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Su patriottu Sardu a sos feudatarios [Procurad' e moderare]

Francesco Ignazio Mannu


Lingua: Sardo

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Barones a sa tirannia Tenores di Neoneli e Orlando Mascia


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[1794]




L'Innu de su patriottu Sardu a sos feudatarios fu stampato clandestinamente in Corsica e diffuso in Sardegna, e divenne il canto di guerra degli oppositori sardi, passando alla storia come la Marsigliese sarda. E' composto da 376 ottonari fortemente ritmati, in lingua sarda logudorese, e ricalca contenutisticamente gli schemi della letteratura civile illuministica. L' incipit è costituito da un perentorio attacco alla prepotenza dei feudatari, principali responsabili del degrado dell'isola: Procurad'e moderare, Barones, sa tirannia… (Cercate di moderare, o Baroni, la vostra tirannia…). Il canto si conclude con un vigoroso grido d'incitamento alla rivolta, suggellato da un detto popolare di lapidaria efficacia: Cando si tenet su bentu est preziosu bentulare ("quando si leva il vento, è d'uopo trebbiare").
(Da questa pagina)

Come ci informa DonQuijote82, il canto è stato interpretato, fra gli altri, dai Tazenda, da Maria Teresa Cau, dagli Jentu, Piero Brega, Pino Masi, Giovanna Marini e Dario Fo, Elena Ledda, Piero Marras, Cordas et cannas, Stefano Saletti & Piccola Banda Ikona, Daniele Sepe, Compagnia Daltrocanto,Boghes de Bagamundos, Kenze Neke oltre che da Francesco Guccini.

La versione di Luciano Ligabue e Angelo Branduardi si intitola "Ai Cuddos" (a coloro) perché riprende le strofe dalla 29 alla 36

Guccini, i Tenores e il canto della rivoluzione sarda
di Walter Fadda
da Rispieghiamo Guccini per chi era assente

Alla edizione del 1999 del festival sanremese della canzone d'autore, promosso dal "Club Tenco", Guccini ha partecipato al "Progetto Barones" insieme a Elio delle Storie Tese, Francesco Baccini, Angelo Branduardi e Luciano Ligabue. Sul palco del teatro Ariston hanno cantato strofe di "Barones sa tirannia" insieme al coro Tenores di Neoneli.

Gli anni fra il 1794 ed il 1796 furono drammatici ed eroici per la Sardegna: la cacciata dei piemontesi, il feroce assassinio di don Gerolamo Pitzolo e del Marchese di Planaria, l’epopea della marcia di Giommaria Angioi e della sollevazione antifeudale sono i momenti in cui si coagulano ed esplodono i fermenti di un vasto moto popolare, che ancora oggi siamo abituati a riguardare come uno dei fatti fondamentali della storia isolana.

Di tutto quel mondo di sentimenti, di passioni, di dibattiti, di disperazione e speranze, l’espressione più sincera ed emozionante è un inno, nato dal cuore stesso degli avvenimenti: l’Inno de su patriottu sardu a sos feudatarios di Francesco Ignazio Mannu, meglio noto come Barones, sa tirannia.

Del Mannu, cavaliere e magistrato ozierese, vissuto fra il 1758 ed il 1839, si conosce pochissimo: quasi che la sua sorte fosse proprio questa, di scomparire con la sua fisionomia e la sua vicenda individuale, per restare vivo, nella memoria, in questo inno che è, prima della poesia di Satta, l’unica opera in cui i sardi appaiono finalmente come popolo, uniti nella voce del poeta che vuol essere ed è veramente la voce di tutta la sua gente.

Del resto l’anno di nascita e le stesse connotazioni del censo e della professione fanno apparire il Mannu, non solo come un contemporaneo dell’Angioi e dei giacobini isolani, ma come un uomo nutrito della loro stessa cultura, espresso come loro da quelle famiglie medio-gentilizie di estrazione paesana che sembrano rappresentare, in questo periodo, il primo nucleo della borghesia agraria sarda.

L’inno del Mannu, pubblicato alla macchia in Corsica nel 1794, ma subito diffusosi per tutta l’isola come un canto di guerra, va letto nella prospettiva di questa sua origine complessa: esso appare concepito come un’arma di propaganda, rivolta soprattutto al popolo; per accenderlo di odio contro i feudatari, ma anche per offrirgli, nei modi più vicini all’intelligenza delle classi diseredate, un’indicazione precisa ed evidente delle ragioni della polemica.

Il moto di G. Angioi fu, in larga parte, un moto di plebi rustiche, guidato da un manipolo di intellettuali borghesi, portatori di istanze della loro classe contro l’alleanza del potere fra la nobiltà feudale ed i governanti piemontesi. L’inno del Mannu è, appunto, uno dei momenti più caratterizzanti di questo incontro fra l’ideologia e l’interpretazione della realtà storica, come era maturata nella cultura dei capi del moto, ed il modo oscuro, più viscerale e passionale, in cui il popolo sentì come sua la causa della sollevazione antifeudale.

In una parola, quest’inno che viene chiamato la “Marsigliese sarda”, non ha un’origine autenticamente popolare, ma è anzi un’opera sostanzialmente colta. La sua bellezza scaturisce dall’impegno del poeta a guardare e ad interpretare quella realtà con gli occhi degli umili e degli oppressi, dalla passione accorata e sincera per il diritto delle genti ed il riscatto dei diseredati, dalla religione della libertà e della patria che tutta la pervadono.

Abbiamo detto colta: alla cultura dell’autore, infatti, appartengono innanzitutto le ragioni stesse della polemica, che appaiono sostanzialmente quattro: la dichiarazione della illegittimità filosofica del privilegio feudale, la mancanza di sicurezza e di giustizia per il vassallo, lo squilibrio disumano fra l’enorme ricchezza del barone e la miseria del popolo e, infine, l’indignazione per il ruolo subalterno in cui i sardi erano tenuti dai piemontesi.

Di queste ragioni, come si vede, solo alcune erano comuni all’intellighentsia borghese ed alle plebi rustiche, ed anche quelle erano viste in prospettive diverse: la mancanza di sicurezza e di giustizia, se per gli strati popolari voleva dire soltanto paura degli arresti e delle persecuzioni , per il Mannu era vista come violazione di quel regime di contropartite che dovrebbero presiedere alla cessione dei diritti del vassallo a favore del feudatario: dove appare,sullo sfondo, quella concezione dello Stato come contratto sociale che appartiene, appunto, alla cultura del poeta, alla sua formazione borghese. La polemica sull'illegittimità del sistema feudale, poi, e la polemica contro i piemontesi, erano addirittura estranee alla coscienza popolare, né il Mannu sembra preoccupato di nasconderne le origini colte introducendo nella poesia espressioni proprie del linguaggio giuridico.

Il cuore del componimento che rappresenta la vita oziosa del barone e la condizione di indigenza del vassallo , ha più un movimento proprio di un certo modo borghese di vedere questa realtà, un modo che vien fatto chiamare pariniano perché la contrapposizione frai due modi di vita, la satira dell'aristocratico del paese, riecheggia l'impostazione ideologica e, non di rado, proprio i modi della poesia del Parini.

Questa veloce indicazione delle ragioni culturali da cui nasce il discorso del Mannu diventa tanto più interessante quando si tiene presente un altro elemento di giudizio: lo straordinario successo che l'inno ha avuto in tutti i tempi, e l'amore che ancor oggi hanno per esso i sardi. Ciò significa che l'inno è davvero un canto di protesta e significa anche che esso è un canto autenticamente popolare: un canto in cui la poesia nasce da questa attenta adesione del poeta alla causa degli oppressi, da questo sentirsi tutti uniti nella rivolta contro il privilegio, da questo sentire la ribellione antifeudale come una causa comune a tutti i sardi, finalmente pensati come unico popolo.

La forma metrica dell'inno è quella delle strofette di ottonari, veloci e fortemente segnati dalla rima, facili a trovare subito come dovettero trovare, un ritmo di canto popolare: per l'ultimo verso di ognuna delle 47 strofe ci sono solo due rime, sicchè tutto l'inno suona anche per questo stratagemma tecnico, più denso e più omogeneo.

Questa stessa velocità del ritmo anima il discorso , che, più che un ordinata esposizione di argomenti, è uno scoppiare continuo di esclamazioni e di interrogativi, di rimproveri e di esortazioni, di immagini popolaresche efficaci e di sentenze così vigorosamente incise da essere diventate, come quella finale, veri e propri proverbi:

Cando si tenè su bentu
Es prezisu bentulare.

Per il Mannu, il tempo di trebbiare, di bentulare, era quello: il vento che soffiava in Sardegna era il vento della rivolta:

Procurad' e moderare,
Barones, sa tirannia,
chi si no, pro vida mia,
Torrades a pè in terra!

E' il grido iniziale dell'inno, un attacco minaccioso e fortissimo, con quell'immagine del "tornare con i piedi in terra" che è un modo di dire comune nel dialetto logudorese, ma che qui assume un significato più rigorosamente preciso nei confronti di una classe per la quale andare a cavallo, e non a piedi, era un segno essenziale di distinzione.

E la canzone è un susseguirsi di strofe in cui le visioni storiche, le rappresentazioni della realtà dell'epoca, l'acceso patriottismo sardo, la satira nei confronti dell’usurpatore, ma soprattutto l’intenzione di aprire gli occhi al popolo sardo, che fino ad allora tanto aveva subito, assumono un significato non puramente poetico, ma serviranno da slancio per il movimento di rivolta che stava per cominciare.
1. Procurade e moderare,
Barones, sa tirannia,
Chi si no, pro vida mia,
Torrades a pe' in terra!
Declarada est già sa gherra
Contra de sa prepotenzia,
E cominzat sa passienzia
ln su pobulu a mancare

2. Mirade ch'est azzendende
Contra de ois su fogu;
Mirade chi non est giogu
Chi sa cosa andat a veras4;
Mirade chi sas aeras
Minettana temporale;
Zente cunsizzada male,
Iscultade sa 'oghe mia.

3. No apprettedas s 'isprone
A su poveru ronzinu,
Si no in mesu caminu
S'arrempellat appuradu;
Mizzi ch'es tantu cansadu
E non 'nde podet piusu;
Finalmente a fundu in susu
S'imbastu 'nd 'hat a bettare.

