de algunas melodías vascas

Eusko gudariak (jatorrizko ortografian Euzko gudariak) euskal abesti tradizionala da, Eusko Gudarostearen ereserkia izandakoa.

Jose Maria Garatek idatzi zuen kanta 1932an EAJko presidentea zelarik. Oinarri modura «Atzo Bilbon nengoen» abesti tradizional arabarraren doinua hartu zuen. Gerra zibilean, Alejandro Lizaso kapitainak letra aldatu zion azkeneko estrofari kutsu borrokalariagoa emateko.[1]

1983an, Euskal Autonomi Erkidegoko bandera eta ereserkia erabaki zirenean, Eusko gudariak izan zen ereserkia izateko aukeretariko bat (Besteak Gernikako arbola eta Eusko Abendaren Ereserkia ziren). Dena dela, Eusko gudariak oraindik erabili egiten da ereserki modura sektore batzuetan, esate baterako Ezker abertzalearen ekitaldietan.

Abestia, disko askotan izan da argitaratua eta Pantxoa eta Peio moduko taldeek jo dute. Doinua bakarrik ere argitaratua izan da, 1982an PSOEk argitaraturiko errepublika eta gerra zibil garaiko abestien La internacional bilduman kasu.
eu.wikipedia
Eusko Gudariak gara
Euskadi askatzeko,
gerturik daukagu odola
bere aldez emateko.

Irrintzi bat entzun da
mendi tontorrean
goazen gudari danok
Ikurriñan atzean.

Faxistak datoz eta
Euskadi da altxatzen.
goazen gudari danok
gure aberria askatzen.

Eusko Gudariak gara
Euskadi askatzeko,
gerturik daukagu odola
bere aldez emateko.

inviata da Riccardo Venturi - 26/4/2008 - 19:11




Lingua: Spagnolo

Versione castigliana / Versión castellana
it.wikipedia
COMBATIENTES VASCOS

Somos combatientes vascos
para liberar Euskadi,
generosa es la sangre
que derramamos por ella.

Se oye un irrintzi [grito]
desde la cumbre:
¡Vamos gudaris todos
detrás de la Ikurriña!

Ante los fascistas
Euskadi se alza en pie.
¡Vamos gudaris todos,
liberemos nuestra patria!

Somos combatientes vascos
para liberar Euskadi,
generosa es la sangre
que derramamos por ella.

inviata da Riccardo Venturi - 26/4/2008 - 19:14




Lingua: Italiano

Versione italiana
it.wikipedia
COMBATTENTI BASCHI

Siamo i combattenti baschi
arrivati per liberare Euskadi
Generoso è il sangue
che verseremo per lei

Si ode un grido
dalla collina
Andiamo tutti
dietro l'Ikurriña!

Contro i fascisti
Euskadi si alza in piedi
andiamo tutti a liberare
la nostra patria!

Siamo i combattenti baschi
arrivati per liberare Euskadi
generoso è il sangue
che verseremo per lei.

inviata da Riccardo Venturi - 26/4/2008 - 19:16




Lingua: Inglese

Versione inglese (incompleta) / English version (incomplete)
en.wikipedia
BASQUE SOLDIERS

We are the Basque Soldiers
to free the Basque Country
we have ready our blood
to give it for it

A song has been heard
in the top of the mountain
let's go, all the soldiers
under the Basque flag

[...]

inviata da Riccardo Venturi - 26/4/2008 - 19:19




Lingua: Francese

Versione francese (incompleta) / Version française (incomplète)
fr.wikipedia
SOLDATS BASQUES

Nous sommes les soldats basques
Pour libérer l'Euskadi.
Généreux est le sang
Que nous versons pour elle.

Une clameur se fait entendre
Depuis les sommets.
En avant tous les soldats
Derrière l'Ikurriña.

[...]

inviata da Riccardo Venturi - 26/4/2008 - 19:20




Lingua: Catalano

Versione catalana / Versió catalana
ca.wikipedia
SOLDATS BASCOS

Som soldats bascos
per a alliberar Euskadi,
Estem disposats a vessar
la nostra sang per ella

S'escolta un irrintzi
des del cim:
Anem soldats tots
darrere de la Ikurriña!

Vénen els feixistes
I Euskadi s'alça en peus.
Anem soldats tots,
alliberem la nostra pàtria!

Som soldats bascos
per a alliberar Euskadi,
Estem disposats a vessar
la nostra sang per ella.

inviata da Riccardo Venturi - 26/4/2008 - 19:22




Lingua: Galiziano

Versione galiziana (galega o gallega) / Versión galega
gl.wikipedia
COMBATENTES VASCOS

Somos combatentes vascos
para liberar Euskadi,
xeneroso é o sangue
que derramamos por ela.

Óese un irrintzi
dende o cumio:
¡Imos gudaris todos
detrás da Ikurriña!

Ante os fascistas
Euskadi álzase en pé.
¡Imos gudaris todos,
liberemos a nosa patria!

Somos combatentes vascos
para liberar Euskadi,
xeneroso é o sangue
que derramamos por ela.

inviata da Riccardo Venturi - 26/4/2008 - 19:23


Forse dipenderà dalle politiche internazionali “a strategia variabile”, ma il processo di pace avviato nei Paesi Baschi non sembra godere di molta visibilità. Molto meno di quella concessa negli anni novanta alle trattative tra governo inglese e Sinn Fein. Forse grazie al contributo (o alle forzature?) di Dublino e Washington, in breve tempo si giunse all'abbandono della lotta armata (Ira, Inla, gruppi paramilitari lealisti) e agli accordi di pace in Irlanda del Nord. Anche se risale ormai a due anni fa invio questa intervista (nella sostanza non è che la situazione sia cambiata di molto).
ciao, GS

Intervista a MARIBI UGARTEBURU, portavoce dell'IZQUIERDA ABERTZALE (sinistra indipendentista basca)
(di Gianni Sartori)
MARIBI UGARTEBURU


1) Il 20 giugno 2012 il vostro movimento, SORTU, è stato riconosciuto come organizzazione legale dal tribunale Costituzionale. Qual'è la vostra valutazione su questo importante risultato, indispensabile per il ripristino della democrazia in Euskal Herria?

R. La legalizzazione di Sortu segna l’inizio della fine di un ciclo di persecuzione ideologica e politica nel nostro paese. È stata un lungo decennio di illegalizzazione per decine di organizzazioni politiche, sociali, giovanili, comprese le liste civiche che erano state presentate in diverse elezioni (oltre a Batasuna e derivazioni, le Gestoras pro amnistia, i movimenti giovanile Jarrai e Segi, i giornali Egin e Egunkaria...nda). Va inoltre ricordato che questa persecuzione ha avuto conseguenze penali e personali. Più di 200 persone sono state arrestate, processate e in molti casi incarcerate per aver portato avanti il lavoro politico nelle organizzazioni suddette. A tutt’oggi molte di queste persone permangono in carcere. Pertanto la legalizzazione di Sortu la consideriamo un necessario inizio per la democratizzazione di Euskal Herria. Tuttavia lo stato spagnolo deve percorrere ancora un lungo cammino in questo senso.

2) Euskal Herritarok, Batasuna, Amaiur, Bildu...una lunga serie di organizzazioni basche messe fuori legge da Madrid. Cosa hanno rappresentato questi dieci anni di repressione e di resistenza per la sinistra abertzale?

R. Volendo rappresentarlo con un’immagine, è stato come una incessante ricerca della luce in un lungo e oscuro tunnel. Hanno voluto aggredire e distruggere la capacità organizzativa della Izquierda Abertzale con una serie di retate, processi e condanne politiche con il fine di condizionare e ostacolare la strategia messa in moto dalla Izquierda Abertzale al fine di promuovere un processo di soluzione democratica definitiva.
Va sottolineata la capacità di resistenza mostrata dall'Izquierda Abertzale durante questo decennio. Nonostante abbiamo dovuto agire sotto la scure di una repressione assoluta, siamo riusciti ad aprire la strada verso una nuova epoca politica in Euskal Herria. La dichiarazione di Aiete e la decisione di ETA di cessare definitivamente l’attività armata hanno segnato un evento storico e hanno reso possibile l’inizio di un processo definitivo di soluzione democratica. Parallelamente, ha cominciato a prendere corpo una maggioranza sociale che condivide questo obiettivo di soluzione del conflitto politico in chiave democratica. Inoltre siamo riusciti a porre la questione nell’agenda politica internazionale.

3)Quali sono attualmente i rapporti, le alleanze con Eusko Alkartasuna e con Aralar? e con i partiti di sinistra presenti in ambito statale (comunisti, Verdi...)?

R. Un'altra conquista di questi ultimi anni è rappresentata dal raggiungimento di accordi e alleanze politiche con altre forze di sinistra e favorevoli all'autodeterminazione di Euskal Herria. Prima c’è stato l’accordo di lavoro comune avviato con Eusko Alkartasuna (Solidarietà basca, partito di centro-sinistra nato da una scissione del Partito nazionalista Basco degli anni '80) e successivamente con Alternatiba (partito formato in seguito alla scissione di Ezker Batua, la Izquierda Unida dei Paesi Baschi). Nel 2011 si è materializzata l’alleanza con Aralar (dal nome di una montagna basca, partito nato da una scissione di Batasuna su posizioni pacifiste) e durante il 2012 abbiamo ampliato l’accordo strategico di sovranità nazionale e trasformazione sociale per Euskal Herria a tutto l’ambito nazionale basco, grazie all’inclusione di Abertzaleen Batasuna (formazione di sinistrandi Ipar Euskal Herria -Euskadi Nord sotto l'amministrazione francese). Non si tratta di alleanze costruite intorno a singole rivendicazioni e nemmeno di coalizioni meramente elettorali. L’accordo delle nostre cinque formazioni politiche è di carattere strategico, con una dinamica continua e sistematica di lavoro comune in tutte gli ambiti (istituzionale, comunicativo, socio-economico,socio-culturale).
Per quanto concerne i rapporti con altre forze politiche di ambito statale (spagnolo nda) o di altre nazioni dello stato spagnolo (un riferimento in particolare a Catalogna e Galizia), manteniamo una relazione fluida y normalizada dando vita a iniziative con i movimenti di sinistra favorevoli all'autodeterminazione sia dei Països Catalans sia della Galizia, così come con sindacati e formazioni politiche di sinistra dell’Andalusia e della Castiglia.

4)Esiste, credo, un rapporto privilegiato con i Paisos Catalans. Come valutate la loro attuale situazione politica (anche confrontandola con quella di Euskal Herria)?

