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Sono nata il ventuno a Primavera

Milva
Lingua: Italiano

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manicomio
I lager dei matti: la guerra dei manicomi

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[2005]
Poesia di Alda Merini
A poem by Alda Merini
Musica e orchestrazione di Giovanni Nuti
Music and Orchestration by Giovanni Nuti

Alda Merini, nata il 21 marzo 1931.
Alda Merini, nata il 21 marzo 1931.


Con una dedyca a noi folly
di Ahmed il Lavavetri

Noi siamo nati il ventuno a Primavera, oppure il venticinque in autunno, il sette in estate o il quindici in inverno. Siamo nati sempre, perché siamo completamente pazzi, matti, folli, straniti, esagitati, cupi, infuocati, mesmerici, lattiginosi, verdi, levitanti, e non ci accontentiamo di realtà precostituite. Zolle? Noi apriamo qualsiasi cosa. Tempesta? Scateniamo anche la calma, la bonaccia, la pacificità che dichiarano più vento, quando ci sta, quando ci va, di un ciclone tropicale. Noi folly, che sovvertiamo le vocali, che innalziamo persino beffardi canti agli dèi quando il buio della mente sembra inghiottire ogni cosa, quando l'oscuro si fa vincente. Non ci resta che fabbricarcela, una luce tutta nostra, una lampada di sopravvivenza nelle miniere del mondo. E allora sembriamo vacillare, sembriamo soccombere, ma ci rialziamo; dalle macerie nasce il vero moto. Folly e naty il trentasei a quadragesima, il trecentonove a tacabànda, il quarantamerda a talassìpora. E rivendichiamo il nostro dovere, il nostro piacere, il nostro orgasmo di sovvertire la realtà. Paghiamo per questo. Paghiamo un prezzo che voi non conoscete. Proserpina, sorella, ascoltaci; ce ne andiamo a ballare stasera, in culo a tutti; e ci inchiniamo al volere di altissimi tuoni che ci regolano il biostato con sguardi a pressioni immense, sconosciute, gentili.


Il testo è presentato con assecuzione al canto. La poesia originale di Alda Merini consta esclusivamente delle parti in caratteri normali; il resto del canto è in corsivo.

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
potesse scatenar tempesta.

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.
potesse scatenar tempesta.


Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
Forse è la sua preghiera.

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta
potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.
Forse è la sua preghiera.

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta
potesse scatenar tempesta.

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle

…potesse scatenar tempesta

aprire le zolle
…potesse scatenar tempesta

potesse scatenar tempesta
…sono nata il ventuno a Primavera

potesse scatenar tempesta.

(inviata da Riccardo Venturi)

inserita il 18/1/2008 - 18:34

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Lingua: Francese

Version française de Riccardo Venturi
24 février 2009

JE SUIS NÉE LE VINGT-UN À PRINTEMPS

Je suis née le vingt-un à printemps
mais j'ignorais qu'être née folle,
que percer les mottes
pouvait déchaîner la tempête,
pouvait déchaîner la tempête.

Je suis née le vingt-un à printemps
mais j'ignorais qu'être née folle,
que percer les mottes
pouvait déchaîner la tempête,
pouvait déchaîner la tempête.


Et Prosérpine lègère
voit pleuvoir sur l'herbe,
sur le gros blé gentil
et pleure toujours le soir,
c'est peut-être sa prière.
c'est peut-être sa prière.

Je suis née le vingt-un à printemps
mais j'ignorais qu'être née folle,
que percer les mottes
pouvait déchaîner la tempête,
pouvait déchaîner la tempête.

Et Prosérpine lègère
voit pleuvoir sur l'herbe,
sur le gros blé gentil
et pleure toujours le soir,
c'est peut-être sa prière,
c'est peut-être sa prière
.

Je suis née le vingt-un à printemps
mais j'ignorais qu'être née folle,
que percer les mottes
pouvait déchaîner la tempête,
pouvait déchaîner la tempête.

Je suis née le vingt-un à printemps
mais j'ignorais qu'être née folle,
que percer les mottes

...pouvait déchaîner la tempête

que percer les mottes
…pouvait déchaîner la tempête

pouvait déchaîner la tempête
…je suis née le vingt-un à printemps

pouvait déchaîner la tempête.

inserita il 24/2/2009 - 07:46


Al momento dell'inserimento di questa canzone, il “percorso sulla follia” non esisteva ancora; adesso che esiste, vi rientra senz'altro di diritto e viene quindi tolta dagli “Extra” e riportata alla sua interprete propria, Milva. Ma questa non vuole essere solamente una scarna comunicazione di servizio; vuole essere, soprattutto, un omaggio alla sua grande autrice, Alda Merini, che il lager del manicomio lo ha conosciuto autenticamente. Un'esperienza che, come sa chiunque conosca almeno un po' la sua opera, la ha segnata decisivamente. Se mai la follia, in tutte le sue componenti, possa avere un inno, e un inno di liberazione, lo ha in questa piccola poesia di pochi versi, poi trasformata in canzone per l'altrettanto folle chioma rossa di Milva.

Questa poesia/canzone in forma di inno pagano a Proserpina (altresì detta Cerere, la dèa delle messi) sa farci vedere quali forze primordiali la follia sia capace di scatenare. L'identificazione dell'autrice con queste forze è totale: le zolle che si aprono, la tempesta che si scatena. Proserpina, lieve, presiede intanto ai cicli della natura: la pioggia nutre l'erba e il grano, e quella pioggia è il suo pianto che vivifica. Quasi che il dolore e il nutrimento si identifichino, nel senso più alto e autentico della parola “preghiera”. Ne avevano tante, di cose da dire, quei vecchi e umanissimi dèi che poi qualcuno ha scacciato in nome del terribile e disumano dio ebraico, cupo, tribunalizio, dittatoriale.