4. Su pobulu chi in profundu
Letargu fit sepultadu
Finalmente despertadu
S'abbizzat ch 'est in cadena,
Ch'istat suffrende sa pena
De s'indolenzia antiga:
Feudu, legge inimiga
A bona filosofia!

5. Che ch'esseret una inza,
Una tanca, unu cunzadu,
Sas biddas hana donadu
De regalu o a bendissione;
Comente unu cumone
De bestias berveghinas
Sos homines et feminas
Han bendidu cun sa cria

6. Pro pagas mizzas de liras,
Et tale olta pro niente,
Isclavas eternamente
Tantas pobulassiones,
E migliares de persones
Servint a unu tirannu.
Poveru genere humanu,
Povera sarda zenia!

7. Deghe o doighi familias
S'han partidu sa Sardigna,
De una menera indigna
Si 'nde sunt fattas pobiddas;
Divididu s'han sas biddas
In sa zega antichidade,
Però sa presente edade
Lu pensat rimediare.

8. Naschet su Sardu soggettu
A milli cumandamentos,
Tributos e pagamentos
Chi faghet a su segnore,
In bestiamen et laore
In dinari e in natura,
E pagat pro sa pastura,
E pagat pro laorare.

9. Meda innantis de sos feudos
Esistiana sas biddas,
Et issas fe ni pobiddas
De saltos e biddattones.
Comente a bois, Barones,
Sa cosa anzena est passada?
Cuddu chi bos l'hat dada
Non bos la podiat dare.

10. No est mai presumibile
Chi voluntariamente
Hapat sa povera zente
Zedidu a tale derettu;
Su titulu ergo est infettu
De s'infeudassione
E i sas biddas reione
Tenene de l'impugnare

11. Sas tassas in su prinzipiu
Esigiazis limitadas,
Dae pustis sunt istadas
Ogni die aumentende,
A misura chi creschende
Sezis andados in fastu,
A misura chi in su gastu
Lassezis s 'economia.

12. Non bos balet allegare
S'antiga possessione
Cun minettas de presone,
Cun gastigos e cun penas,
Cun zippos e cun cadenas
Sos poveros ignorantes
Derettos esorbitantes
Hazis forzadu a pagare

13. A su mancu s 'impleerent
In mantenner sa giustissia
Castighende sa malissia
De sos malos de su logu,
A su mancu disaogu
Sos bonos poterant tenner,
Poterant andare e benner
Seguros per i sa via.

14. Est cussu s'unicu fine
De dogni tassa e derettu,
Chi seguru et chi chiettu
Sutta sa legge si vivat,
De custu fine nos privat
Su barone pro avarissia;
In sos gastos de giustissia
Faghet solu economia

15. Su primu chi si presenta
Si nominat offissiale,
Fattat bene o fattat male
Bastat non chirchet salariu,
Procuradore o notariu,
O camareri o lacaju,
Siat murru o siat baju,
Est bonu pro guvernare.

16. Bastat chi prestet sa manu
Pro fagher crescher sa r’nta,
Bastat si fetat cuntenta
Sa buscia de su Segnore;
Chi aggiuet a su fattore
A crobare prontamente
Missu o attera zante
Chi l'iscat esecutare

17. A boltas, de podattariu,
Guvernat su cappellanu,
Sas biddas cun una manu
Cun s'attera sa dispensa.
Feudatariu, pensa, pensa
Chi sos vassallos non tenes
Solu pro crescher sos benes,
Solu pro los iscorzare.

18. Su patrimoniu, sa vida
Pro difender su villanu
Cun sas armas a sa manu
Cheret ch 'istet notte e die;
Già ch 'hat a esser gasie
Proite tantu tributu?
Si non si nd'hat haer fruttu
Est locura su pagare.

19. Si su barone non faghet
S'obbligassione sua,
Vassallu, de parte tua
A nudda ses obbligadu;
Sos derettos ch'hat crobadu
In tantos annos passodos
Sunu dinaris furados
Et ti los devet torrare.

20. Sas r’ntas servini solu
Pro mantenner cicisbeas,
Pro carrozzas e livreas,
Pro inutiles servissios,
Pro alimentare sos vissios,
Pro giogare a sa bassetta,
E pro poder sa braghetta
Fora de domo isfogare,

21. Pro poder tenner piattos
Bindighi e vinti in sa mesa,
Pro chi potat sa marchesa
Sempre andare in portantina;
S'iscarpa istrinta mischina,
La faghet andare a toppu,
Sas pedras punghene troppu
E non podet camminare

22. Pro una littera solu
Su vassallu, poverinu,
Faghet dies de caminu
A pe', senz 'esser pagadu,
Mesu iscurzu e ispozzadu
Espostu a dogni inclemenzia;
Eppuru tenet passienzia,
Eppuru devet cagliare.

23. Ecco comente s 'impleat
De su poveru su suore!
Comente, Eternu Segnore,
Suffrides tanta ingiustissia?
Bois, Divina Giustissia,
Remediade sas cosas,
Bois, da ispinas, rosas
Solu podides bogare.

24. Trabagliade trabagliade
O poveros de sas biddas,
Pro mantenner' in zittade
Tantos caddos de istalla,
A bois lassant sa palla
Issos regoglin' su ranu,
Et pensant sero e manzanu
Solamente a ingrassare.

25. Su segnor feudatariu
A sas undighi si pesat.
Dae su lettu a sa mesa,
Dae sa mesa a su giogu.
Et pastis pro disaogu
Andat a cicisbeare;
Giompidu a iscurigare
Teatru, ballu, allegria

26. Cantu differentemente,
su vassallu passat s'ora!
Innantis de s'aurora
Già est bessidu in campagna;
Bentu o nie in sa muntagna.
In su paris sole ardente.
Oh! poverittu, comente
Lu podet agguantare!.

27. Cun su zappu e cun s'aradu
Penat tota sa die,
A ora de mesudie
Si zibat de solu pane.
Mezzus paschidu est su cane
De su Barone, in zittade,
S'est de cudda calidade
Chi in falda solent portare.

28. Timende chi si reforment
Disordines tantu mannos,
Cun manizzos et ingannos
Sas Cortes han impedidu;
Et isperdere han cherfidu
Sos patrizios pius zelantes,
Nende chi fint petulantes
Et contra sa monarchia

29. Ai cuddos ch’in favore
De sa patria han peroradu,
Chi sa ispada hana ogadu
Pro sa causa comune,
O a su tuju sa fune
Cheriant ponner meschinos.
O comente a Giacobinos
Los cheriant massacrare.

30. Però su chelu hat difesu
Sos bonos visibilmente,
Atterradu bat su potente,
Ei s’umile esaltadu,
Deus, chi s’est declaradu
Pro custa patria nostra,
De ogn’insidia bostra
Isse nos hat a salvare.

31. Perfidu feudatariu!
Pro interesse privadu
Protettore declaradu
Ses de su piemontesu.
Cun issu ti fist intesu
Cun meda fazilidade:
Isse papada in zittade
E tue in bidda a porfia.

32. Fit pro sos piemontesos
Sa Sardigna una cucagna;
Che in sas Indias s 'Ispagna
Issos s 'incontrant inoghe;
Nos alzaiat sa oghe
Finzas unu camareri,
O plebeu o cavaglieri
Si deviat umiliare...

33. Issos dae custa terra
Ch’hana ogadu migliones,
Beniant senza calzones
E si nd’handaiant gallonados;
Mai ch’esserent istados
Chi ch’hana postu su fogu
Malaittu cuddu logu
Chi criat tale zenìa

34. Issos inoghe incontr’na
Vantaggiosos imeneos,
Pro issos fint sos impleos,
Pro issos sint sos onores,
Sas dignidades mazores
De cheia, toga e ispada:
Et a su sardu restada
Una fune a s’impiccare!

35. Sos disculos nos mand’na
Pro castigu e curressione,
Cun paga e cun pensione
Cun impleu e cun patente;
In Moscovia tale zente
Si mandat a sa Siberia
Pro chi morzat de miseria,
Però non pro guvernare

36. Intantu in s’insula nostra
Numerosa gioventude
De talentu e de virtude
Oz’osa la lass’na:
E si algun ‘nd’imple’na
Chircaiant su pius tontu
Pro chi lis torrat a contu
cun zente zega a trattare.

37. Si in impleos subalternos
Algunu sardu avanz’na,
In regalos non bastada
Su mesu de su salariu,
Mandare fit nezessariu
Caddos de casta a Turinu
Et bonas cassas de binu,
Cannonau e malvasia.

38. De dare a su piemontesu
Sa prata nostra ei s'oro
Est de su guvernu insoro
Massimu fundamentale,
Su regnu andet bene o male
No lis importat niente,
Antis creen incumbeniente
Lassarelu prosperare.

39. S'isula hat arruinadu
Custa razza de bastardos;
Sos privilegios sardos
Issos nos hana leadu,
Dae sos archivios furadu
Nos hana sas mezzus pezzas
Et che iscritturas bezzas
Las hana fattas bruiare.

40. De custu flagellu, in parte,
Deus nos hat liberadu.
Sos sardos ch'hana ogadu
Custu dannosu inimigu,
E tue li ses amigu,
O sardu barone indignu,
E tue ses in s'impignu
De 'nde lu fagher torrare

41. Pro custu, iscaradamente,
Preigas pro su Piemonte,
Falzu chi portas in fronte
Su marcu de traitore;
Fizzas tuas tant'honore
Faghent a su furisteri,
Mancari siat basseri
Bastat chi sardu no siat.

42. S'accas 'andas a Turinu
Inie basare des
A su minustru sos pes
E a atter su... giù m 'intendes;
Pro ottenner su chi pretendes
Bendes sa patria tua,
E procuras forsis a cua
Sos sardos iscreditare

43. Sa buscia lassas inie,
Et in premiu 'nde torras
Una rughitta in pettorra
Una giae in su traseri;
Pro fagher su quarteri
Sa domo has arruinodu,
E titolu has acchistadu
De traitore e ispia.

44. Su chelu non faghet sempre
Sa malissia triunfare,
Su mundu det reformare
Sas cosas ch 'andana male,
Su sistema feudale
Non podet durare meda?
Custu bender pro moneda
Sos pobulos det sensare.

45. S'homine chi s 'impostura
Haiat già degradadu
Paret chi a s'antigu gradu
Alzare cherfat de nou;
Paret chi su rangu sou
Pretendat s'humanidade;
Sardos mios, ischidade
E sighide custa ghia.