R. La principale caratteristica dell’attuale fase politica in Catalunya è l’accelerazione del processo verso l’indipendenza. Esiste una significativa effervescenza sociale intorno a una maggioranza chiaramente indipendentista e su questo terreno la società civile catalana appare più avanti della classe politica. La Diada Nacional de Catalunya dell’11 settembre scorso è stata un' espressione evidente di questa realtà; i catalani hanno detto a Madrid che se ne vanno, che preferiscono farlo in maniera ordinata e pattuita, ma che ormai la decisione di dare vita a uno stato proprio è irreversibile. Per noi baschi questa situazione è motivo di grande soddisfazione nella misura in cui il processo di liberazione nazionale dei Països Catalans avanza in maniera visibile, anche perché ciò presuppone che il Governo di Madrid nei prossimi tempi dovrà far fronte a due movimenti indipendentisti di grande intensità. Nonostante alcune similitudini, le realtà basca e catalana sono differenti per molti aspetti. Tuttavia dobbiamo tenere presente che ogni progresso nel processo di liberazione nazionale e sociale dei nostri popoli alimenta vicendevolmente le nostre rispettive lotte.

5) I prigionieri politici (come è stato per l'Irlanda e per il Sudafrica) rappresentano uno dei nodi da sciogliere per proseguire nel processo di pace. Al momento quanti sono rinchiusi nelle carceri spagnole e come sono organizzati? E in Francia?


R. In base ai dati ottenuti e periodicamente aggiornati dal movimento popolare Herrira (movimento in difesa dei diritti umani delle prigioniere e dei prigionieri politici baschi), attualmente ci sono 613 prigionieri politici baschi. Di tutti questi, solo 8 sono detenuti in carceri di Euskal Herria; il resto si trova disperso in 47 carceri spagnole e in 29 francesi, a una distanza media di 600 km dalle loro famiglie (molti si trovano in prigioni che distano più di 1000 km dalla propria località). Ci sono inoltre prigionieri politici baschi in Portogallo, Irlanda del Nord, Inghilterra e Messico. Altre 11 persone sono in regime di arresti domiciliari a causa di malattie gravi o irreversibili; i loro movimenti sono controllati tramite braccialetto elettronico e possono lasciare i propri domicili per quattro ore al giorno, con l’obbligo di rimanere comunque nella propria località. Occorre inoltre segnalare che ci sono altre 14 persone che rimangono in carcere nonostante le diagnosi mediche attestino che soffrono di malattie gravi e irreversibili; uno di questi è in fase terminale (Iosu Uribetxeberria è stato rimesso in libertà nei giorni immediatamente successivi all'intervista nda). 60 dei prigionieri politici baschi subiscono poi il prolungamento della condanna a causa della dottrina 197/2006 o Dottrina Parot (norme speciali che prolungano indefinitivamente la pena trasformandola in ergastolo di fatto). Il Tribunale Europeo dei Diritti Umani di Strasburgo ha emesso una sentenza il luglio scorso, dichiarando questa Dottrina contraria al Diritto e stabilendone la sospensione. Il governo spagnolo non ha sino ad ora accettato la sentenza. Vi sono inoltre 136 prigioniere e prigionieri che dovrebbero per legge usufruire della libertà condizionale, avendo scontato i 2/3 o i ¾ della loro condanna. La quasi totalità delle prigioniere e dei prigionieri politici baschi fanno parte del Colectivo de los Presos Políticos Vascos (EPPK, la sua sigla in euskara), che rivendica il rispetto di tutti i diritti umani dei detenuti e il riconoscimento della loro condizione di prigionieri politici, con diritto a partecipare al processo di risoluzione democratica del conflitto in Euskal Herria. EPPK come collettivo firmò un anno fa l’Accordo di Gernika (sottoscritto da 66 soggetti politici e sociali) che delinea le basi democratiche per passare alla fase della risoluzione del conflitto politico del nostro paese.

6) Quali le prospettive per Arnaldo Otegi e per gli altri imputati del caso Bateragune***?


R. Il 9 maggio scorso il Tribunale Supremo spagnolo ha ratificato la condanna contro cinque militanti della Izquierda Abertzale, sebbene dei cinque giudici due fossero contrari. Arnaldo Otegi e Rafa Diez sono stati condannati a sei anni e mezzo di prigione, e Miren Zabaleta, Arkaitz Rodriguez e Sonia Jacinyo a sei anni. Questa sentenza è stata impugnata di fronte al Tribunale Costituzionale spagnolo alla fine di giugno, e ancora non c’è stata una risposta al detto ricorso. Queste cinque persone sono state arrestate nell’ottobre del 2009, e si trovano quindi detenute da quasi tre anni, paradossalmente per aver promosso il dibattito strategico in seno alla Izquierda Abertzale. Un dibattito il cui frutto è stato la nostra decisione di puntare sulla via politica esclusivamente pacifica e democratica, fatto che ha reso possibile l’apertura di un processo di pace nel nostro paese. Questo processo esiste e avanza grazie allo sforzo, tra gli altri, anche di queste cinque persone, le quali stanno pagando la loro militanza per la pace e la risoluzione democratica con il carcere. A nostro avviso, il caso Bateragune è un esempio significativo della qualità democratica dello stato spagnolo


7)Pensando all'Irlanda e al Sudafrica del dopo apartheid, quali sono le analogie con Euskal Herria? Esiste la possibilità di percorrere la medesima strada verso una pace giusta?

R. Sebbene si tratti di paesi e conflitti differenti in quanto a storia e sviluppo, le esperienze irlandese e sudafricana hanno costituito in questi ultimi 20 anni un paradigma valido per qualsiasi altro conflitto politico, poiché hanno evidenziato che il rispetto rigoroso dei diritti umani, civili e politici di tutte le persone coinvolte, incluso il diritto alla libera determinazione, è la condizione fondamentale per la risoluzione del conflitto stesso. E insieme a questo hanno stabilito che il dialogo politico senza esclusioni è uno strumento basilare e irrinunciabile per la risoluzione definitiva dei conflitti. Queste premesse sono valide in qualsiasi posto del mondo, e quindi anche in Euskal Herria. Tuttavia gli stati spagnolo e francese seguitano a voltare le spalle all’evidenza dei fatti.

8)Una domanda di carattere più generale. Le lotte di liberazione del secolo scorso (Algeria, Vietnam, ex colonie portoghesi, Sud Africa, Irlanda...e Paesi Baschi, naturalmente) hanno avuto una valenza di sinistra. Invece da un paio di decenni sono nati movimenti che dicono di richiamarsi all'autodeterminazione dei popoli, ma ideologicamente sono di destra (neoliberismo, intolleranza che talvolta sfocia nel razzismo, scarsa coscienza sociale e ambientale...)
Una vostra opinione?

R. Le basi ideologiche della Izquierda Abertzale, o di quello che si è chiamata Movimiento Vasco de Liberación Nacional, si sono sempre basate -e seguiranno a farlo- sull’idea di doppio fronte di lotta: la lotta per la liberazione nazionale di Euskal Herria, come soggetto titolare di diritti politici, e la lotta per la liberazione sociale del popolo lavoratore basco, unendo le classi lavoratrici e popolari per far sì che siano il vero motore della trasformazione verso una società egualitaria, giusta ed equa. La nostra idea di un socialismo identitario non ha nulla a che vedere col nazionalismo capitalista o razzista, il quale rinuncia all’uguaglianza tra le persone come principio umano fondamentale.
Gianni Sartori

***nota sul caso BATERAGUNE
I cinque militanti indipendentisti (tra cui Arnaldo Otegi, ex leader della disciolta Batasuna) vennero arrestati il 13 ottobre 2009 per aver dato vita all'associazione Bateragune (considerata dai giudici come una nuova Batasuna) e mentre gettavano le basi di quel dibattito che ha portato al cambiamento della strategia politica dell'Izquierda Abertzale, alla fine della lotta armata e alla possibilità di una reale soluzione democratica del conflitto.
Sono stati condannati per presunta “appartenenza a ETA” e per aver cercato di “ricostruire Batasuna attraverso il progetto Bateragune”.
La sentenza è stata definita “un'aggressione al nostro popolo” dai firmatari dell'accordo di Gernika.
In pratica, come se durante le trattative Blair avesse fatto arrestare Gerry Adams. (g.s.)

Gianni Sartori - 3/10/2014 - 17:56


Questa intervista invece risale all'anno scorso (ricordo che alla fine del 2013 anche Benat Zarrabeitia venne arrestato con un'altra quindicina di esponenti di HERRIRA)

La situazione nei Paesi Baschi
Gianni Sartori intervista Benat Zarrabeitia - 27/03/2013

Gianni Sartori - 3/10/2014 - 18:01


OMAGGIO ALLA CATALOGNA?
(Gianni Sartori)

Il recente referendum (ma forse sarebbe più corretto parlare di “consultazione”) in Catalogna ha riportato questa antica “nazione senza stato” alla ribalta. Anche se sarebbe eccessivo parlare di “deriva leghista”, va comunque segnalato come negli ultimi anni l’indipendentismo catalano abbia smorzato il suo carattere di forza sostanzialmente di sinistra (soprattutto da quando anche CiU si dichiara indipendentista). Un breve ripasso per comprendere comunque le ragioni dei catalani nei confronti dell’evidente sciovinismo (e militarismo) madrileno.

Catalogna, nuovo stato d'Europa


Negli ambienti della sinistra libertaria la Catalunya acquistò visibilità al di fuori della penisola iberica grazie all’affresco reso da George Orwell in Homage to Catalonia sui combattimenti del maggio 1937 tra miliziani del Psuc (Partit Socialista Unificat de Catalunya, stalinisti) e della Cnt-Fai (Confederaciòn Nacional de Trabajo-Federaciòn Anarquista Iberica, anarchici) a cui si era associato il Poum (Partit Obrer d’Unificaciò Marxista, comunisti antistalinisti, spesso erroneamente classificati come trotskisti) in cui militava Orwell. Teatro dello scontro fratricida, interno al campo repubblicano anti-franchista, la Rosa de Foc, Barcellona.
Ma la Catalogna, terra di antica ed elevata cultura, è universalmente nota anche come la patria di Ramon Llull, di Gaudì, di Picasso, di Dalì, di Mirò.
Montserrat divenne una delle più importanti sedi musicali dopo il IX secolo e Albeniz era catalano. Il catalano, lingua ufficiale del regno d’Aragona, fu una delle maggiori lingue europee fino al XVI secolo.
 Dopo tre secoli di declino la cultura catalana ha conosciuto un vero e proprio rinascimento che nemmeno il franchismo ha potuto strangolare. Corridoio naturale tra Francia e Spagna, questa terra è stata ripetutamente pervasa sia da fermenti di opposizione sociale (basti pensare alla “lunga estate” dell’anarcosindacalismo) che da lotte di liberazione nazionale.
La Catalogna (o Gotolonia, “paese dei Goti”), era uno di quei regni cristiani della penisola iberica invasi dagli Arabi (occupazione di Barcellona: 717-718) e poi riconquistati a partire dall’XI secolo dai sovrani di Aragona e Castiglia. Attualmente il termine Catalunya indica una regione autonoma dello stato spagnolo composta dalle quattro province di Barcellona, Gerona, Lerida e Terragona (31.930 km 2 ; circa 600.000 abitanti, metà dei quali vivono e Barcellona). La Catalogna quindi è solo una parte dei Páisos Catalans, in cui si usa la lingua catalana. “El català” si parla tradizionalmente in Andorra, nelle isole Baleari, in una parte dei Pirenei-Orientali (Catalunya-Nord, nello stato francese, con circa 200.000 catalano-parlanti) e nel Paìs Valencià. Lo si utilizza anche nella Franja, una zona a ridosso dei confini amministrativi tra la Catalogna e l’Aragona, e ad Alghero (in Sardegna). Attualmente si calcola che il català sia parlato quotidianamente da oltre una decina di milioni di persone.