Alda Merini sembra quasi dirci che nel luogo dove sono stati rinchiusi i folli, quelle lacrime e quel dolore riescono ancora a parlarci della natura, a scatenare le forze primitive, in breve a nutrire e vivificare. Sono cose che la poetessa ha vissuto in prima persona, e chiunque, anche chi eventualmente non la apprezzi, gliene deve rispetto. Per chi, come il sottoscritto, invece la apprezza, e molto, si può parlare anche di gratitudine, una gratitudine che promana dall'aver dato voce, e in modo semplice e alto, alle cose che si agitano dentro. Dall'aver dato loro voce trasformandola in forza e speranza.

( Riccardo Venturi)

inserita il 24/2/2009 - 08:04


Auguri, Proserpina Lieve!

( CCG/AWS Staff)

inserita il 21/3/2009 - 12:46


E' morta la poetessa Alda Merini
cantò il dolore degli esclusi


MILANO - E' morta a Milano la poetessa Alda Merini. Aveva 78 anni. Era ricoverata all'ospedale San Paolo da una decina di giorni per un tumore osseo. Viveva in condizioni di quasi indigenza (una scelta di vita basata su una sorta di "noncuranza") tanto che i pasti quotidiani le venivano portati dai servizi sociali comunali. Ha cantato gli esclusi e ha vissuto sulla sua pelle una delle peggiori forme di esclusione: la malattia mentale. Negli ultimi anni, per una strana contraddizione, era diventata quasi popolare: abbastanza frequenti le sue apparizioni in Tv dove, con la sua voce arrochita dal fumo, diceva sempre cose profondissime e, nello stesso tempo, del tutto comprensibili al grande pubblico. Grazie a lei, molti si erano avvicinati alla poesie.

Era considerata la più grande poetessa italiana vivente. Nata in una famiglia poco abbiente (il padre era impiegato in una compagnia di assicurazione, la madre casalinga) la Merini esordì ad appena 15 anni con una raccolta "La presenza di Orfeo" curata dall'editore Schwarz. E, mentre già attirava l'attenzione della critica, la prodigiosa ragazza incontrava difficoltà nel mondo della scuola "normale". Venne infatti respinta quando tentò di entrare al liceo Manzoni. Dissero che non era stata sufficiente nella prova d'italiano.

E da lì in avanti, la sua vita è sempre stata al confine tra il riconoscimento della sua eccezionale capacità poetica e la difficoltà dovuta alla malattia. Malattia mentale che la portò al ricovero di un mese a Villa Turro nel 1947. Lei stessa ne ha sempre parlato e scritto definendo la sua sofferenza psichica come "ombre della mente". Nel tempo ha saputo convivere con queste "ombre" e, anzi, per certi versi il dolore che ha attraversato le è servito per scandagliare più in profondità l'animo umano.

Così Alda Merini ha spiegato al nostro Antonio Gnoli l'uscita dalla malattia, in un'intervista a Repubblica : "Per me guarire è stato un modo di liberarmi del passato. Tutto è accaduto in fretta. L'ultima volta che sono stata all'Istituto che mi aveva in cura per depressione mi è accaduta una cosa che non avevo mai provato. Una mattina mi sono svegliata e ho detto: che ci faccio io qui? Così è davvero ricominciata la mia vita. Ho ripreso a scrivere e ho perfino trovato quel successo che non avrei mai pensato di ottenere". Sul successo Alda ride con voce roca e lenta e poi aggiunge: "Il successo è come l'acqua di Lourdes, un miracolo. La gente applaude, osanna e ti chiedi: ma cosa ho fatto per meritare tutto questo? Penso che la folla, anche piccola, che ti ama ti aiuta a vivere. In fondo un poeta ha anche qualcosa di istrionico e di folle. Per questo il manicomio è stato per me il grande poema di amore e di morte. Ma anche questo luogo oggi è distante. Mi capita a volte di rivederlo in sogno. Io sogno tantissimo. E tra i sogni ne ricorre uno: sono dentro a un luogo chiuso, e io che cerco le chiavi per uscire. Forse sono mentalmente ancora in quel luogo che mi ha ucciso e mi ha fatto rinascere. Mi sento una donna che desidera ancora. Oggi per esempio vorrei che qualcuno mi andasse a comprare le sigarette. Non ho mai smesso di fumare, né di sperare".

Fin dai primi anni del suo lavoro poetico, conobbe e frequentò maestri come Quasimodo, Montale e Manganelli che la sostennero e promossero la pubblicazione di sue opere. Dopo "La presenza di Orfeo" (e alcune poesie singole pubblicate in diverse antologie), escono "Nozze romane" e "Paura di Dio". La Merini, nel frattempo si era sposata con Ettore Carniti (1953) e aveva avuto la sua prima figlia Emanuela. Al pediatra della bambina aveva dedicato la raccolta "Tu sei Pietro" (1061).

Comincia qui un altro periodo difficile costellato di ricoveri dolorisissimi e di ritorni a casa sempre difficili ma anche allietati dalla nascita di altri tre figli. Con un lungo periodo al "Paolo Pini". Dal 1972 al 1979 la situazione, a poco a poco migliora e la poetessa torna a scrivere. E, con grande coraggio, racconta in poesia e prosa la sua esperienza ("La Terra Santa").

Rimasta vedova nel 1981, si risposerà con il poeta Michele Pierri (1983) e con lui andrà a vivere a Taranto e ancora incontrerà i fantasmi della sua mente. Nel 1986 tornò a Milano dove ha sempre vissuto

(da Repubblica)

( daniela -k.d.-)

inserita il 1/11/2009 - 19:20

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