46. Custa, pobulos, est s'hora
D'estirpare sos abusos!
A terra sos malos usos,
A terra su dispotismu;
Gherra, gherra a s'egoismu,
Et gherra a sos oppressores;
Custos tirannos minores
Est prezisu humiliare.

47. Si no, chalchi die a mossu
Bo 'nde segade' su didu.
Como ch'est su filu ordidu
A bois toccat a tessere,
Mizzi chi poi det essere
Tardu s 'arrepentimentu;
Cando si tenet su bentu
Est prezisu bentulare.

inviata da daniela -k.d.- - 5/4/2007 - 18:10




Lingua: Italiano

La versione poetica in italiano è di Sebastiano Satta (1867-1914)

INNO DEL PATRIOTA SARDO AI FEUDATARI

1 Cercate di frenare,
Baroni, la tirannia,
Se no, per vita mia,
Ruzzolerete a terra!
Dichiarata è la guerra
Contro la prepotenza
E sta la pazienza
Nel popolo per mancare

2 Badate! contro voi
Sta divampando il foco;
Tutto ciò non è gioco
Ma gli è fatto ben vero;
Pensate che il ciel nero
Minaccia temporale;
Gente spinta a far male,
Senti la voce mia

3 Non date più di sprone
Nel povero ronzino,
O in mezzo del cammino
Si fermerà impuntito;
Gli è tanto stremenzito
Da non poterne più,
E finalmente giù
Dovrà il basto gittare

4 Il popolo, da profondo
Letargo ottenebrato,
Sente al fin disperato,
Sente le sue catene,
Sa di patir le pene
Dell'indolenza antica.
Feudo, legge nemica
A tutte buone cose!

5 Quasi fosse una vigna
O un oliveto o un chiuso,
Borghi e terre han profuso...
Li han dati e barattati
Come branchi malnati
Di capi pecorini;
Gli uomini ed i bambini
Venduto han colle spose

6 Per poche lire han reso,
E talvolta per niente,
Schiava eternamente
La popolazione;
Mille e mille persone
Curvansi ad un sovrano.
Gramo genere umano,
Grama sarda genia!

7 Si hanno poche famiglie
Partito la Sardegna.
In maniera non degna
Furono fatte ancelle
Le nostre terre belle
Nell'empia antichità;
Or questa nostra età
Vuol ciò rimediare

8 Nasce il Sardo, soggetto
A rei comandamenti;
Tributi e pagamenti
Deve dare al sovrano
In bestiame ed in grano
In moneta e in natura;
Paga per la pastura,
Paga per seminare.

9 Già, pria che i feudi fossero,
Fiorian i borghi lieti'
Di campi e di vigneti,
Di pigne e di covoni;
Or come a voi, Baroni,
Tutto questo è passato?
Colui che ve l'ha dato
Non vel potea dare.

10 Né alcun potrà presumere
Che volontariamente
Tanta povera gente
Innanzi a voi si prostri;
Questi titoli vostri
San d'infeudazione
Le ville hanno ben ragione
Di volerli impugnare.

11 I balzelli che prima
Sembravan men penosi,
Più forti e più dannosi
A noi voi li rendeste
Man mano che cresceste
In lusso ed in pretese,
Scordando tra le spese
La buona economia.

12 Né vi giova accampare
Possession avita.
Con minacce di vita,
Con castighi e con pene,
Con ceppi e con catene
Dai poveri ignoranti
Imposte esorbitanti
Voi sapeste spillare.

13 E almeno si spendesse
In pro della Giustizia
Per punir la nequizia
Degli sparsi predoni,
E potessero i buoni
Di salute fruire
Ed andare e venire
Sicuri per la via!

14 A ciò solo servire
Dovrian pesi e diritti,
A guardar da' delitti
Chi nella legge viva.
Ma di tal ben ci priva
Del Baron l'avarizia
Che in spese di giustizia
Fa solo economia

15 Chi sa meglio brigare
Vien fatto uffiziale.
Faccia egli bene o male,
Ma non chiegga denaro;
Leguleio o notaro,
Servidore o lacché
Sia bigio o sia tam.
Nato è per governare

16 Basta che faccia in modo
Di render più opulenta
L'entrata e più contenta
La borsa del signore,
Ed aiuti il fattore
A trovar, prestamente
O messo od altra gente
Scaltra nel pignorare.

17 Talvolta da Barone
Suol fare il cappellano;
Le ville ha in una mano
Nell'altra ha la dispensa.
Feudatario, deh! pensa
Che schiavi non ci tieni
Per accrescerti i beni,
Poterci scorticare.

18 Tu vuoi che per difenderti
Il povero villano
Vegli con l'arme in mano
L'intera notte e il dì;
Se deve esser così
E se nulla godiamo
Di ciò a te paghiamo,
E' da stolti il pagare.

19 E se il Barone gli impegni
Non tien da parte sua,
Villan, per parte tua
A nulla se' obbligato;
I soldi che succhiato
Ei ti ha negli anni andati,
Son danari rubati
E te li de' ridare.

20 Giovan solo le rendite
A procacciar brillanti,
Livree, carrozze e amanti,
A creare servizi
Vani, a crescer vizi.
A scacciar la noia
E a poter ogni foia
fuori casa sfogare,

21 Ad avere dieci o venti
Portate a mensa ognora,
Per poter la signora:
Cullare in portantina;
La scarpetta (o meschina!)
Le sbuccia il bel piedino,
Lo punge un sassolino
E non può camminare

22 Per portare un messaggio
Il vassallo, tapino!,
Fa giorni di cammino
A piedi, non pagato,
Va scalzo, sbrendolato,
Esposto a ogn'inclemenza
E pur con pazienza
Soffre e non de' parlare.

23 Così si sparge il vivo
Sangue del nostro cuore!
Or come tu, Signore,
Soffri tanta ingiustizia?
Tu, Divina Giustizia,
Rimedia queste cose,
Tu sol puoi far le rose
Dai tronchi germogliare.

24 O miseri villani,
Sfiniti dal lavoro
Per mantener costoro
Come tanti stalloni!
Per lor sono i covoni,
A voi dan la pagliata,
E sbarcan la giornata
Pensando ad ingrassare.

25 Sorge tardi dal letto
Il feudatario, e pensa
Tosto a mettersi a mensa,
Va dalla mensa al gioco;
Per poi svagarsi un poco
Si reca a donneare;
Più tardi, all'annottare,
Scene. danze, allegria.

26 Quanto diversamente
Volge al vassallo l'ora!
Già prima dell'aurora
Egli è nella campagna;
Brezze e nevi in montagna,
Al piano sole ardente;
Ahi! come può il paziente
Tal vita tollerare!

27 Con la vanga e l'aratro
Geme l'intero giorno;
Biascica a mezzo giorno
Un sol tozzo di pane.
Meglio, assai meglio il cane
Si pasce del signore.
Quel can che a tutte l'ore
Suol dietro a sè portare.

28 Le Cortes osteggiarono
Con raggiri e soprusi
Perché codesti abusi
Non dovesser cessare;
Cercaron di fugare
I patriotti migliori
Dicendoli fautori
D'odio alla monarchia.

29 A chi levò la voce
Per la natia contrada
A chi strasse la spada
Per la causa comune
Volean cinger di fune
Il collo: od i meschini
Siccome Giacobini
Volevan massacrare.

30 Ma il cielo, il ciel i giusti
Guardò veracemente;
Atterrato ha il possente
E ha l'umile esaltato
Iddio s'è dichiarato
Per questa terra nostra,
Ed ogni insidia vostra
Egli dovrà sfatare.

31 Per far tue mire prave,
Feudatario inumano,
Chiaramente la mano
Distendi al Piemontese
E con lui sulle intese
Stai per far le tue voglie
I borghi tu, egli toglie
Le cittadi a pelare.

32 Fu per Piemontese l'isola
Nostra una gran cuccagna;
Come l'Indie la Spagna
Egli ci mette in croce;
Non mai levò la voce
Un vil cameriere,
Che servo o cavaliere
Non si dovean piegare

33 Essi da questa terra
han tratto milioni.
Giungean senza calzoni
E partian gallonati
Non ci fossero mai stati
Per cacciarci in tal fuoco.
Sia maledetto il loco
Che cresce tal genia.

34 Essi trovano tra noi
Splendidi maritaggi
A lor gli appannaggi,
A lor tutti gli onori,
Le dignità maggiori
Di stola, spada e toga;
Ed al sardo una soga
Per potersi appiccare.

35 Tutti i facinorosi
tra noi per punizione
Mandan, e han pensione
E stipendi e patente;
In Russia una tal gente
La si manda in Siberia
Per crepar di miseria
Ma non per governare.

36 E intanto, intanto lasciano
Qui molti virtuosi
Giovani inoperosi
Che in mezzo all’ozio annegano:
e se alcuno ne impiegano
Lo cercano sciocco a prova,
Però che a loro giova
Coi ciechi aver da fare

37 Se d’impiegatucci al sardo
Talor son liberali,
Questi deve in regali
Spender tutto il salario,
Poiché gli è necessario
Di spedire a Torino
Bei cavalli, buon vino,
Cannonau e malvasia

38 Nel dar al Piemontese
Il nostro oro e l’argento
Sta tutto il fondamento
Della possanza loro.
E che importa a costoro
Che vada male il regno,
Se essi credon non degno
Il farlo prosperare?

39 Guasto ha l'isola nostra
Quest'orda di bastardi;
I privilegi sardi
Ci ha tolto; degli archivi
Nostri ci ha fatto privi;
Come robaccia, parte
Delle memori carte
Nostre ha fatto bruciare.

40 Ma (volle Iddio) siam quasi
Da tal danno risorti.
I Sardi sono insorti
Contro l'empio nemico,
E tu, Baron, da amico
Anche adesso lo tratti!
E indegno ti arrabatti
Per farlo ritornare?

41 Perciò tu a viso aperto
Decanti il Piemonte,
Vile, lo stigma in fronte
Del traditor tu porte!
Le tue figlie la corte
Fanno al primo venuto,
Valga men d'uno sputo
Pur che sardo non sia.

42 Se ti rechi a Torino,
Non appena lo vedi
Baci al ministro i piedi,
Baci agli altri il...m'intendi;
Purché ciò che pretendi
Ti diano per danaro,
Vendi la patria e caro
Ti è dei sardi sparlare.