La Catalogna attuale deriva dalla Marca di Spagna, divenuta indipendente dall’impero franco a partire dal X sec., dopo che un conte di Urgel e di Barcellona ne aveva preso il controllo nell’873 (conte Guifrè I, detto il Peloso). L’unione, per matrimonio, tra la Catalogna e l’Aragona risale al XII sec. Nel XV, conservando le proprie istituzioni, si integra nella Spagna dei Re Cattolici. Il nazionalismo catalano nasce nel XVII sec., cogliendo l’occasione delle rivalità franco-spagnole. Nella prima metà del secolo XVII, nonostante tutti i suoi sforzi, la monarchia non riesce a ottenere l’unità politica, economica e militare della penisola iberica. I Paisos Catalans, grazie alla loro autonomia, si sottraggono alla forte inflazione monetaria castigliana. Questa opposizione da economica diventa politica, preludio a un tentativo violento di separazione. Nel 1640 inizia quella che passerà alla storia come “Guerra dels Segadors” (v. il famoso inno catalano), rivolta sociale e nazionale contro il regime feudale e contro la monarchia assoluta e centralista. Si costituisce una repubblica catalana sotto la protezione di Luigi XIII di Francia. Pau Claris riunisce tutte le classi medie e popolari, contadine e urbane, mentre la nobiltà, filo-castigliana, passa in blocco dalla parte di Filippo IV. La “Guerra dei Mietitori” finisce nel 1652 con la capitolazione di Barcellona.
Nel 1700 il re Carlo II muore senza successori. Filippo di Borbone, rappresentante del centralismo francese e degli interessi aristocratici e feudali, si scontra con Carlo d’Austria, in qualche modo portavoce di uno spirito federalista e decentralizzatore. Su quest’ultimo convergono gli interessi e le speranze delle classi medie e popolari catalane. Contemporaneamente Luigi XIV proibisce l’uso ufficiale della lingua catalana nella Catalunya Nord sottoposta alla Francia. Nel 1705 Carlo d’Austria sopprime alcuni privilegi nobiliari nel Pais Valencià; nel 1707 Filippo V sconfigge i valenziani nella battaglia di Almansa, restaura i privilegi nobiliari soppressi e scatena una durissima repressione contro le classi popolari. Nel 1714 (11 settembre: Diada, festa nazionale catalana) dopo 13 mesi di assedio anche Barcellona cade sotto le armi di Filippo V.
Con la capitale cade tutta la Catalunya e l’anno dopo anche Mallorca (Maiorca). Minorca invece, con la pace di Utrecht (1713) era passata sotto il dominio inglese.
 Alla repressione statale fece seguito una forte recessione economica, sociale e culturale. Il decennio successivo sarà ricordato come un continuo di insurrezioni popolari, guerriglia e “bandolerisme” contro il nuovo regime. Il nazionalismo comunque tornerà a crescere e svilupparsi per tutto il secolo XIX, quando i catalani, approfittando dell’indebolimento e della corruzione del potere spagnolo, tenteranno ripetutamente di liberarsi dal centralismo.
La rinascita del catalanismo favorirà anche un vasto movimento letterario (Aribau, Verdaguer, Maragall, Guimerà) e la formazione della Llega, un partito regionalista conservatore. Così come nel Paese Basco, anche in Catalunya nel 1931 vincono i repubblicani e viene negoziato con Madrid uno stato di autonomia. Durante e dopo la Guerra Civile, il franchismo (proprio come nel Paese Basco e con gli stessi metodi) farà tavola rasa del catalanismo. Bisogna ricordare che la Catalogna ha un’antica tradizione d’autonomia e che l’industrializzazione del paese era stata opera di una vasta porzione della società (al contrario di Euskal Herria dove era in mano all’elite finanziaria di Bilbao e San Sebastian). Perciò mentre è talvolta esistita una convergenza d’interessi tra alcuni settori della borghesia basca e Madrid, questo non è avvenuto con gli imprenditori catalani, in stragrande maggioranza oppositori del franchismo.
 Un inciso per ricordare i devastanti bombardamenti (causarono migliaia di vittime) subiti da Barcellona e altre località per mano dell’aviazione italiana dopo che Mussolini era pesantemente intervenuto, insieme ai nazisti, a sostegno di Franco. Dopo il ’39, il caudillo distrusse con ferocia e con la forza delle armi ogni istituzione locale dei Catalani. Lo stesso trattamento venne riservato alla cultura, alla lingua, all’economia (nel 1960 la Catalogna produceva il 21,4% del reddito nazionale e non partecipava al budget dello Stato spagnolo che per il 7%). Incalcolabile poi il numero delle vittime delle “sacas”, le esecuzioni sommarie di massa che per anni e anni decimarono quelle classi popolari catalane che maggiormente si erano rese protagoniste della lotta al franchismo e all’ordine sociale esistente (gran parte dei giustiziati erano membri della CNT).
 Durante i primi anni del regime franchista, l’opposizione catalana fu soprattutto simbolica. I grandi leaders politici erano morti o in esilio e così i capi del movimento sindacale. Da ricordare in particolare Lluis Companys (dirigente dell’Esquerra Republicana de Catalunya, fondata nel 1931) rifugiato in Francia, che venne consegnato a Franco dalla Gestapo e fucilato nell’ottobre del 1940. Solo durante gli anni cinquanta l’opposizione prese a manifestarsi apertamente attraverso varie forme di resistenza civile come il boicottaggio di massa dei trasporti pubblici a Barcellona nel 1951. Si ricominciò anche a riaffermare l’identità culturale catalana.
 Vennero operati anche sabotaggi e attentati. Forme di resistenza armata al franchismo saranno praticate da gruppi libertari catalani come quello del “Chico” e dal M.I.L. (v. Salvador Puigh Antich, garrotato nel marzo 1974). Dopo la morte di Franco (novembre ’75), le aspirazioni autonomiste poterono manifestarsi più liberamente. Una lunga serie di scioperi e di manifestazioni di massa (appoggiati anche dalla Chiesa e dalle principali autorità del paese) portarono alla “concessione” dello statuto di autonomia del dicembre 1979 e, a differenza di quanto avviene nel Paese Basco, le cose sostanzialmente sono rimaste ferme a quel punto.
Meno conosciuto di quello basco, l’indipendentismo catalano ha vissuto una storia altrettanto tormentata, tra persecuzioni e divisioni. Accanto alle organizzazioni storiche (Estat català, risalente al 1922 e di ispirazione irlandese, Esquerra Republicana de Catalunya fondata nel 1931 e la coalizione di centro-destra Convergència i Uniò che ha governato alla Generalitat dal 1980 al 2003 per tornare al potere nel 2010) l’ambiente catalanista, soprattutto nel corso degli anni ottanta, ha prodotto una miriade di formazioni minori. Generalmente di sinistra, almeno in passato. Tra queste il Moviment de defensa de la Terra, il Moviment d’Esquerra nacionalista e un gruppo armato, Terra Lliure. Ma anche associazioni per la difesa della cultura e della lingua catalane come il Centro internacional Abat Escarrè (nato tra le mura del monastero di Montserrat e diretto da Aureli Argemì) e la Crida a la solidaritat. Sia nel Moviment d’Esquerra Nacionalista (in cui convivevano ambientalisti, pacifisti, antinucleari, femministe, libertari…) che nel Moviment de Defensa de la Terra negli anni ottanta sembrava prevalere un carattere movimentista. Ispirandosi a Herri Batasuna, l’MDT seppe coniugare le istanze indipendentiste con una radicata tradizione ambientalista e delle lotte sociali, ma in seguito ha optato per la trasformazione in partito comunista. Sempre negli anni ottanta, l’organizzazione che godette di maggiore notorietà, soprattutto nell’universo spettacolare dei media, fu sicuramente Terra Lliure, dedita alla lotta armata. Autosciolta nel ’92, la maggior parte dei suoi militanti si sarebbero poi integrati nell’Esquerra.
La Crida a la Solidaritat, nata nel 1981 e poi confluita nell’Esquerra Republicana, rappresentò una risposta al tentativo di golpe di Tejero. In quella occasione un’assemblea di migliaia di persone all’Università di Barcellona produsse un manifesto intitolato “crida a la solidaritat en defensa de la lengua, la cultura i la naciò catalana”, basato sulla rivendicazione dei diritti nazionali storici della Catalunya, sul progetto di unità dei Paisos Catalans, sul diritto all’autogoverno, sulla difesa della lingua catalana come lingua propria e unica del paese, sull’approfondimento della democrazia come forma di progresso sociale.

Scopo del catalanismo moderato era sempre stata l’autonomia, garantita nel quadro dello stato spagnolo della Generalidad di Catalogna. Nessun programma politico più ambizioso (come per esempio quello di Herri Batasuna per il Paese Basco) venne seriamente sostenuto e difeso dai gruppi storici (compresa l’Esquerra, poi approdata all’indipendentismo) dopo la fine del regime franchista.
 Nonostante la presenza di varie organizzazioni della sinistra anticapitalista indipendentista, nelle elezioni legislative dell’80 e dell’84 la maggioranza toccò ancora ai moderati della CiU (Convergenza e Unione nazionalista) di Jordi Pujol, partito aderente all’internazionale democristiana e da sempre favorevole al dialogo con Madrid, che ottenne più di settanta seggi su 135.
 Altri quaranta andarono al PSC (Partito socialista catalano). Come è noto Pujol e la CiU sono poi stati un’indispensabile stampella politica per i governi spagnoli, sia per il “socialista” Felipe Gonzalez (quello dei GAL) che per il fascista (senza virgolette) Aznar. Nelle elezioni per il Parlamento europeo (giugno 87) i voti del Men, dell’Mdt (oltre a quelli di Nuova Falce, della Lcr e dell’Mce) convergendo sugli indipendentisti baschi di Herri Batasuna resero possibile l’elezione di Txema Montero.
Va ancora ricordato che il Principat de Catalunya è soltanto una parte di quello che gli indipendentisti considerano territori nacional català. Oltre alla Catalunya propriamente detta, i futuri Paisos Catalans indipendenti sarebbero formati da Pais Valencià, Illes Balears, Principat d’Andorra e una zona amministrativa inclusa nella Regione francese di Languedoc—Roussillon.