43 Là ti mungon la borsa,
Ma in cambio fai ritorno
Di croci e stemmi adorno.
Perché venisse eretto
Il quartiere, il tuo tetto,
Il tuo tetto atterrasti,
E nome meritasti
Di traditore e spia.

44 Ma il cielo non vuol che sempre
Trionfi la tristizia
E deve la giustizia
Infrangere ogni male.
La potestà feudale
Già tocco ha la sua meta;
Il vender per moneta
Le plebi de' cessare.

45 L'uomo cui molto urgeva
Secolar tenebrore
Par che al prisco splendore
Levi la fronte ancora.
Nella novella aurora
Si affissano i gagliardi.
Ascoltatemi, o Sardi,
Io vi schiudo la via.

46 Popoli, è giunta l'ora
D'infrangere gli abusi;
A terra, a terra gli usi
Malvagi e il dispotismo.
Sia guerra all'egoismo,
Sia guerra agli oppressori
I piccioli signori
Devono a noi piegare.

47 Non osi chi fu inerte
Mordersi un dì le dita;
Or che la tela è ordita
Date una mano a tessere.
Tardo vi potrebbe essere
Un giorno il pentimento;
Quando si leva il vento
E' d'uopo trebbiare

inviata da k.d. - 5/4/2007 - 18:14




Lingua: Italiano

La traduzione in italiano corrente è del Coro a Tenores di Neoneli.
INNO DEL PATRIOTA SARDO AI FEUDATARI

1 Cercate di moderare,
Baroni, la tirannide,
altrimenti, per la mia vita!,
Tornate a piedi a terra!
Dichiarata è la guerra
contro la prepotenza,
e comincia la pazienza
nel popolo a venir meno

2 Badate che si sta levando
contro di voi l’incendio;
badate che non è un gioco,
che la cosa diventa realtà;
badate che non è un gioco,
la minaccia di un temporale;
gente mal consigliata,
ascoltate la mia voce.

3 Smettete di usare lo sprone
col povero ronzino,
altrimenti a metà strada
s’inalbera imbizzarrito;
badate che è stanco e magro
e non ne può più,
alla fine gambe all’aria
getterà basto e cavaliere.

4 Il popolo che in un profondo
letargo era sepolto,
finalmente si è destato
e si accorge di essere incatenato,
di pagare le conseguenze
della sua antica indolenza:
feudo, legge nemica
di ogni buona filosofia.

5 Come se si trattasse di una vigna
o di una tanca, un campo,
hanno ceduto i villaggi,
gratis o a buon mercato,
come un gregge
di pecore
uomini e donne
coi loro figli hanno venduto.

6 Per poche migliaia di lire
e talvolta per niente,
eternamente schiave
tante popolazioni,
e migliaia di persone
sono schiave del tiranno.
povero genere umano,
povero popolo sardo!

7 Dieci o dodici famiglie
hanno spartito fra loro la Sardegna,
in modo indegno
se ne sono impossessate;
hanno diviso i villaggi
nella buia e cieca antichità:
però attualmente
si pensa di porvi rimedio.

8 Il sardo nasce assoggettato
a mille obblighi;
tributi e tasse
che versa al signore,
in bestiame e grano,
in danaro e in natura,
e paga per il pascolo,
e paga per lavorare la terra.

9 Molto prima dei feudi
esistevano i villaggi,
ed erano loro a possedere
boschi e campi.
Com’è che a voi, Baroni,
È passata l’altrui proprietà?
Colui che ve l’ha data
non ve la poteva dare.

10 Non è pensabile
che deliberatamente
la povera gente abbia
rinunciato alle sue proprietà;
il titolo ergo è sinonimo
di irregolare appropriazione,
e i villaggi hanno ben ragione
di impugnarlo.

11 Inizialmente le tasse
almeno esigevate limitate,
poi esse sono andate
aumentando giorno per giorno,
in modo che con la loro crescita
siete diventati ricchissimi,
in modo che nello sperpero
abbandonavate ogni economia.

12 E’ inutile che parliate
di proprietà di antica data;
minacciando la galera,
punizione e pene,
ceppi e catene,
i poveri ignoranti,
diritti esorbitanti
avete costretto a pagare.

13 Almeno impiegaste le sostanze
per mantenere la giustizia,
castigando la malvagità
dei delinquenti locali;
almeno così un po’ di sollievo
gli onesti avrebbero avuto,
avrebbero potuto andare e venire
sicuri, per la strada.

14 Questo è l’unico fine
delle tasse e dei diritti,
che sicuri e tranquilli
si viva sotto la legge,
ma di ciò ci priva
il barone per avarizia
nelle spese per la giustizia,
solo là fa economia.

15 Il primo che si presenta
si nomina ufficiale,
faccia bene o male,
purché non chieda salario:
procuratore o notaio,
cameriere o lacché,
bianco o nero,
è adatto per governare.

16 Basta che si adoperi
per incrementare la rendita,
basta che soddisfi
la borsa del Signore;
che aiuti il fattore
a riscuotere velocemente,
e se vi è qualche renitente,
che lo sappia pignorare.

17 Come se fosse il Feudatario
talvolta governa il cappellano
i villaggi con una mano
e con l’altra la dispensa.
feudatario, pensa
che non hai i vassalli
solo per aumentare i tuoi beni,
solo per scorticarli.

18 Il patrimonio e la vita
per difenderli, il paesano,
con la armi in mano
occorre che stia notte e giorno;
data che deve essere così,
perché tanti tributi?
Se essi non danno alcun frutto
E ‘una pazzia pagarli.

19 Se il Barone non fa
il suo dovere,
vassallo, da parte tua
non hai obblighi alcuni;
i diritti che ti ha sottratto
in tanti anni passati,
sono denari rubati
e te li deve restituire.

20 Le rendite servono soltanto
per mantenere amanti,
per carrozze e livree,
per servizi inutili,
per alimentare i vizi,
per giocare a bassetta,
e poter gli istinti sessuali
sfogare fuori di casa.

21 Per poter avere piatti
quindici e venti a tavola,
affinché possa la marchesa
andare sempre in portantina,
la scarpa stretta, poverina,
la fa zoppicare,
le pietre pungono troppo
e non può camminare.

22 Solo per una lettera
il vassallo, poveretto,
fa giorni di strada
a piedi, senza compenso,
mezzo scalzo e nudo,
esposto alle intemperie,
eppure ha pazienza,
eppure deve tacere.

23 Ecco come si impiega
il sudore dei poveri!
Come, Eterno Signore,
sopportate tanta ingiustizia?
Voi, divina Giustizia,
ponete rimedio alle cose,
voi rose dalle spine,
solo Voi potete far nascere.

24 O poveri dei villaggi,
lavorate, lavorate,
per mantenere in città
tanti stalloni,
a voi lasciano la paglia,
loro prendono il grano,
e pensano mattina e sera
soltanto ad ingrassare.

25 Il Signor Feudatario
si alza alle undici:
dal letto alla tavola,
dalla tavola al gioco;
e dopo, per svago,
va a cicisbeare
fino al tramonto
teatro, balli, allegria

26 Quanto diversamente
passa il tempo il vassallo!
Prima dell’aurora
è già in campagna,
vento o neve nella montagna,
sole ardente in pianura,
o poveretto, come
può resistere tanto?

27 Con la zappa e con l’aratro
lotta tutto il giorno,
verso mezzogiorno
si ciba solo di pane,
viene trattato meglio il cane
del Barone, in città,
se è di quella razza
che solitamente portano in tasca.

28 Temendo che si ricreino
disordini tanto grandi,
con intrighi e inganni
le Corti hanno impedito;
e hanno disperso
i patrizi più zelanti,
dicendo che erano petulanti
e contrari alla Monarchia.

29 A coloro che in favore
della patria hanno lottato,
che hanno impugnato la spada
per la causa comune,
o una fune al collo,
meschini, volevano mettere,
o come Giacobini
li volevano massacrare.

30 Però il cielo ha difeso
i buoni in modo evidente
ha atterrato il potente,
ed esaltato gli umili.
Iddio, che si è dichiarato
in favore della nostra patria,
da ogni vostra minaccia
egli ci salverà.

31 Perfido feudatario!
Per interesse personale
Un protettore dichiarato
Sei dei piemontesi:
con loro ti accordasti
con molta facilità,
lui mangia in città,
e tu in paese, a gara.

32 Era per i piemontesi
una cuccagna, la Sardegna:
come la Spagna nelle Indie
essi si trovavano qui;
ci alzava la voce
perfino un cameriere;
o plebeo o cavaliere,
il sardo si doveva umiliare.

33 Loro dalla nostra terra
hanno portato via milioni,
venivano senza pantaloni
e ripartivano gallonati.
Mai fossero venuti
che ci hanno bruciato tutto!
Maledetto il paese
Che crea una simile razza.

34 Loro qui incontravano
matrimoni vantaggiosi,
per loro erano gli impieghi,
per loro erano gli onori,
le maggiori dignità
di chiesa, toga e spada:
e al sardo restava
una fune per impiccarsi.

35 Ci mandavano i peggiori
per castigo e pena,
con salario e pensione,
con impiego e con patente.
A Mosca gente simile
La mandano in Siberia,
ma per farla morire di miseria,
non per governare

36 Intanto nella nostra isola
numerosi giovani
il talento,muniti di virtù,
li lasciavano nell’ozio;
e se ne impiegavano alcuno
cercavano il più tonto,
perché a loro conveniva
trattare con gente stupida.

37 Se in lavori subalterni
qualche sardo faceva progressi,
per fare regali non gli bastava
metà salario,
inviare si dovevano
cavalli di razza a Torino,
e casse di buon vino,
Cannonau e Malvasia.

38 Garantire al Piemonte
la nostra argenteria e l’oro
è del loro governo
la massima fondamentale.
Del regno sardo, vada bene o male,
a loro non importa nulla,
anzi credono che non sia conveniente
lasciarlo prosperare.

39 Hanno rovinato l’isola
questa razza di bastardi,
i privilegi sardi
che li hanno portati via;
hanno rubato dagli archivi
i documenti più importanti,
e come scritti inutili
li hanno fatti bruciare.

40 In parte, di questo flagello,
Dio ci ha liberati,
i sardi hanno cacciato
questo odioso nemico
e tu sei suo amico,
indegno barone sardo;
e tu ti adoperi
per farlo ritornare!

41 Per questo, sfacciatamente,
preghi per il Piemonte.
Falso! Che hai in fronte
Il marchio del traditore,
tue figlie tanto onore
fanno al forestiero,
anche se fosse un lavagabinetti,
purché non sia sardo.

42 Se per caso vai a Torino
là devi baciare
i piedi al Ministro,
e ad altri il…, già mi capisci,
per ottenere ciò che chiedi
vendi la tua patria,
e forse cerchi nascostamente
di screditare i Sardi.

43 Là lasci la borsa,
e ritorni con in premio
una croce sul petto,
una chiave sul sedere:
per costruire la caserma
hai distrutto la casa,
e hai guadagnato il titolo
di spia e traditore.

44 Il cielo non lascia sempre
trionfare il male;
il mondo deve porre rimedio
alle cose che vanno male;
il sistema feudale
non può durare molto,
il vendere per denaro
i popoli, deve terminare.

45 L’uomo che l’impostura
aveva già degradato,
pare che all’antica dignità
voglia tornare nuovamente:
pare che il suo rango
L’umanità rivendichi
sardi miei, svegliatevi
e seguite questa guida.

46 Questa, popoli è l’ora
di estirpare gli abusi!
A terra i cattivi usi,
a terra il dispotismo!
Guerra, guerra all’egoismo!
E guerra agli oppressori,
questi tiranni di poco valore
bisogna umiliarli.

47 Se no qualche giorno a morsi
vi taglierete il dito,
ora che l’ordito è gettato
a voi tocca a tessere;
badate che poi può essere;
tardivo il pentimento;
quando il vento è favorevole
bisogna trebbiare.

inviata da k.d. - 5/4/2007 - 18:17




Lingua: Sardo

La versione "condensata" nell'adattamento ad opera della grande Maria Carta.
Dal sito della Fondazione Maria Carta.
Dall'album del 1976 "Vi canto una storia assai vera"

SU PATRIOTU SARDU A SOS FEUDATARIOS

Procurade ‘e moderare
barones sa tirannia
ca si no pro vida mia
torrades a pè in terra
declarada es già sa gherra
contra ‘e sa prepotenzia
e cominza sa passenzia
in su populu a mancare.

Pro pagas mizzas de lira
se tale olta pro niente
tantas populaziones
ischiavas eternamente
e migliaias de persones
servini unu tirannu
poveru genere umanu
povera sarda zenia.

Custa populu es s’ora
d’estirpare sos abusos
a fora sos malos usos
a fora su despotismu
gherra gherra a s’egoismu
e gherra a sos oppressores
ca sos tirannos minores
es prezisu de umiliare.

inviata da Bartleby - 13/5/2011 - 23:00




Lingua: Italiano

Traduzione italiana della versione di Maria Carta, dal sito della Fondazione Maria Carta.
IL PATRIOTA SARDO AI SUOI FEUDATARI

Cercate di moderare
la tirannia, oh baroni
perché giuro per la mia vita
tornerete con i piedi per terra.
E’ già stata dichiarata guerra
contro la vostra prepotenza
perché la pazienza,
nel popolo, inizia a mancare.

Per poche migliaia di lire,
e talvolta per niente,
tante popolazioni
sono schiave eternamente,
e migliaia di persone
servono un tiranno.
Povero genere umano
Povera generazione sarda.

Popolo, questa è l’ora
di estirpare gli abusi:
fuori il malcostume!
Fuori il dispotismo!
Guerra all’egoismo!
Guerra agli oppressori!
Questi tiranni minori
è giusto siano umiliati.

inviata da Bartleby - 13/5/2011 - 23:09




Lingua: Sardo

Versione dei Tazenda (strofe 1-2-4-7-33)


Procurade de moderare 
Barones, sa tirannia 
Chi si no, pro vida mia 
Torrades a pe' in terra! 
Declarada est già sa gherra 
Contra de sa prepotenzia, 
E cominza sa passienzia 
In su pobulu a mancare.

Mirade ch'est azzendende 
Contra de 'ois su fogu; 
Mirade chi no è giogu 
Chi sa cosa andat 'e veras. 
Mirade chi sas aeras 
Minettana temporale; 
Zente consizzada male, 
Iscultade sa 'oghe mia.

Procurad'e moderare, barones, sa tirannia,
Procurad'e moderare, barones, sa tirannia.

Su pobulu chi in profundu 
Letargu fi' sepultadu, 
Finalmente despertadu 
S'abbizza' ch'est in cadena, 
Ch'ista' suffrende sa pena 
De s'indolenzia antiga: 
Feudu, legge inimiga 
A bona filosofia. 

Deghe o doighi familias 
S'han partidu sa Sardigna, 
De una manera indigna, 
Si nde sun fattas pobiddas.
Divididu s'han sas biddas 
In sa zega antighidade, 
Però sa presente edade 
Lu pensat rimediare. 

Procurad'e moderare, barones, sa tirannia,
Procurad'e moderare, barones, sa tirannia, 
Procurad'e moderare, barones, sa tirannia,
Procurad'e moderare, barones, sa tirannia. 

Issos dae custa terra 
Ch'hana 'ogadu miliones. 
Malaitu cuddu logu, 
Chi creia' tale zenia! 

Procurad'e moderare
Barones, sa tirannia
Chi si no, pro vida mia
Torrades a pe' in terra!
Declarada est già sa gherra
Contra de sa prepotenzia,
E cominza sa passienzia
In su pobulu a mancare.

Barones, sa tirannia,
Barones, sa tirannia,
Barones, sa tirannia,
Barones, sa tirannia.
Procurad'e moderare, barones, sa tirannia, 
Procurad'e moderare, barones, sa tirannia,
Procurad'e moderare, barones, sa tirannia, 
Procurad'e moderare, barones, sa tirannia...

inviata da Donquijote82 - 5/12/2014 - 09:33




Lingua: Inglese

La versione inglese di John Warre Tyndale, da The Island of Sardinia, 3 voll., London, Richard Bentley, 1849.
English version by John Warre Tyndale, from "The Island of Sardinia", 3 voll., London, Richard Bentley, 1849

John Warre Tyndale

John Warre Tyndale
Pubblicata a Londra nel 1849, l'opera "The Island of Sardinia" ebbe subito un grande successo sia in Inghilterra che in Irlanda. Il Tyndale è un londinese laureato ad Oxford in discipline umanistiche e giuridiche, che quasi per caso - per un viaggio di convalescenza - giunge in Sardegna nella primavera del 1843, dove scopre un mondo per lui nuovo e completamente sconosciuto al quale si sentirà da subito legato, alla terra così come alla sua storia: già nella prefazione egli dichiara di essersi dedicato in primo luogo alla conoscenza delle opere fondamentali della cultura sarda, sia antiche (Arquer, Cetti, Gemelli) sia contemporanee (Della Marmora, Tola, Manno, Angius) per colmare un vuoto e liberare l'isola dalle "scorie della leggenda". Su questa base si accinge a stendere una descrizione quanto più dettagliata - e letteraria - possibile, per compensare gli scarni resoconti che fino ad allora avevano raccontato la Sardegna in Inghilterra, cioè l'indagine idrografica di Smith e l'inchiesta commerciale di Mac Gregor.
Il viaggio dell'inglese comincia dunque da Alghero per proseguire poi per la Nurra, la Gallura e il Goceano, toccando molti dei loro piccoli paesi. Da lì il viaggiatore si porta nella Barbagia, sul Gennargentu, poi in Ogliastra, nella zona oristanese e da lì nel Campidano e con altrettanto scrupolo nel sud dell'isola, fino a Cagliari che lo affascina per la quantità e la bellezza dei suoi monumenti, delle sue chiese, per la magnificenza delle torri pisane. Un percorso compiuto quasi comune per comune, dove tutto è annotato con minuzia, a partire dai nomi degli stessi nuraghi, fino ad abbracciare l'intero patrimonio storico, antropologico e archeologico. La parte più interessante dell'opera è quella dedicata ai costumi e alle usanze, descritte con partecipata passione e con la consapevolezza di raccontare una civiltà senza tempo e dalle origini misteriose, così come testimonia la parte dedicata alla descrizione delle tombe di giganti e delle "perdas fittas", o degli "idoletti sardi", cioè dei misteriosi bronzetti, che egli cerca comunque di spiegare alla luce della sua cultura classica.
Dei sardi lo colpiscono l'innata ospitalità, la ritualità all'interno di una fortissima fede e devozione, la forza e il coraggio; più che cedere - come molti - all'evidenza di un'arretratezza facile da sottolineare, cerca di motivarne le cause. Il risultato è un'imponente opera di circa mille pagine, un'indagine che attraverso l'Inghilterra è divenuta patrimonio dell'intera Europa.

(da Sardegna Cultura)

Avvertenza. Il testo reperito da DQ82 conteneva molti errori di digitazione ed è stato sottoposto ad una revisione radicale. Gli errori sono stati sempre corretti laddove possibile. Laddove, invece, non è stato possibile sono state effettuate delle correzioni ipotetiche indicate tra [parentesi quadre] quando certe, e con un [?] quando incerte. La traduzione era in uno stato veramente terribile ed è stato fatto il possibile per renderla fruibile. (RV)

Notice. The English text contributed by DQ82 included a great number of typos and has undergone a thoroughful revision. The typos have always been corrected wherever possible. Where this proved impossible, we have made hypotetical corrections into [square brackets] if sure, and provided with [?] if not sure. The translated text was in very sad conditions and we did our possible to make it usable. (RV)
[THE SARDINIAN PATRIOTE'S HYMN TO THE FEUDATORIES]

Endeavor to moderate,
Oh barons! your tyranny ;
For if not, upon my life.
You will be humbled to the ground.
War is e'en now decliired
Against oppressive power,
And patience in the people
Is beginning to give way.

Look to it — there is a fire
Kindling against you all :
Look to it — 'tis no light matter.
But the thing is serious truth;
Look to it — for the heavens
Are menacing a storm.
Oh ! race most ill-advised
Listen to my voice.

Do not apply the spur
To your poor weary steed.
Lest in the middle of your course
He should resist you and rebel.
See him so meagre and [stunted ?]
That he can endure no more ;
At length in dire confusion
He will upset his burden.

The people which in profound
Lethargy was buried,
Finally awakened
Perceives itself in chains.
And suffering the penalty
Of ancient indolence :
Feudality ! a law opposed
To all sound wisdom.