Per Patrizio Rigobon, docente di lingua e cultura catalana presso Ca’ Foscari di Venezia “ è una lingua di tutto rispetto che può vantare una demografia più significativa di quella di molti idiomi statali parlati nell’area dell’Unione Europea”. Mediamente ogni anno vengono pubblicati oltre 7mila titoli in catalano ed è interessante, aggiunge Rigobon “ vedere come il trattamento giuridico sia stato uno dei momenti in cui le autorità catalane hanno esercitato pressioni attraverso tutti i canali disponibili al fine di veder riconosciuta una presenza all’interno dell’Unione. Compreso il diritto per ciascun individuo appartenente alla Comunità autonoma catalana di rivolgersi alle istituzioni comunitarie in questa lingua e ricevere da esse una risposta nella medesima”. Oltre alla possibilità, previo avviso “per i rappresentanti in Consiglio, in Parlamento e nel Comitato delle Regioni europeo di esprimersi in catalano nei loro interventi nei vari organismi”. Con lo Statuto di autonomia entrato in vigore nel 2006, dove il catalano veniva definito “lingua propria della Catalogna”, la Generalitat de Catalunya (l’istituzione dell’autogoverno) “è titolare della competenza esclusiva in materia di politica linguistica relativa al catalano”.

Una grande dimostrazione di forza dell’indipendentismo catalano è stata data a Barcellona con la Diada (giornata nazionale) dell’11 settembre 2012. Un milione e mezzo di persone ha ricordato la caduta, dopo 13 mesi di assedio, della capitale catalana in mano all’esercito franco-castigliano di Filippo V (11 settembre 1714 ). Dopo aver sfilato tra il Passeig de Gracia e il Parlament, la manifestazione si è conclusa al Fossar de les Moreres dove vennero tumulate in una fossa comune le donne cadute in combattimento contro gli invasori. Proibita durante il franchismo, la cerimonia talvolta si svolgeva clandestinamente sulle pendici dei Pirenei, sotto ad un altro simbolo dei PP.CC, il Pi de les Tres Branques. Superando le tradizionali divisioni, partiti e movimenti hanno risposto unitariamente all’appello dell’Assemblea Nazionale Catalana (ANC), un collettivo di associazioni che ha voluto manifestare “di fronte alla Spagna, all’Europa e al mondo”. Ulteriore prova che l’opinione pubblica catalana non aveva digerito le censure del Tribunale Costituzionale spagnolo nei confronti di numerosi articoli del nuovo Statut di autonomia, nel 2010.

Nel giugno 2012, per la prima volta nella storia dei sondaggi, una maggioranza assoluta di Catalani, il 51%, aveva dichiarato che avrebbe votato “si” ad un referendum sull’indipendenza. Ben 8 punti in più rispetto all’anno precedente. Sicuramente le intenzioni di voto favorevoli all’indipendenza sono alimentate dalla crisi economica e vanno in parallelo con l’idea che la Catalogna potrebbe uscirne prima e meglio da sola, senza la Spagna. Un atteggiamento forse in contraddizione con una storia di lotte per l’indipendenza basate sull’autodeterminazione dei popoli, la giustizia sociale, l’anticapitalismo e la solidarietà internazionale. Attualmente la maggior parte dei nuovi adepti dell’indipendentismo sembra invece preoccuparsi più che altro del fatto che una parte importante delle entrate dei PP.CC. serva a rimettere finanziariamente in sesto le regioni meno favorite. Per la coalizione al potere (CiU) questo “deficit fiscale” corrisponderebbe a 16 miliardi di euro annuali (l’8% del PIL regionale). Con una disoccupazione che colpisce il 22% della popolazione attiva e sottoposta a politiche di austerità molto dure (in quanto regione più indebitata della Spagna), la Catalogna si è vista costretta a richiedere l’aiuto di Madrid. Il presidente della regione, Artur Mas, ha saputo utilizzare l’indiscutibile successo della manifestazione come un punto di forza nei negoziati con il capo del governo spagnolo, Mariano Rajoy. La posta in gioco? Presumibilmente un “patto per l’autonomia finanziaria e fiscale” della regione. E nel frattempo vengono periodicamente evocati gli spettri delle elezioni anticipate e della secessione. Da parte del governo spagnolo, la neanche tanto velata minaccia di ricorrere all’esercito considerato il garante dell’unità nazionale. Madrid comunque non potrà ignorare a lungo quei due milioni di persone che hanno voluto esprimere la loro opinione nel refendum (o comunque lo si voglia definire: consultazione, sondaggio…).

Da parte mia l'auspicio che la lotta per l'autodeterminazione dei PP.CC. recuperi la sua tradizionale "anima" di sinistra (anticapitalista, ecologista, libertaria, autogestionaria etc...)
Gianni Sartori

Gianni Sartori - 12/11/2014 - 17:58


PS Colgo l'occasione per ricordare che volenti o nolenti abbiamo un debito storico con il popolo catalano. Quel processo di autoassoluzione collettiva (il mito degli “Italiani brava gente”) che lasciò ai tedeschi la titolarità quasi esclusiva del ruolo di carnefici, non ha occultato soltanto lo sterminio delle popolazioni di Slovenia, Croazia, Libia, Etiopia..., ma anche i sanguinosi bombardamenti sulla Catalogna operati dall'aviazione di Mussolini. Mentre è giustamente nota la tragedia della cittadina basca Gernika colpita nell'aprile 1937 dall'aviazione nazista (ma si dimentica che il primo mitragliamento contro la folla radunata nella piazza del mercato fu opera dei Savoia-Marchetti), le bombe italiane su Barcellona e dintorni (Granollers venne chiamato “l'altra Gernika”) sono state rimosse dalla memoria collettiva per lunghi anni. Per lo meno dalla storiografia italiana.

Ancora una volta “il boia è rimasto nell'ombra, ma le vittime sanguinano in piena luce”. La capitale catalana venne sottoposta ad una serie di attacchi iniziati il 13 febbraio 1937 (prima di Durango e Gernika che verranno colpite in aprile) che raggiunsero la massima intensità tra il 16 e il 18 marzo 1938. In quelle 41 ore di bombardamenti continui e di mitragliamenti a bassa quota, i morti accertati furono più di tremila, in gran parte bambini (come documentano le immagini di “Quan piovien bombes”, una mostra itinerante del 2007). Fu l'ulteriore, devastante contributo di Mussolini, le cui camicie nere erano state umiliate dai Repubblicani a Guadalajara, alla crociata di Franco contro una roccaforte dell'indipendentismo e dell'anarchismo.

Gianni Sartori

Gianni Sartori - 13/11/2014 - 19:05


segnalazione: La breve estate catalana - A-Rivista Anarchica

intervista di Gianni Sartori a Claudio Venza

Gianni Sartori - 14/11/2014 - 19:07


segnalo in ETNIE Breve storia paese basco a fumetti di Gianni Sartori
ciao
Gianni

GIANNI SARTORI - 14/8/2015 - 09:42


segnalo, sempre in ETNIE ", storia del paese basco a fumetti di Gianni Sartori, SECONDA puntata"
CIAO
GS

GIANNI SARTORI - 27/8/2015 - 09:28


ANCHE SE RISALE ALL'ANNO SCORSO, INVIO QUESTO CONTRIBUTO ALLA CAUSA BASCA, ciao
GS


Gernika
di Gianni Sartori - 25/04/2014

Aprile. Ma i baschi sicuramente non dormono. Come ogni anno nel giorno di Pasqua hanno partecipato in migliaia all'Aberri Eguna (Giorno della Patria Basca) inalberando striscioni a favore dell'indipendenza e dei prigionieri politici, oltre a migliaia di ikurrinas (bandiere basche) e arano beltzak. Quest'anno tra l'altro cadeva il cinquantesimo anniversario del primo Aberri Eguna celebrato in Hegoalde (Paese basco sotto amministrazione spagnola) dopo la Guerra Civile (1936-1939), ancora in pieno regime franchista. Insieme ai militanti dei movimenti e delle formazioni politiche di Euskal Herria, alla celebrazione hanno presenziato centinaia di internazionalisti provenienti da Galizia, Castiglia, Paisos Catalans, Irlanda, Palestina, Sahara...
La prima celebrazione dell'Aberri Eguna, indetta da Luis Arana Goiri, risaliva alla Domenica di Pasqua del 1932. Con questa ricorrenza, altamente simbolica, il nazionalismo basco intendeva richiamarsi esplicitamente all'insurrezione irlandese della Pasqua del 1916. Durante la dittatura franchista la data veniva celebrata dalle comunità di emigranti baschi sparse nel mondo, ma non in Euskal Herria. Soltanto nel 1963 Embata (dal nome del vento che precede la tempesta; movimento sorto in Iparralde, Paese basco sotto amministrazione francese) lo celebrò nella località di Itsasu. All'iniziativa collaborò attivamente anche ETA che per l'occasione editò un numero speciale del suo giornale Zutik. Bisognerà però arrivare al 1964 (giusto 50 anni or sono) per una prima celebrazione dell'Aberri Eguna in Hegoalde. Venne convocato dal PNV a Gernika, sempre con il sostegno di ETA.