As though they were a vine,
A field, or an inclosure.
The villages they have given
As gifts, or sold for gain :
And like a herd
Of cattle, and flocks of sheep.
They have sold men and women
With their unborn babes.

For a few thousand livres,
And sometimes for nothing,
Are enslaved eternally
Whole populations :
And thousands of persons
Serve a single tyrant :
Poor human species !
Poor Sardinian race !

Ten or twelve families
Have divided all Sardinia ;
By unworthy means
They have become its masters :
They apportioned its [villages]
In remote ages ;
But the present day
Will seek to remedy it.

The Sardinian is born [subject]
To a thousand hard commands;
Tributes and exactions
To be paid to his lord
In cattle or in labor,
In money or in produce ;
He both pays for pasturage.
And pays for sowing it.

Long before feudality
The villagers existed;
They were then the lords
Of the woods and cultured lands:
How then to you, oh Barons !
Could the [wealth ?] of others pass?
Whosoever gave it you
Had not the power to give it.

It is not to be presumed
That of their own free will
The poor folks should have yielded
To exactions such as these :
The title then in fact
Is from their infeudation,
And the villages have a right
To call it into question.

Your taxes in the beginning
Were exacted within limits,
But soon they went onward
Every day augmenting ;
In proportion as increasing
Your luxury increased,
In proportion as in spending
You left off all economy.

It will not serve you to [allege]
Your ancient possession ;
But by menacing with prison
With punishment and penalties
With cords and with chains,
The poor and ignorant,
You have forced them to pay
Your exorbitant demands.

If at least you did employ it
In the maintenance of justice.
Punishing the wickedness
Of bad men in your district ;
Or if the good at least
Could [enjoy] tranquillity ;
If they could come and go
In safety on the roads :

This is the only end
Of every tax and power ;
That in security and quiet
Men should live under the law :
Of this end we are deprived
By the avarice of the Baron ;
For in affairs of justice only
He becomes economical

The first who presents himself
Is appointed "offissiale" (*) ;
He may do well, he may do ill,
But he must ask no salary .
Procurator, or notary,
Or valet, or even lackey,
Be he grey, or be he brown,
He is good, enough to govern.

Enough that he lend a hand
To help increase the rents ;
Enough that he replenish
The purse of the noble lord.
That he give all aid to the
[ ... ] )(**)

[ Sometimes illegally ? ] (***)
The chaplain governs
The village with one hand,
With the other the disbursements.
Oh feudal chiefs ! reflect
That you do not hold your [vassals]
Merely to increase your wealth.
Merely that you may fleece them. (****)

To defend your patrimony
And your life, the peasant
Must remain night and dayt
With arms in his hands :
If this is to be,
Wherefore all this tribute 1
If there is to be no benefit
It is madness then to pay.

If the Baron does not
Fulfil his obligation,
Thou, vassal ! on thy part
To nothing art obliged ;
The taxes he has extorted
In so many bygone years
Are monies robbed from thee,
Which he should render back.

His rentals only serve
To entertain mistresses.
For carriages, for liveries,
For useless servants,
For encouragement to vice,
For gambling at Faro:
[ ... ] (*****)

To enable him to have
Some twenty dishes on his table;
To enable the Marchesa
To go always in her chair :
Her narrow shoes, poor thing !
Compel her to go limping ;
The stones are much too hard.
She cannot go on foot.

For one single letter
The wretched vassal
Has days of journey
On foot, without being paid.
Half barefoot, half unclothed
Exposed to all inclemencies ;
Still he must be patient.
Still he must hold his peace. (******)

[ Oh ! poor ones of the Village,
Toil away ! toil away !
To maintain in the city
So many pampered steeds,
To you is left the straw.
They have gathered in the grain.
And think of nothing day or night
But of their self-indulgence.

My Lord the Baron
Rises at eleven ;
From his bed he goes to dinner,
From dinner to the gaming table,
From thence to pass the time
He goes off to making love ;
And night beginning to approach
To balls, the theatre and gaieties.

How differently does
The vassal pass his hours !
Before the morning dawn
He is already in the fields ;
[Wind and snow are on] the mountain,
In the plain a burning sun :
Oh ! wretched man ! and how
Art thou to endure all this !

He toils the whole day long
With the spade and with the plough :
At the hour of middle day
He banquets on a crust :
The Baron's dog in the town
Is much better fed
If it be one of that race
Which they carry on their knees. ]

Fearing reformation
In disorders so extreme.
By [manoeuvres] and intrigues
The Cortes have prevented it ;
They have striven to put down
The most zealous of the patriots;
Saying they are outrageous
And enemies to monarchy.

To those who have spoken out
In favor of their country,
Or have unsheathed their sword
In the common cause,
Either around their throats
A rope they would have twisted,
Or, as Jacobins,
They would have had them massacred.

Nevertheless heaven visibly
Has defended the upright ;
Has brought low the powerful.
And exalted the humble :
God, who has declared himself
For this our country
Will certainly protect us
From all your treacheries.

Perfidious Feudal Baron !
For private interest
The avowed protector
Are you of the Piedmontese !
With him you associate
Without any scruple ;
You — to live with him in the town,
He— with you in the village. .
Sardinia to the Piedmonteise
Was as a golden land,

What Spain found in the Indies
They discovered here :
Even a Piedmontese valet
Might elevate his voice,
To which plebeian or cavalier
Was obliged to humble himself.

They from out this land
Have exported millions ;
They came in without hose,
And left it all embroidered ;
Would they had never entered
To light this firebrand I
May that place be cursed
Which gives life to such a race.

They have here contracted
Advantageous marriages ;
For them were all emplo3rments,
For them were all distinctions
The greatest dignities
Of the Church, the Robe, and Sword :
To the Sarde was left
A rope to hang himself.

The worthless were sent us t
For punishment and correction.
With stipend and with pension,
With office, and diploma ;
In Russia such people
Are sent into Siberia
To die of misery,—
But not to govern.

Meanwhile in our island
A numerous youth
Of talent and of virtue
Were left unheeded ;
Or if any were employed
They selected the most dull,
For it turned to their account
To deal with blinded folks.

If to some subaltern employment
A Sardinian had attained,
One half of his salary
Could not suffice for gifts ;
It was needful he should send
Blood horses to Turin,
And good butts of wine
" Cannonau " and " Malvasia ".

To draw into Piedmont
Our silver and our gold.
Was in their government
A fundamental maxim :
The kingdom might go well or ill.
To them it mattered not ;
On the contrary it was inexpedient
To allow it to prosper.

The island has been ruined
By this race of bastards;
They have taken to themselves
The privileges of Sardes
From the archives they have robbed
The most important charters,
And then as worthless paper
They have caused them to be burnt

From this scourge in part
God has delivered us ;
The Sarde has expelled
His injurious enemy :
And thou wouldst be his friend,
Oh ! unworthy Sardinian Baron!
And thou art seeking means
To bring them back again.

For this unblushingly
You praise up Piedmont ;
Traitor! who bearest on thy brow
The brand of treason !
Your daughters shew
Great honor to the foreigner ;
And descend to all dishonor
If it be not with a Sarde.

If by chance you go to Turin,
There you must kiss
The foot of the minister,
And more too you understand ;
To obtain what you aspire to
You sell your native land,
And strive perhaps in secret
To vilify Sardinians.

Your purse you leave there,
And in return receive
A cross upon your breast,
A key upon your back.
Your family is ruined
That you may serve your time at [ ? ]
And you have [gained] the title
Of traitor and of spy.

Heaven will not always
Let mischief be triumphant ;
The world is now reforming
Things that are going in ;
The system of Feudality
Cannot last much more ;
The sale of man for money
Must very soon cease.

Man who has been deceived
And is long degraded
Now seems to raise himself
To his former position ;
It seems that humanity
Again asserts her rights.
My Sardinians ! rouse yourselves
And follow this your guide.

This, Oh People, is the hour
To eradicate abuses ;
Down with all evil customs !
Down with despotic power !
War ! war to selfishness !
And war to the oppressor !
It is time to humble now
All these petty, tyrants.

If not some day in morsels
You will bite your fingers [ ? ];
Now that the thread is spun
Is the time to weave the cloth ;
Beware that your repentance
Do not come too late ;
When the wind is in your [harbour ?]
Is the proper time to winnow.

inviata da DonQuijote82 - 13/10/2011 - 15:08




Lingua: Francese

La versione di Auguste Boullier da Le dialecte et les chants populaires de la Sardaigne, 1864.
La version française d' Auguste Boullier, d'après Le dialecte et les chants populaires de la Sardaigne, 1864.


[HYMNE DES PATRIOTES SARDES AUX FEUDATAIRES]

Songez à modérer
Barons, votre tyrannie;
Car sinon, sur ma vie,
Vous croulerez à terre.
Déjà, contre votre prépotence,
La guerre est déclarée,
Et la patience du peuple
Commence à se lasser.

Voyez : contre vous
L'incendie s'allume.
Et ce n'est point un jeu;
La rébellion est sérieuse.
L'air est plein de menaces
Et de tempêtes.
0 gens mal avisés
Écoutez ma voix.

Ne pressez pas de l'éperon
Votre pauvre monture,
Sinon à moitié route
Elle se cabrera de colère.
Elle est maigre, elle est fatiguée,
Elle n'en peut plus;
A bout d'efforts elle finira
Par jeter bas son cavalier.

Le peuple qui dans
une léthargie profonde
était enseveli,
Enfin s'éveille.
Il sent ses chaînes,
Il comprend qu'il porte la peine
De son antique apathie.
La féodalité n'est-elle pas contraire

A toute justice?
Comme si c'était une vigne,
Une terre, un clos,
On a vendu les villages,
On les a donnés.
Comme un troupeau,
Hommes et femmes
Ont été vendus, eux et leur postérité!

Pour quelques mille lires,
Et quelquefois pour rien,
On a condamné à un esclavage éternel
Des populations entières,
Et des milliers de personnes
Ont été faites serves d'un tyran!
Pauvre genre humain I
Pauvre race sarde!

Dix ou douze familles
Se sont divisé la Sardaigne.
Par des voies indignes,
Elles se la sont appropriée.
Mais ce partage des villages
Est une injustice antique

Que le temps présent
Peut réparer.
Le Sarde naît sujet
A mille commandements (1);
H doit à son seigneur
Et bétail et travail.
Il paie en argent, il paie en nature,
il paie pour la pâture,
Il paie pour la semaille.

Pourtant, bien avant les fiefs,
Les villages existaient
Et les villages étaient maîtres
Et des bois et des terres.
Comment en vos mains, Barons,
Ces domaines sont-ils passés?
Celui qui vous les a donnés
N'en avait pas le droit! -

On ne peut croire
Que volontairement
Une nation entière
Se soit soumise à ce régime inique.
C'est sur un titre illégitime
Que la féodalité repose
Et de le contester
Les villages ont raison.

Les taxes que vous exigiez,
Dans le principe étaient limitées;
Depuis, elles sont allées
Chaque jour en augmentant,
A mesure que votre luxe
Croissait,
A mesure que dans vos dépenses
Vous cessiez d'être modérés.

Il ne sert à rien d'alléguer
Votre antique possession.
C'est en les menaçant de la prison,
C'est par des châtiments et des peines,
C'est avec des chaînes et des cordes,
Que vous avez forcé
Les pauvres habitants
A payer d'exorbitants impôts.

Si, au moins, ces impôts vous les employiez
A faire bonne justice;
Si des bandits de vos districts
Vous punissiez les forfaits,
Si les honnêtes gens, au moins,
Pouvaient aller, venir,
En toute sécurité par les chemins!
Assurer aux citoyens

La sécurité et le repos
Sous l'empire de la loi,
Voilà l'unique but
De toutes les taxes. ,
Ce but, votre avarice
Ne permet pas qu'on l'atteigne.
Car vous ne songez
Qu'à économiser sur la justice.

Pour officier,
Vous prenez le premier venu.
Qu'il fasse bien, qu'il fasse mal,
Pourvu qu'il ne demande salaire,
Procureur ou notaire,
Valet de chambre ou laquais,
Jouvenceau ou barbon,
C'est toujours assez bon pour juger!

Il suffit que le juge se prête
A grossir la rente
Et qu'il sache remplir
La bourse du seigneur;
11 suffit qu'il aide le fattore
A faire promptement rentrer l'impôt
Et qu'il sache exécuter
Les récalcitrants.

0 seigneurs, songez
Que si vous avez des vassaux
Ce n'est pas seulement pour les écorcher,
Ce n'est pas seulement pour vous enrichir!
Pour défendre votre patrimoine, votre vie,
Le vilain,
Les armes en main
Est obligé de veiller nuit et jour.

S'il doit en être ainsi,
Pourquoi de si forts tributs?
Si le sujet n'en tire aucun fruit
il est fou de payer.
Si le baron
Ne tient pas ses engagements,
De ton côté, vassal,
Tu n'es tenu à rien.
Les droits qu'il a levés sur toi
Pendant tant d'années,
C'est de l'argent volé
Qu'il te doit rendre!

L'impôt, à quoi sert-il?
A entretenir des maîtresses,
Des carrosses, des livrées,
Des serviteurs inutiles,
A nourrir le vice,
A jouer à la Bassette

On paie l'impôt pour que le seigneur
Ait toujours vingt plats sur sa table,
Pour que la marquise
Puisse toujours aller en chaise.
La pauvrette! ses souliers trop étroits
La blesseraient;
Les pierres sont trop pointues,
Elle ne saurait marcher.

Pour porter une lettre,
Le misérable vassal
Doit faire des journées de chemin,
A pied, sans être payé,
A demi vêtu,
Exposé à toute l'inclémence des saisons;
Et il faut qu'il endure patiemment,
Il faut qu'il se taise!

Pauvres habitants des villages,
Travaillez, travaillez,
Pour entretenir à la ville
De fins chevaux d'écurie.
A vous on laisse la paille;
Eux mangent le grain,
Et du soir au matin
N'ont qu'une chose à faire : engraisser.

Le seigneur,
A onze heures se lève,
Va du lit à table,
De la table au jeu;
Puis, pour se distraire,
Fait l'amour;
Et quand la nuit commence,
Court au théâtre, au bal, aux réunions joyeuses,

Que la vie du vassal
Est différente!
Dès avant l'aurore
Il est aux champs; L
e vent, la neige dans la montagne,
Dans la plaine un soleil ardent;
Pauvre homme, comment
Peux-tu résister?

Avec la pioche et la charrue,
Il travaille tout le jour.
A midi, il dîne
D'une croûte de pain.
Le chien du baron
Est mieux nourri.
Feudataire perfide,
Dans ton intérêt privé,

Des Piémontais
Tu te déclares le protecteur.
Avec eux tu t'entends
Facilement;
Pendant qu'ils dévorent les villes,
Toi tu dévores les villages.

Pour les Piémontais,
La Sardaigne a été une Cocagne.
Ce que l'Espagne a trouvé aux Indes,
Ils l'ont trouvé ici.
Le moindre d'entr'eux
Ouvre-t-il la bouche,
Peuple et chevaliers
Se doivent humilier.
De, cette terre de Sardaigne,
Ils ont tiré des millions;
Ils sont arrivés sans culottes
Et s'en vont galonnés.

Maudit soit le lieu
D'où sort une telle race!
Ils ont contracté ici
D'avantageux mariage».
Pour eux sont les emplois,
Pour eux sont les honneurs,
Pour eux les plus hautes dignités
De l'Église, de la robe, de l'épée.

Au Sarde il reste
Une corde pour se pendre!
Les ignorants qu'on veut punir,
On nous les envoie
Avec appointements et pension.
En Russie de telles gens
Se relèguent en Sibérie,
Mais pour y mourir de misère,
Non pour gouverner.

Cependant dans notre ile
Un nombreux essaim de jeunes gens,
Pleins de courage et de talent,
Se consument dans le repos.
Si l'un d'eux est employé,
C'est le plus sot;
Car les maîtres trouvent profit
A traiter avec les aveugles.

Si quelqu'emploi subalterne
A un Sarde est confié,
La moitié de son salaire
Passe en cadeaux;
Jl faut qu'il envoie à Turin
Des chevaux de race,
Des caisses de Cannonau
Et de malvoisie.

Attirer en Piémont
Et notre argent et notre or
Telle est de nos maîtres
La maxime première.
Que le royaume aille bien ou mal,
Peu leur importe!
Ils croiraient dangereux
De le laisser prospérer.

Notre île a été ruinée
Par cette race de bâtards.
Ils nous ont enlevé
Nos privilèges de citoyens sardes;
Ils ont pris dans nos archives
Nos chartes les plus précieuses
Et comme de vieilles paperasses
Ils les ont fait brûler.

De ce fléau, Dieu
Nous a en partie délivrés:
Le Sarde a chassé
Cet ennemi qui le ruinait.
Mais toi, tu es son ami,
Indigne baron sarde
Et tu songes à le faire revenir.
Sans pudeur

Tu prêches pour le Piémont.
Traître qui portes au front
La marque de ta trahison!
Tes filles aiment tant à faire
Honneur aux étrangers!
A qui n'est pas Sarde,
Elles se livrent si volontiers!

Si par hasard tu vas à Turin,
Il faut que tu baises
Au ministre le pied
Et à d'autres... tu m'entends.
Pour obtenir ce que tu désires
Tu vends ta patrie,
Et peut-être t'efforces-tu
De discréditer les Sardes.

Tu épuises ta bourse,
Mais au retour tu rapportes
Une palme sur la poitrine,
Une clef sur le dos.
Pour faire ton chemin à la cour
Tu as ruiné ta maison,
Et tu as gagné le titre
De traître et d'espion.

Le ciel ne permet pas
Que le mal triomphe éternellement
Le système féodal
Ne peut durer longtemps.
Il faut que cette vente des peuples,
Pour de l'argent, ait un terme.
L'homme, depuis si longtemps,
Trompé et dégradé

Semble vouloir
Remonter à son rang.
L'humanité veut
Reprendre son antique dignité.
Sardes, réveillez-vous,
Suivez votre guide I
Voici l'heure, peuple
De renverser les vieux abus.

A bas les coutumes iniques!
Guerre, guerre à l'égoïsme.
Guerre aux oppresseurs.
Voici l'heure de châtier
Ces petits tyrans qui vous opprimen,
Sinon, quelque jour,
Vous vous mordrez les doigts.
Maintenant le fil est ourdi
C'est à vous de le tisser.
Prenez garde que vos regrets
Ne viennent trop tard.
Quand le vent souffle
Il faut vanner (1).
Ce poème n'a pas été écrit dans le tumulte du bivouac, à la veille d'une bataille, par une main blessée, sur un vieux tambour. C'est le pamphlet d'une jacquerie, c'est le manifeste d'une insurrection plutôt qu'un chant de guerre. Ce n'est pas un hymne comme ceux de Tyrtée, un chant d'attaque ou de victoire, comme ceux des Suisses dans leur lutte contre Charles le Téméraire (2). On devine en le lisant que c'est l'œuvre d'un homme de loi; il argumente plutôt qu'il ne s'emporte, et ce n'est que lorsqu'il a épuisé la raison qu'il s'adresse au cœur, à la colère du peuple, qu'il fait appel à son patriotisme, qu'il le stimule au nom de sa misère.

(1) Il n'est pas nécessaire pour qu'une poésie soit populaire qu'elle soit anonyme. Il faut seulement qu'elle soit adoptée par le peuple, et qu'au lieu d'exprimer un sentiment individuel, elle exprime un sentiment général, une émotion nationale. Le chant que nous venons de traduire est de Manno. Je n'en connais qu'un texte, celui qui est dans Tyndall. The island of Sardinia, 3 vol. 1849, London.

inviata da DonQuijote82 - 13/10/2011 - 15:17




Lingua: Portoghese

La versione portoghese di José Colaço Barreiros.
Versão portuguesa de José Colaço Barreiros.


Purtroppo le mie condizioni di salute mi hanno costretto al silenzio per molto tempo, avevo dei commenti da fare che ormai non è più l'occasione di rimettere in ballo. Adesso, dopo un lunghissimo ricovero, credo di essere già in grado di farmi di nuovo sentire, e per una felice combinazione, con la mia vecchia traduzione dell'inno di Mannu. Ho avuto la fortuna, anzi: il privilegio! di averlo sentito, non solo in disco ma pure al vivo, cantato dalla sempre rimpianta, l'insostituibile Maria Carta, che vorrei ricordare ora, in quanto al travolgimento che lei mi fece - e fa ancora - sentire, devo l'ulteriore spinta a tentarne la traduzione.
(José Colaço Barreiros)
FALA DO PATRIOTA SARDO AOS FEUDATÁRIOS

1.
Tratem lá de moderar,
ó barões, a tirania,
senão, juro, chegou o dia
que os verá cair por terra.
Declarada foi já a guerra
contra toda a prepotência,
que entre o povo a paciência
hoje começa a faltar.