Ma in questi giorni cade un'altra data fondamentale nella memoria del popolo basco, quella del 26 aprile del 1937.*
Quel giorno l'aviazione nazista, alleata di Franco, radeva al suolo la città di Gernika.
Depositaria dei Fueros tradizionali e simbolo dell'indipendenza, Gernika non fu l'unica località basca a subire i bombardamenti dei golpisti del 18 luglio 1936. Una settimana prima era toccato a Durango e poi a Elgueta, per mano dell'aviazione di Mussolini. Gli aerei italiani (Savoia-Marchetti) si resero responsabili anche del mitragliamento sulla piazza del mercato di Gernika. Poi intervennero Junker e Heinkel per il primo bombardamento a tappeto su un obiettivo civile della Storia. Come ricorderà Goering al processo di Norimberga “raccomandai al Fuhrer di appoggiare Franco in ogni modo per avere la possibilità di provare la mia giovane Luftwaffe dal punto di vista tecnico”. Fu un vero e proprio esperimento, la prova generale per la Seconda Guerra Mondiale. I rapporti tra il generale Franco e lo stato maggiore nazista (come del resto i rapporti tra i monarchici spagnoli e i fascisti italiani) risalivano a prima del 18 luglio 1936, consolidandosi ulteriormente al momento della ribellione contro il legittimo governo repubblicano. Già il 22 luglio il capitano Francisco Arranz partì con una lettera personale di Franco per Hitler, in compagnia dell'esponente nazista Adolfo Langenheim, e dell'industriale tedesco Johannes Berhardi (dirigente della sezione economica dell'Ufficio Affari Esteri, Auslandorganisation). Giunsero a Berlino il 25 luglio e, grazie all'appoggio dell'ammiraglio Canaris, le loro richieste vennero accolte, nonostante l'indecisione del ministro degli Esteri Neurath.
Più ancora di quello di Canaris, risultò decisivo l'appoggio di Herman Goering, capo della Luftwaffe. Le popolazioni insorte della penisola iberica diventarono agli occhi dei gerarchi nazisti le indispensabili cavie per i loro piani di riarmo. Non fu quindi un caso che a essere bombardate in modo così indiscriminato siano state soprattutto città basche e catalane. Una conferma che Euskal Herria e Paisos Catalans venivano considerati da Franco e dalle oligarchie spagnole alla stregua di colonie interne. Al ministero della guerra tedesco venne creata una sezione speciale (COS “V”) per reclutare uomini ufficialmente volontari e per inviare materiale bellico in Spagna. Il primo invio consistette in trenta aerei da trasporto Junker. Seguirono truppe specializzate, aerei, carri armati. In cambio, oltre agli esperimenti che interessavano a Goering, gli industriali tedeschi (tra cui Willi Messerschmidt) ottenero precise garanzie economiche. Il 6 novembre 1936, per ordine di Hitler, venne costituito a Siviglia la Legione Condor, al comando del generale Von Sperre. Si trattava di 6500 uomini, appoggiati da aerei da caccia, da bombardieri e da compagnie corazzate. Successivamente entrò a far parte della Condor anche il gruppo Mare del Nord che operava a bordo di due corazzate. La Condor si distinse per i suoi interventi spietati sia al fronte che nelle retrovie, in operazioni dette di “limpieza” (pulizia), una tecnica qui sperimentata e destinata ai noti successivi sviluppi nell'Europa occupata dai nazisti.
Il ruolo maggiore lo svolse l'aviazione, ottemperando in pieno all'obiettivo fissato da Goering: addestrare i piloti e testare l'efficienza degli aeroplani. Le missioni svolte sulla penisola iberica costituirono l'anticipo di tutti quei bombardamenti indiscriminati che pochi anni dopo avrebbero distrutto tante città europee. All'epoca mitragliare e bombardare città indifese (ancora sprovviste di contraerea) e popolazioni civili inermi comportava ben pochi rischi. Guernika (Gernika in lingua basca), cittadina a dieci chilometri dal mare e a trenta da Bilbao, non aveva più di sette-ottomila abitanti (oggi poco più che raddoppiati), costituiva un piccolo centro apparentemente insignificante. Eppure questa città, da secoli, è il simbolo delle tradizioni basche, puntigliosamente difese all'epoca delle guerre carliste. Già nel medioevo, sotto il suo famoso rovere millenario, si riunivano i rappresentanti dei diversi paesi per decidere le sorti politiche della nazione basca e perfino i re spagnoli qui avevano dovuto giurare di rispettare leggi e consuetudini locali, i Fueros. Da questo punto di vista, il bombardamento acquistava tutte le caratteristiche di una rappresaglia contro quelle che i franchisti chiamarono le “province ribelli” (Bizkaia, Gipuzkoa, Araba). Lunedì 26 aprile 1937 alle quattro e mezzo del pomeriggio, giorno di mercato, le campane suonarono annunciando l'arrivo di uno stormo di aerei. Gli Heinkel 111 apparvero alle cinque meno venti, bombardando e mitragliando sulle strade. E secondo lo storico Claudio Venza (Università di Trieste) al mitragliamento presero parte anche aerei italiani. Di seguito altri aerei, Junker 52. La popolazione che cercava di mettersi in salvo nei campi e nei boschi venne ulteriormente mitragliata. Fino alle otto meno un quarto, ogni venti minuti si succedettero ondate di aerei che scaricavano anche bombe superiori ai cinque quintali. La città risultò completamente devastata e incendiata. Per lo storico HughTomas quel giorno morirono 1654 persone e 889 rimasero gravemente ferite. Cifre inferiori riportate da altri fonti si riferivano ai solo abitanti di Gernika, senza aver calcolato che molte delle vittime provenivano dalle località vicine.
Miracolosamente, il palazzo sede del parlamento basco e la Quercia restarono illesi. Tali avvenimenti vennero confermati da tutti i testimoni oculari, sindaco compreso, dal governo basco e da tutte le formazioni politiche repubblicane. Vennero raccontate nei dettagli dai corrispondenti del Times, del Daily Telegraph, della Reuter, di Star, di France Soir e del Daily Express che visitarono immediatamente il luogo (molti la sera stessa) e raccolsero frammenti di bombe di fabbricazione tedesca. La propaganda fascista ha poi sostenuto per anni che a distrugger Gernika sarebbero stati gli stessi baschi per screditare Franco. Fino a qualche anno fa (il celebre quadro di Picasso era già stato trasferito in Spagna dal Moma newyorchese) la vera storia di Gernika era ancora ignorata da molti spagnoli. In molti libri di Storia (come in quelli di Manuel Aznar, storico ufficiale del regime e amico personale di Franco) si sosteneva che se non erano stati proprio i baschi, in alternativa, i responsabili andavano individuati in un battaglione di minatori repubblicani delle Asturie. Nel 1987 alle cerimonie per il cinquantenario avevano preso parte anche due deputati tedeschi, i Verdi Petra Kelly e Gert Bastian, destinati a morire pochi mesi dopo in circostanze misteriose**. La loro presenza esprimeva sia una volontà di riconciliazione, sia l'ammissione della colpa da parte dei tedeschi. Attualmente Gernika è gemellata con la città tedesca di Pforzeim il cui centro storico venne distrutto per l'80% dai bombardamenti durante la seconda guerra mondiale.
Analogamente a quanto avvenne a Gernika, molti obiettivi civili vennero colpiti dall'aviazione al servizio dei franchisti in Catalunya. Oltre a Granollers (da allora conosciuta come la “piccola Gernika), aerei fascisti italiani bombardarono ripetutamente la Rosa de foc (Barcellona) provocando più di tremila morti tra i civili.
Naturalmente in occasione dell'Aberri Eguna non ci si occupa solo del passato, ma soprattutto del presente e del futuro.
Un paio di anni fa, in occasione della marcia dei giovani indipendentisti (Gazte Martxa) sui monti, con partenza da Sara (rileggersi “Ritorno a Sara”, edizioni Odradek) e arrivo a Lesaka passando per Bera, oltre la frontiera con la Francia (grande partecipazione, nonostante il tempo inclemente) ne avevamo parlato con Txutxi Ariznabarreta. Il portavoce di Independentistak, ci spiegava che l'indipendenza basca “non è una chimera, ma un obiettivo ragionevole, fattibile e non soltanto desiderabile”, sia per ragioni politiche che economiche. “Lo dobbiamo – aveva proseguito - a coloro che difesero la Navarra, patirono il bombardamento di Gernika, subirono gli attacchi di Spagna e Francia e a quanti hanno coltivato il nostro sogno di libertà. Ma soprattutto lo dobbiamo a noi stessi perché questa è la soluzione migliore”. Negli stessi giorni (aprile 2012) cinque formazioni politiche dell'area abertzale e della sinistra avevano presentato una dichiarazione congiunta (“Pace e Libertà”) in cui si rivendicava “il diritto di Euskal Herria ad essere riconosciuta come una nazione in Europa”.

*nda Altra data ricordata dal popolo basco come esempio dell'oppressione subita dalla Spagna, quella della caduta di Irunea (Pamplona) il 21 luglio.
Nel febbraio 1512 con una bolla pontificia di Giulio II venivano scomunicati i “Baschi cantabrici” (peraltro cattolicissimi) e cancellati i diritti di Caterina de Foix e Juan de Albret, legittimi sovrani della Navarra. Premessa indispensabile per l'invasione da parte delle truppe spagnole. Dopo un lungo assedio, Irunea capitolerà il 21 luglio 1512. Il cardinale Cisneros che dal 1499 aveva condotto una campagna di conversioni forzate a Granada, venne incaricato di reprimere e uniformare ogni possibile dissenso, sia religioso che politico. L'Inquisizione ebbe mano libera e procedette all'eliminazione fisica, oltre che di eretici, presunte streghe e minoranze etnico-religiose, di tutti quei nobili ed esponenti delle élites intellettuali che non intendevano sottomettersi al nuovo ordine. Non era un caso che una delle formazione della sinistra indipendentista, sorte dopo l'illegalizzazione di Herri Batasuna prima e di Batasuna poi, si fosse data il nome di Amaiur, la fortificazione dove i nobili di Navarra si riunirono per l'estrema resistenza e ultimo caposaldo a cadere in mano all'esercito castigliano.
Cade invece il 27 settembre il Gudari Eguna (Giorno del Combattente basco) in memoria dei due etarras Txiki e Otaegi fucilati nel 1975 da un ormai agonizzante regime franchista.

** nda Anche Dulcie Septembre, rappresentante dell'ANC in Francia, venne assassinata dai servizi segreti sudafricani dopo aver partecipato ad una manifestazione indetta da Herri Batasuna a Gernika.

Gianni Sartori - 30/8/2015 - 09:54


EUSKAL HERRIA: SEMPRE IN CAMMINO

(Gianni Sartori – novembre 2015)

Nuove prospettive per Euskal Herria? Alcuni recenti avvenimenti sembrano legittimare una risposta affermativa. Da un lato abbiamo, a conferma dell'intensità del dibattito, le recenti dimissioni di Arantza Quiroga da“Presidenta” del PP nella Comunità Autonoma del Paese Basco. Dall'altro l'annuncio del 7 novembre, da parte di oltre 300 militanti della Sinistra abertzale, di un nuovo processo di discussione nella prospettiva di una soluzione politica: ABIAN.
Annunciando le sue dimissioni Arantza Quiroga ha dichiarato che “non dobbiamo spargere semi di future violenze ma seminare per la convivenza”. Emerge quindi che perfino nel PP (storicamente un partito sciovinista, erede di AP -il partito di Manuel Fraga, esponente del franchismo) esistono dubbi e dissensi in merito alla politica repressiva dell'attuale governo. O almeno esistono in Euskal Herria. Una crisi senza precedenti: il 2 ottobre la “Presidenta” aveva pubblicamente riconosciuto la validità di quanto dichiarato da EH Bildu (il partito della Sinistra abertzale) chiedendo quindi a Urkullu, il Lehendakari, di riprendere il dialogo e il confronto per la Pace e la convivenza tra le forze politiche. Il giorno successivo (3 ottobre, data della manifestazione indetta da EH Bildu “por la Paz y la Decision”) Hasier Harraiz chiedeva al PP di “stabilire un dialogo diretto”. Il 5 ottobre Arantza Quiroga proponeva un “dibattito aperto e in piena luce” sulla riconciliazione. Una sua mozione del 6 ottobre per “desbloquear la ponencia de paz y convivencia” veniva però prontamente stoppata dal PP nazionale, costringendo la “Presidenta” a ritirarla. Dopo essere letteralmente scomparsa per un'intera settimana dalla scena politica, nonostante le numerose scadenze pubbliche istituzionali, il 14 ottobre annunciava le sue dimissioni come “Presidenta” del Partido Popular basco e confermava di voler comunque riproporre la sua mozione dato che “el PP ha estado en la vanguardia de la lucha contra ETA. Ahora che ETA ya no mata debemos estar en la vanguardia de la bùsqueda de la convivencia y de la defensa de las victimas. Hay que dar un paso adelante. De la resistencia frente al terrorismo a ser un partido con influencia. No sembremos semillas de futuras violencias, sembremos semillas de convivencia. Aunque ahora eso no ha sido posible. Per eso pido una mirada valiente al que venga en mi lugar, a la nueva direcciòn”.
Una posizione, ha aggiunto, che ha mantenuto coerentemente negli ultimi due anni, ma che il suo partito, il PP, avrebbe sistematicamente osteggiato. Per il momento la presidenza del PP basco è toccata a un esponente della “linea dura” del partito, l'ex sindaco di Gasteiz (Vitoria) Alfonso Alonso.


Cinque anni fa nasceva ZUTIK EUSKAL HERRIA, oggi nasce ABIAN

Quanto alla nascita di ABIAN (legata anche alla prossima scadenza elettorale del 20 dicembre) va interpretata come una conseguenza positiva del processo denominato ZUTIK EUSKAL HERRIA (In piedi Paese Basco). Avviato cinque anni fa, Zutik Euskal Herria ha rappresentato un importante “cambio di strategia” per la Sinistra abertzale. Un evento paragonabile, per la sua portata, alla scelta di resistenza nei confronti del franchismo o a quella di schierarsi a favore della “rottura democratica” dopo la morte del dittatore, boia e assassino (novembre 1975). Ora si apre per Euskal Herria un “nuovo ciclo”, un percorso che è anche l'occasione per “riflettere sugli errori del passato” nella convinzione che “gli unici garanti del processo di liberazione nazionale e sociale saranno Euskal Herria e la volontà democratica dei cittadini baschi, senza interferenze esterne di alcun genere”.
In questi ultimi cinque anni sono accadute molte cose e la sinistra abertzale ha incontrato nuovi compagni di viaggio nella strada impervia dell'autodeterminazione. Si è comunque confermata la sostanziale chiusura dei due Stati (Spagna e Francia) che appaiono ancor timorosi di un confronto diretto e autenticamente democratico con le tematiche sollevate da una parte significativa del popolo basco. Se Parigi appare preoccuparsi dei possibili sviluppi, anche a livello istituzionale, per Ipar Euskal Herria (Euskadi nord), Madrid rimane profondamente ostile nei confronti della sinistra indipendentista basca di Hego Euskal Herria (Euskadi sud), soprattutto in questo periodo in cui vede rimessi in discussione i dogmi dell'unità statale (vedi i Paisos Catalans).
Continua quindi a negare il principio dell'autodeterminazione dei popoli “e la Pace -scrivono i Baschi – così come la Libertà, rimane incarcerata”.
Ma questo non può impedire “il cammino verso l'indipendenza per la costruzione di uno Stato basco che garantisca i diritti sociali di uomini e donne del nostro popolo”.
D'altra parte se c'è una cosa che la Sinistra abertzale ha saputo ampiamente dimostrare è la sua capacità di reinventare e rinnovare coerentemente il processo di liberazione nazionale e sociale attraverso le varie fasi storiche e politiche attraversate dalla penisola iberica. La nascita di AVIAN, un progetto strategico di largo respiro, ne è ulteriore conferma. Obiettivo di AVIAN, trasformare concetti come femminismo, socialismo e indipendenza in un progetto reale, efficace: “analizzando le nostre difficoltà e imparando dai nostri errori”. Ma senza rinviare tutte le soluzione ad un fatidico “giorno D” dell'indipendenza. Resta infatti “fondamentale lavorare per riportare fin d'ora a casa i nostri prigionieri e rifugiati”. Ben sapendo che comunque “la nuova Euskal Herria indipendente sarà un albero con molti rami” ( una foresta con molti alberi, se si preferisce): ENBOR BERETIK SOTUKO DIRA BESTEAK! Ossia bisogna “spezzare le catene dell'oppressione per costruire fin da ora uno Stato Basco fondato su principi di giustizia sociale, femminismo e euskara”. In questa prima fase, il progetto di ABIAN intende porre l'attenzione sulla raccolta di ogni contributo dei militanti baschi e sulla realizzazione di spazi di riflessione. In seguito, da gennaio, si porterà la discussione di quanto elaborato in pubbliche assemblee di città, paese e quartiere aperte alla partecipazione di tutti. Uno sforzo particolare poi, garantirà anche la partecipazione delle prigioniere e dei prigionieri baschi.
Niente e nessuno potrà impedirlo in quanto “abbiamo lo strumento più efficace, l'impegno di migliaia di cittadine e cittadini baschi”.

INIZIATIVE A SOSTEGNO DEI PRIGIONIERI: EXTERA GUNEA

Fermo restando che la pressione sul collettivo dei prigionieri e rifugiati politici baschi e sui loro familiari si mantiene inalterata, molto dura (vedi il caso di Carlos Garcia Preciado), la risposta dei cittadini baschi rimane di alto livello.
Tra le recenti iniziative di solidarietà va ricordata quella di EXTERA GUNEA realizzata a Bilbo (Bilbao) dai familiari dei prigionieri politici gravemente ammalati. Dal 20 al 23 ottobre è rimasto in funzione uno “spazio fisico permanente” per denunciare la grave situazione in cui versano molti di questi prigionieri e richiedere il loro rilascio in modo che possano venir curati adeguatamente e dignitosamente (cosa impossibile all'interno del carcere). Denominata EXTERA GUNEA, tale iniziativa ha lanciato lo slogan “Tutti abbiamo la chiave per riportare i prigionieri malati a casa” ed ha coinciso con l'inizio a Bilbo del processo contro il prigioniero Ibon Iparragirre.

Gianni Sartori

Gianni Sartori - 15/11/2015 - 18:20


EUSKAL HERRIA: UN RIEPILOGO DELL'ANNO TRASCORSO CON LO SGUARDO RIVOLTO AL FUTURO

(Gianni Sartori)

Breve premessa indispensabile: appare evidente come durante tutto il 2015 il governo spagnolo a guida Partido Popular abbia inasprito le politiche repressive sia nei confronti dei prigionieri e delle prigioniere baschi, sia perseguitandone gli avvocati (vedi gli arresti del gennaio 2015). Quanto al potere giudiziario ha messo in campo nuove norme giuridiche (sulla cui legittimità è lecito perlomeno dubitare) per ostacolare ogni liberazione legalmente prevista di prigionieri politici.

Adottando questa strategia, Madrid ha ottenuto soltanto di ostacolare ulteriormente il processo ormai avviato per una soluzione politica del conflitto. La strumentalità di questa presa di posizione governativa è apparsa chiaramente anche in occasione degli arresti in settembre di alcuni militanti di ETA che avevano un ruolo preciso nel processo di disarmo iniziato dall'organizzazione indipendentista (nonostante in maggio ETA avesse nuovamente espresso la volontà di procedere ad ulteriori passi in tale direzione).
Perfino alcuni suoi esponenti hanno espresso dure critiche ai metodi del PP (come la presidente del partito nel Paese Basco che si è dimessa in ottobre).

DOPO LE ELEZIONI

Con le elezioni generali del 20 dicembre 2015 non è emersa nella penisola iberica una maggioranza chiara e i negoziati per un nuovo governo hanno incontrato diverse difficoltà. Al punto che non si escludono nuove elezioni. Comunque vada, il nuovo governo non potrà evitare di dare una risposta chiara, fondata sul dialogo e sui negoziati, alle richieste che pervengono sia dalla Catalogna che da Euskal Herria.

Tra gli interventi più interessanti di fine anno, l'intervista realizzata da Inaki Altuna con David Pla e pubblicata su Gara il 15 dicembre (in euskara).
David Pla, uno dei delegati di ETA per la soluzione del conflitto, attualmente in carcere, ha spiegato quali fossero gli impegni (poi non mantenuti) del PSOE dopo Aiete. Per la situazione attuale, ha sottolineato la necessità di ulteriori passi in direzione della soluzione e rivendicato la coerenza di ETA che “ha mantenuto tutto gli impegni” al contrario dei vari governi spagnoli. Riconosce come sia alquanto improbabile poter riaprire un dialogo con Madrid dopo il 20 dicembre (ultime elezioni) anche se “bisogna lavorare anche per questa eventualità, ma in ogni caso senza considerarla la principale della nostra strategia”.
Ad una domanda su BAIGORRI, in riferimento agli arresti – tra cui quello dello stesso Pla - operati congiuntamente da Guardia Civil e polizia francese in questa località della Nafarroa Beherea (Bassa Navarra - sotto amministrazione francese)* ha risposto che “ quattro anni dopo Aiete ETA ha avviato una profonda riflessione per definire la sua strategia e i passi ulteriori da compiere. Per questo stiamo raccogliendo le proposte di varie persone e soggetti politici”.
Per quanto è avvenuto dopo il 2011, non nasconde di provare una “sensazione agrodolce” in quanto “abbiamo costruito uno scenario politico ricco di opportunità, ma tuttavia non siamo in alcun modo dove avremmo desiderato”. David Pla ha poi sottolineato che il blocco del processo di soluzione produce “un contesto difficile e con molte carenze”. Si dice inoltre convinto che la stato spagnolo difficilmente potrà realizzare di propria iniziativa un processo di democratizzazione di tale portata da implicare il riconoscimento di Euskal Herria come Nazione. Ritiene quindi che si debba “aprire un processo come Popolo, con l'obiettivo di creare una convergenza di forze necessarie affinché E.H. possa avanzare ulteriormente”.
Ha detto poi di considerare le ripetute violazioni dei diritti dei prigionieri politici come “un tentativo da parte dello stato di creare uno scenario da vincitori e vinti”. Se invece si considera la cosa da un punto di vista più ampio si comprende come il progetto della Spagna sia sostanzialmente naufragato in E.H. Agli occhi della maggioranza dei cittadini baschi il governo spagnolo appare oggi come il maggior ostacolo per la Pace e i partiti spagnoli ad ogni elezione ottengono sempre meno consenso in E.H.

L'OPPORTUNISMO DEL PNV

Il delegato di ETA si dice critico anche nei confronti del Partito Nazionalista Vasco. Ritiene infatti che l'obiettivo del PNV “non è una soluzione ragionevole, ma piuttosto indebolire la sinistra abertzale”.
Non per niente il PNV è prontissimo a trarre beneficio dagli attacchi dello stato alla sinistra nazionalista, approfittando del fatto che Arnaldo Otegi, potenzialmente il maggior avversario di Iniko Urkullu (lehendakari - presidente - del governo basco dal 2012) nelle elezioni, rimanga in galera.
Ha poi confermato che una delegazione di ETA era rimasta per sedici mesi in un Paese europeo (anche se non conferma che si trattasse della Norvegia), sotto la protezione di quel governo, con l'approvazione di Madrid (sia durante che dopo Zapatero) per dialogare e stabilire accordi, incontrando anche una dozzina di personalità internazionali e un inviato del governo a guida PP.
Un inviato, ricorda, che al suo ritorno a Madrid non venne ricevuto dall'Esecutivo, lo stesso che lo aveva inviato. Una episodio paradossale.
Ha poi espresso un parere molto favorevole sul documento prodotto dal gruppo di esperti definendolo “molto importante, soprattutto rispetto alla posizione assunta dagli stati (Spagna e Francia ndr) in quanto porta ulteriore credibilità al processo”. Oltre ad essere stato determinante per la prosecuzione del processo stesso, smentendo i dubbi avanzati da Madrid sulle reali intenzioni di ETA.
Alla inevitabile domanda sul destino delle armi in dotazione a ETA, conferma che un quantitativo notevole è già stato sigillato (come ETA aveva precedentemente garantito) e altre armi lo saranno in seguito. Sottolinea che “ETA non aveva alcuna necessità di sigillare i propri arsenali, tantomeno di disarmarsi”. Quindi “per ora le armi possono restare dove stanno. ETA sta facendo questo per il bene del processo, perché vuole dare una risposta positiva a questo problema. E lo fa per decisione propria, non per stanchezza”. Tanto per essere chiari.

Tra gli eventi significativi del 2015, di segno diametralmente opposto a quelli governativi, vanno ancora segnalate la Conferenza Umanitaria (giugno) e la Campagna “FREE OTEGI, FREE THEM ALL” (Libertà per Otegi, liberare tutti).

E infine, per concludere questo breve riepilogo del 2015 in E.H., ricordo che la Dichiarazione internazionale “FREE ARNALDO OTEGI & bring Basque political prisoners home” era stata presentata il 24 marzo al Parlamento Europeo dal musicista Fermin Muguruza a nome di 24 firmatari. Nomi ben noti per il loro impegno nell'ambito delle lotte per l'autodeterminazione dei popoli e per la giustizia sociale: Leyla Zana, Leila Khaled, Angela Davis, José “Pepe” Mujica, Desmond Tutu, Fernando Lugo, Gerry Adams, Adolfo Pérez Esquivel, Slavoj Zizek, José Manuel Zalaya, Joao Pedro Stédile, Nora Cortinas, Lucia Topolansky, Cuauhtémoc Cardenas, Carmen Lira,
Ahmed Kathrada, Rev. Harold Good, Tariq Ali, Mairead Maguire, Ken Livingstone, Pierre Galand, Helmut Markov, Gershon Baskin.

Gianni Sartori

*nota su Baigorri (comunicato del 23 settembre 2015 del Movimento Pro-Amnistia e Contro la Repressione):

“Ante la operación llevada a cabo por la Policía Francesa y la Guardia Civil contra ETA en Baigorri, el Movimiento Pro Amnistía y Contra la Represión quiere compartir su lectura:
Para empezar, queremos mostrar nuestra solidaridad con los militantes Patxi Flores, Ramón Sagarzazu, Iratxe Sorzabal y David Pla, todos ellos detenidos ayer. Igualmente y una vez más, queremos denunciar la actitud represiva de los estados español y francés y queremos hacer llegar todo nuestro odio a quienes vinieron a Euskal Herria a hacer la guerra. La Guardia Civil, las Policías Española y Francesa, las distintas policías autonómicas españolas… Todas ellas son instituciones terroristas que han utilizado y defendido las torturas, los asesinatos, los secuestros, la guerra sucia y la legalidad fascista y es absolutamente necesario hacer entender al pueblo que si queremos construir la paz, no la paz del opresor sino una verdadera paz basada en la justicia, es imprescindible seguir haciendo frente a estos perros rabiosos que se denominan “Fuerzas de Seguridad del Estado”. Estas organizaciones terroristas son mediante las que pretenden someter a Euskal Herria y, por lo tanto, queremos hacer un llamamiento a seguir trabajando concienzudamente para deslegitimar a las distintas policías.
El Estado español ha entendido bien la necesidad de imponer la “versión oficial” sobre lo sucedido en este conflicto, ha entendido la necesidad de legitimarse ante el pueblo. Los ataques de los últimos tiempos contra la libertad de expresión y en general la prohibición de cualquier iniciativa que ponga en entredicho la “versión oficial” se sitúan en esa lógica de legitimación del terrorismo de estado. Necesitan distorsionar el conflicto político que hay abierto en Euskal Herria como garantía de que en el futuro nadie haga frente desde una actitud combativa al fascismo que nos pretenden imponer.
Poner el nombre de “Operación Pardines” a las detenciones de Baigorri es un auténtico insulto para Euskal Herria. Recordemos que José Pardines fue la primera persona a la que ETA mató, en 1968. Pardines era Guardia Civil y por lo tanto miembro del ejército de Franco, uno de los responsables de mantener la represión contra Euskal Herria y el resto de pueblos que mantienen bajo el dominio del Estado español. Llamar “Operación Pardines” a una operación que tiene como objetivo acabar con la organización que más hizo contra el franquismo es una clara acción de apología del terrorismo y nos parece que es escupir tanto sobre los restos de las miles de personas asesinadas en nombre de España por el franquismo y la Guardia Civil como sobre los cadáveres de los asesinados por el Estado español después del franquismo. El pueblo deberá hacer un esfuerzo descomunal para que la memoria histórica y la verdad no queden en las cunetas.

Por otro lado y en lo referido a las consecuencias de esta operación, ha llegado el momento de hacer una lectura más profunda. Después de noviembre de 2004, encuadrado en la propuesta de Anoeta, a ETA se le impone el papel de negociar una salida a las consecuancias del conflicto en un posible proceso de negociación. También en la declaración de Aiete ese fue el trabajo que se le asignó a ETA, un trabajo que se limitaba a una “mesa técnica”. Esto quiere decir que la tarea de ETA en ese posible proceso de negociación sería el de tratar el tema de presos, huídos y deportados y el de la salida de las fuerzas de ocupación. Actualmente, sin embargo, no hay ningún tipo de proceso de negociación en marcha y los estados ven la posibilidad de acabar con ETA utilizando la vía policial. Sin duda, ese será el camino que seguirán los estados cerrando las puertas a cualquier negociación. No ven que puedan sacar ningún provecho de una negociación en una situación como la actual.

Así las cosas y descartada la posibilidad de la mesa técnica, resulta más importante que nunca activar al pueblo a favor de la reivindicación y la lucha por la amnistía. Ahora, remarcar el carácter político de los represaliados originados por este conflicto se convierte en algo de vital importancia y para hacerlo hay que organizarse y luchar. Para ello, el Movimiento Pro Amnistía y Contra la Represión quiere ofrecer al pueblo un marco para llevar esta labor a cabo, porque la única lucha que se pierde es la que se abandona. Jo ta ke amnistia eta askatasuna lortu arte!
En Euskal Herria, a 23 de septiembre de 2015.
Movimiento Pro Amnistía y Contra la Represión.”

Testo completo in: http://www.lahaine.org/eusk-cast-baigorriko-atxiloketen-aurrean

Gianni Sartori - 9/1/2016 - 19:16


Gianni Sartori - 15/2/2016 - 20:05


EUSKAL HERRIA: LIBERARE TUTTI!

(Gianni Sartori)

Toccando ferro, è probabile che il 1 marzo (un mese prima di quanto finora previsto) Arnaldo Otegi esca dalle galere spagnole dove è rinchiuso dall'ottobre 2009.
Era stato condannato ad una pena spropositata, anche dal punto di vista della legalità statuale, per “apologia di terrorismo”.
In sostanza:
1) aver partecipato ad una iniziativa a sostegno del prigioniero politico José Maria Sagardui;
2) aver definito il re di Spagna “capo dei torturatori”;
3) aver tentato, secondo l'accusa, di ricostituire l'organizzazione BATASUNA (v. l'operazione Bateragune).

DA BILBO....
A sostegno dei prigionieri baschi, il mese scorso (gennaio 2016) si sono tenute alcune grandi manifestazioni, in particolare a Bilbo (Paese basco sotto amministrazione spagnola) e Bayona (Paese basco sotto amministrazione francese, Iparralde): per il rispetto dei diritti fondamentali dei prigionieri, contro la loro dispersione in carceri lontanissime da Euskal Herria, contro la politica carceraria di Madrid e Parigi e contro la legislazione di emergenza. Attualmente la situazione dei prigionieri è peggiorata (e le loro sofferenze aumentate) rispetto a quella del 2011, quando ETA dichiarò la sospensione definitiva della lotta armata.
Si ha come l'impressione che tutto questo non sia frutto di casualità, ma risponda ad un disegno preciso dei governi intenzionati a rallentare, o meglio ancora a bloccare, il processo di soluzione del conflitto.
Al contrario, le manifestazioni del 9 gennaio 2016 hanno mostrato quante componenti della società civile basca siano impegnate nel superare gli ostacoli frapposti al processo stesso. Anche con la richiesta di un terzo Foro Social.

Com'era prevedibile, la manifestazione più partecipata è stata quella di Bilbo con oltre 60mila persone.
Indetta da SARE (rete cittadina di sostegno ai prigionieri) e da “iniziativa Bagoaz”, la
manifestazione è stata preceduta da sei furgoni di MIRENTXIN che settimanalmente
aiutano le famiglie dei prigionieri a visitare i loro cari incarcerati a centinaia, talvolta migliaia, di chilometri lontano da Euskal Herria*.

Subito dopo marciavano i familiari dei prigionieri gravemente ammalati (per legge dovrebbero essere messi in libertà): Txus Martin, Josetxo Arizkuren, Inaki Etxebarria, Jose Ramon Lopez de Abetxuko, Ibon Fernandez Iradi, Gorka Fraile, Gari Arruarte, Jagoba Codò, Aitzol Gogorza, Lorentxa Gimon, Ibon Iparragirre.
I parenti, tra cui molti bambini, inalberavano cartelli con il volto dei prigionieri e striscioni (immancabile: “EUSKAL PRESOAK ETXERA”).
Seguiva un altro striscione emblematico: “Derechos humanos, resolucion y paz” nelle tre lingue ufficiali del Paese. A reggerlo, l'ex prigioniera Miren Zabaleta, alcuni esponenti della CUP (David Fernandez e Anna Gabriel), il musicista Fermin Muguruza (ex Negu Gorriak), la bertsolari Alaia Martin, l'avvocato Felix Canada, Inaxio Kortabarria, vari esponenti del mondo della cultura e delle istituzioni (Joseba Azkarraga, Gemma Zabaleta, Inaki Lasagabaster...), altri ex prigionieri politici e la madre di Ibon Iparragire (ancora detenuto nonostante la gravità della sua malattia).
Ma il fatto più significativo era la presenza, al fianco delle persone sopracitate, di una vittima di ETA, Rosa Rodero, vedova del sergente della Ertzaintza (polizia autonoma) Joseba Goikoetxea. Un esempio di possibile “soluzione irlandese” (o forse meglio: “sudafricana”) per Euskal Herria.

Nella folla dei manifestanti si riconoscevano poi Txiki Munoz e Ainhoa Etxaide, (segretari generali, rispettivamente, dei sindacati baschi ELA e LAB) e molti esponenti di altre organizzazioni sindacali attive in Euskal Herria (Steilas, ESK, CNT...). Oltre a vari membri di Podemos e di EH Bildu (l'organizzazione della sinistra abertzale).
All'incrocio tra calle Autonomia e Alameda de Rekalde, la manifestazione è stata raggiunta da una nutrita delegazione di internazionalisti sostenitori della causa basca con le bandiere dei rispettivi popoli.
Tra gli slogan più scanditi: “Libertad, libertad, detenidos por luchar”.
A metà percorso è comparso un immenso striscione con la scritta: “EUSKAL PRESOAK EUSKAL HERRIRA”.
Nel suo intervento, Joseba Azkarraga ha ricordato che “si avrà una soluzione del conflitto soltanto quando le conseguenze dello stesso saranno risolte; in primo luogo per le vittime naturalmente, ma anche per i 470 prigionieri di cui quotidianamente vengono violati i diritti”.
In piazza Circular, il Komite Internazionalistak ha denunciato con durezza la politica repressiva dello stato turco contro i curdi e ricordato la condizione dei militanti curdi detenuti. Verso le 19, esponenti di ETXERAT hanno occupato le scalinate dell'Ayuntamiento al grido di “Hator, hator” (unisciti!).



...A BAYONA
Nello stesso giorno, a Bayona (Paese Basco sotto amministrazione francese) una marcia ha riunito circa 8mila persone con la presenza di numerosi esponenti di partiti, movimenti e sindacati.
In particolare, è stata denunciata la situazione di Lorentxa Guimon, detenuta a Rennes e gravemente ammalata. In proposito l'esponente di LAB Jeronimo Prieto ha dichiarato che “lo stato non dovrebbe fare altro che applicare le sue stesse leggi e liberarla”.
Tra i partecipanti, i parlamentari socialisti Fréderique Espagnac, Sylviane Alaux e Colette Capdevielle. Un giudizio positivo sulla manifestazione è stato espresso dalla consigliera regionale Alice Leiciaguecahar (Verts- Europe Ecologie). Presenti anche altri consiglieri regionali come Alain Iriart (sinistra abertzale) e Marie-Christine Aragon (socialista), oltre ai sindaci di Hendaia, Biarritz, Arberatze, Uztaritze, Izura, Baiona. Quest'ultimo, Jean-René Etchegaray, ha dichiarato che “i governi spagnolo e francese sono nell'inerzia totale. Si comportano come se non vedessero, o non volessero vedere, quello che sta accadendo da quattro anni e mezzo a questa parte”.
Il sindaco di Lekorne (e presidente di Biltzar) Lucien Betbeder ha dichiarato di aver partecipato alla marcia sia come persona che come eletto per sostenere il processo di soluzione del conflitto ricordando poi che “è necessario occuparsi della questione della riunificazione (dei prigionieri in E.H. nda) e dell'amnistia e trovare una via d'uscita per questa situazione”.
Oltre a numerosi membri di Bakea Bidea e del Collettivo di Esiliati e Prigionieri Politici Baschi, hanno presenziato all'iniziativa alcuni esponenti di SORTU (Rufi Etxeberria, Xabi Larralde, Maite Ubiria...). Anche loro si sono detti convinti che “affinché il processo possa avanzare, è necessario risolvere la questione dei prigionieri”.
Altre testimonianze significative dalla consigliera municipale Yvette Debardieux (comunista) e dal portavoce nazionale di NPA, Philippe Poutou.
“La mia presenza a questa manifestazione -ha dichiarato l'esponente del Nuovo Partito Anticapitalista- è per esprimere solidarietà al popolo basco e ai suoi militanti prigionieri. Affinché lo stato cambi il suo atteggiamento sulla riunificazione”. Ha poi spiegato di “non essere d'accordo con il principio della indivisibilità dello stato” e di riconoscere il diritto del popolo basco a decidere “inclusa la possibilità dell'indipendenza”.

Ma forse la frase che ha suggellato la marcia pro-prigionieri (suscitando ampie ovazioni) è stata quella pronunciata dalla compagna Maialen Arzallus:
“Abbiamo un'arma tra le mani, l'amore del popolo”.
Gianni Sartori




*nota Qualche esempio: Alacant 780 km; Cordoba e Murcia 850 km; Granada 875 km; Clairneaux 945 km; Almeria 1040 km...


** nota. Ho ripescato questo mio articolo risalente al 2006 che forse è ancora interessante come “precedente”.


“Il leader di Batasuna va in carcere?
In Euskadi a rischio il processo di pace

Gianni Sartori (2006)

Ci risiamo. L’“Audiencia Nacional” spagnola (autentica erede del Top, il tribunale speciale dell’epoca franchista) ha condannato nuovamente il leader degli indipendentisti radicali baschi di Batasuna Arnaldo Otegi: 15 mesi di carcere e sette anni di interdizione assoluta per «apologia di terrorismo».
Nel dicembre del 2003 Otegi aveva preso parte ad un atto pubblico in memoria di José Miguel Benaran, più noto come “Argala”, assassinato dalle squadre della morte parastatali. La cerimonia si era svolta nella località di Arrigarriaga a venticinque anni dalle morte del militante basco. Secondo i magistrati, nonostante l’amnistia del 1977, Argala va ancora considerato un terrorista e onorandolo pubblicamente Otegi si è reso responsabile di «esaltazione di attività terroristiche». Argala era rimasto ucciso in un attentato con un’auto-bomba poi rivendicato dal “Batallon Vasco Espanol”, un antenato del Gal, le squadre paramilitari fiancheggiatrici di Madrid. A questo aspetto il documento dell’“Audiencia Nacional” non accenna (parla genericamente di “morte violenta”), così come sembra non tener conto del fatto che Argala aveva aderito a Eta in piena epoca franchista. Secondo le dichiarazioni della polizia spagnola, riportate nella sentenza, Argala avrebbe «fatto parte ininterrottamente di Eta dal 1970 al dicembre 1978» divenendone il «jefe militar supremo». Non si tiene conto del fatto che nel 1977 venne concessa l’amnistia a tutti coloro che avevano lottato contro il regime franchista e che, al momento della morte, Argala non era accusato (tantomeno sotto processo) per alcun delitto.
L’atto politico in memoria di Argala viene celebrato ogni anno con danze tradizionali e deposizione di corone di fiori accompagnate dal suono tradizionale dei corni e della txalaparta. Otegi nel 2003 aveva deposto un garofano rosso davanti al ritratto di Argala e aveva presentato la cosiddetta “Proposta di Bergara” paragonandola a quella di “Txiberta” formulata da Argala nel 1977. Aveva inoltre reso omaggio al suo impegno per l’autodeterminazione di Euskal Herria. Proprio il giorno prima la sinistra “abertzale” aveva presentato a Bergara agli altri partiti baschi una proposta per «partecipare come popolo» alle elezioni spagnole previste per il marzo 2004. Otegi, secondo il Tribunale, avrebbe dichiarato che «Eta appoggerebbe la formazione di una candidatura tra le forze abertzale, perché permetterebbe di voltare la pagina della guerra e aprire la libertà per Euskadi». Inoltre nella sentenza si riporta che l’esponente abertzale avrebbe «espresso molti apprezzamenti nei confronti degli etarras che hanno dato la vita per Euskal Herria con appelli alla lotta armata». Invece, secondo la difesa, Otegi avrebbe parlato soltanto di «lotta contro lo Stato spagnolo» senza usare l’aggettivo «armata». Due versione di una stessa contestata frase che potrebbero costare una ennesima detenzione per il dirigente di Batasuna. L’eventuale nuovo arresto di Arnaldo Otegi dipenderà dal Tribunale Supremo che dovrebbe ratificare la condanna. In questo caso ai quindici mesi si aggiungerebbero anche i dodici dell’anno scorso per «ingiurie al re».
Per dimostrare che la cerimonia in memoria di Argala era un «omaggio» e non un «atto politico», il tribunale ha riportato gli articoli dell’epoca apparsi su El Correo, El Mundo, Deia. Articoli che l’accusato non avrebbe «smentito una volta pubblicati».
Sull’inquietante episodio repressivo sono intervenuti vari esponenti di formazioni politiche. Onintza Lasa di Eusko Alkartasuna (indipendentisti) ha dichiarato che «questa condanna rappresenta un nuovo ostacolo nel processo di pacificazione e normalizzazione politica», auspicando nel contempo la scomparsa dell’Audiencia Nacional. Il partito basco Aralar ha espresso piena solidarietà a Otegi e alla sua formazione politica, mentre la catalana Convergengia i Unió, attraverso il suo segretario generale J.A. Duran i Lleida sostiene che «i giudici, piaccio o meno, non devono valutare la situazione politica, ma solo l’aspetto giuridico dello Stato di Diritto; per tanto è logico che si limitino ad applicare la legge e nient’altro». Anche Ramon Jauregui, portavoce dei socialisti del Psoe nella Commissione Costituzionale, ha giustificato l’operato dei giudici e ha aggiunto che «la condanna di Arnaldo Otegi non dovrebbe danneggiare in nessun modo il processo politico avviato in Euskal Herria».
Da parte sua Batasuna ha rivolto un appello a tutte le parti coinvolte per risolvere questo ennesimo contenzioso tra lo Stato spagnolo e il Paese Basco. Joseba Permach in una conferenza stampa tenutasi venerdì 28 aprile a Donostia (San Sebastian) ha denunciato con forza che «il Governo spagnolo insiste con la sua strategia repressiva» aggiungendo che «è impossibile procedere in un processo di pace contando sulla volontà di una sola parte».
«Dalla dichiarazione di “cessate il fuoco” di Eta sono passate le ore e i giorni -ha detto Permach- ma le notizie che arrivano da Madrid riguardano solo il mantenimento dell’opzione repressiva da parte dello stato».

Gianni Sartori - 17/2/2016 - 08:09


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