2.
Cuidado! que já se ateia
contra vocês a fogueira,
isto não é brincadeira,
é bem séria a exaltação.
Vejam o céu em negridão
que ameaça temporal;
ó gente avisada mal,
não julguem que é fantasia.

3.
Não carreguem co’as esporas
sobre o rocim lazarento,
senão a meio do andamento
irá estacar revoltado;
que já vem fraco e cansado,
não aguenta mais a brida:
só quer dar fim à corrida
e o cavaleiro apear.

4.
O povo que num profundo
letargo foi sepultado,
finalmente despertado,
dá p’la grilheta que o prende.
Cumprindo a pena se sente
da sua indolência antiga:
o feudo, lei inimiga
da boa filosofia.

5.
Como se fora coutada,
um olival ou uma vinha,
para ele a gente mesquinha
é só uma renda barata;
e com mais desprezo a trata
do que aos outros seus haveres,
vendendo homens e mulheres,
como gado, com a cria.

6.
Por soldadas de miséria
ou só p’la reles comida
escravas por toda a vida
são tantas populações.
São pessoas aos milhões
todas servindo um tirano.
Oh pobre género humano,
e pobre da sarda etnia!

7.
Uma dúzia de famílias
da Sardenha se apoderam
e sem pudor deliberam:
cada qual com os seus quinhões
de terra e povoações
desde a tetra antiguidade;
contudo a presente idade
o mal quer remediar

8.
Nasce o sardo submetido
a mais de mil mandamentos,
tributos e pagamentos
a fazer ao seu senhor,
em dinheiro e com o suor,
tudo o que da terra nasça,
e nem o pasto é de graça;
paga até para trabalhar.

9.
Já bem antes destes feudos
havia aldeias e casais
que eram os donos naturais
de baldios e plantações.
Como é que para os barões
tal propriedade passou?
Quem a vocês a entregou
poder não tinha para a dar.

10.
Não será de presumir
que foi voluntariamente
que algum dia a pobre gente
renunciou a tal direito.
Tem pois o título o defeito
de ilegal apropriação,
nem falta ao povo razão
para o querer impugnar.

11.
Dos tributos ao princípio
limitavam a exigência,
mas para pagar a opulência
dia a dia vão crescendo,
e vocês enriquecendo,
sempre aumentando o fasto,
que no luxo e no mal gasto
perderam a economia.

12.
E não venham alegar
que é antiga a possessão
com ameaças de prisão,
com castigos e com penas,
com o azorrague e as algemas;
porque aos pobres ignorantes,
impostos exorbitantes
forçaram sempre a pagar.

13.
Ao menos que se aplicassem
em defender a justiça
e castigar a malícia
de quem por gosto o mal faz.
Assim a gente de paz
poderia sem temer
os caminhos percorrer
e algum sossego teria.

14.
Porque é este o único fim
de todo o imposto e direito:
para que seguro e com jeito
e dentro da lei se viva.
É deste fim que nos priva
o barão por avareza:
que a justiça é a despesa
em que faz economia.

15.
O primeiro que apareça,
nomeiam-no oficial,
cumpra bem ou cumpra mal,
basta não pedir salário:
procurador ou notário,
camareiro ou exactor,
branco, preto ou doutra cor,
serve bem para governar.

16.
Basta-lhe ter mão pesada
para acrescer o rendimento.
Basta engordar a contento
a bolsa do seu senhor;
que dê ajuda ao feitor
na cobrança prontamente;
e havendo algum renitente,
que trate de o penhorar.

17.
Às vezes, pelo fidalgo,
quem governa é o capelão,
as aldeias com uma mão
e com a outra a despensa.
Feudatário, pensa, pensa
que os vassalos não os tens
só para aumentar os teus bens,
nem só para os esfolar.

18.
Querem património e vida
defendidos pelo vilão,
e que ele de armas na mão
os resguarde noite e dia;
se comandam nesta via,
porque impõem mais tributo?
Se deste não se vê fruto,
grande tolice é pagar.

19.
Vassalo, pela tua parte,
já que a sua obrigação
jamais a cumpre o barão,
a nada estás obrigado;
o imposto que tem cobrado
em tantos anos passados
foram dinheiros roubados
que ele te deve entregar.

20.
Só têm serventia as rendas
para sustentar rameiras,
librés, coches e liteiras;
para vãos e inúteis serviços,
para alimentar os vícios,
para beber e para a batota
e para poder a bragota
cá fora descarregar.

21.
Para poder ter uns quinze
ou vinte pratos à mesa,
para que possa a marquesa
andar sempre de cadeira:
chapim curto faz coxeira;
pois as pedras dos caminhos
magoando-lhe os pezinhos
não a deixam caminhar.

22.
Por uma carta o vassalo
anda até dias a fio
ao sol, à chuva ou ao frio,
a pé, sem receber nada,
descalço, quase esgotada
toda a sua resistência;
mas que tenha paciência:
tem de comer e calar.

23.
Desbaratam o suor do pobre
desprezando o seu valor.
Mas como, Eterno Senhor,
suportais tanta injustiça?
Só vós, Divina Justiça,
podeis remediar as cousas.
Só vós espinhos em rosas
sois capaz de transformar.

24.
Trabalhai, pobres do campo,
quais forçados com os grilhões,
para sustentar os salões
da corja que não trabalha.
Para vós deixam a palha
e eles recolhem o grão,
sem outra preocupação
que não seja a de engordar.

25.
Este senhor feudatário
às onze, cheio de fraqueza,
acorda e senta-se à mesa;
vai jogar para o botequim
até se fartar; no fim,
corteja então qualquer dama,
e ao serão o seu programa
é teatro, bailes, folia.

26.
De tão dif’rente maneira
ao vassalo corre a vida:
já está no campo, na lida,
antes de romper a aurora;
com vento ou neve lá fora,
é o mesmo, ou sol ardente!
Coitado! Que tanto aguente
é bem cousa de espantar!

27.
Com a enxada ou com o arado,
vai penando todo o dia
e quando chega o meio-dia
tem de pão seco a ração.
Mais bem nutrido é o cão
que o Barão tem na cidade,
se for dessa qualidade
que ao colo costuma andar.

28.
Temendo que reformassem
alguns destes seus desmandos,
com mil manejos e enganos
vão as Cortes impedindo;
enquanto estão dividindo
os patrícios mais zelosos,
chamando-lhes presunçosos
contrários à monarquia.

29.
Aos valentes que a favor
da sua pátria peroraram,
que a espada desembainharam
em prol da causa comum,
pendurá-los um por um,
acusando-os de malinos
com o labéu de jacobinos,
bem os queriam massacrar.

30.
Mas veio o céu defender
os justos visivelmente.
Mandou abaixo o potente
e os humildes exaltou.
E Deus, que se colocou
do lado da pátria nossa,
de toda a insídia vossa
é quem nos há de salvar.

31.
Ó pérfido feudatário!
P’lo teu interesse privado,
tu protector declarado
do piemontês te fizeste,
e com ele te entendeste
com a maior facilidade:
Ele come na cidade
e tu na aldeia à porfia.

32.
Para o piemontês um maná
foi a ilha da Sardenha;
como nas Índias a Espanha,
assim estava ele entre nós:
mal nos levantava a voz
nem que fosse algum sandeu,
o sardo, nobre ou plebeu,
devia a cerviz curvar...

33.
Daqui desta nossa terra
tiraram eles milhões,
que, chegando sem calções,
é só galões ao partir.
Nunca houvesse de surgir
quem tanto assola e devasta,
pois maldita seja a casta
que tão ruim semente cria.

34.
Vieram fazer entre nós
vantajosos casamentos,
têm cargos de bons proventos,
honrarias e louvores,
e as dignidades maiores
de igreja, de toga e espada.
Para o sardo não resta nada:
só a corda para se enforcar!

35.
Os seus díscolos nos mandam
para castigo e correcção,
com salário e com pensão,
emprego, alvará e licença.
Na Rússia, esta concorrência
é mandada para a Sibéria:
para morrer de miséria,
mas nunca para governar.

36.
Entretanto aqui a nossa
numerosa juventude
de talento e de virtude,
no ócio é que lhes convém.
E quando empregam alguém
é o mais néscio apurado,
que lhes dá bom resultado
com tola gente lidar.

37.
Se em empregos subalternos
há algum sardo que avança,
nos presentes p’rá folgança
não lhe chega meio salário:
para Turim é necessário
mandar carne de suíno,
cavalos de raça, e vinho
moscatel e malvasia.

38.
O ouro e prata que são nossos,
do ir dá-los ao piemontês
já o governo deles fez
máxima fundamental.
Que o reino ande bem ou mal
para eles é indiferente,
acham mesmo inconveniente
deixarem-no prosperar.

39.
À ruina levou a ilha
esta raça de bastardos.
Quanto aos privilégios sardos
todos eles nos tiraram;
dos arquivos nos roubaram
o que havia de melhor,
e qual papel sem valor
logo o mandaram queimar.

40.
Mas já do flagelo, em parte
– graças a Deus! – se livrou,
já o povo sardo expulsou
esse nefasto inimigo.
E tu ainda és seu amigo,
indigno sardo barão?
Porquê tanta agitação
para o fazer retornar?

41.
Assim, descaradamente,
vens pregando p’lo Piemonte:
falso que trazes na fronte
o ferrete de traidor!
Tua filha preito e favor
não nega a um aventureiro,
dês’ que seja forasteiro:
que nos sardos não se fia.

42.
Se acaso vais a Turim
a beijar obrigado és
a qualquer ministro os pés,
e a outro o... bem me entendes;
Para obter o que pretendes
vendes a tua pátria antiga,
e o que é sardo, por intriga,
tentas desacreditar.

43.
Deixas lá ficar a bolsa,
e em troca vens todo inchado
de cruz ao peito enfeitado
e uma chave no traseiro.
Para seres da corte useiro,
a família arruinaste:
Grau de traidor conquistaste
na Ordem da bufaria.

44.
Não deixa o Céu toda a vida
a maldade triunfar,
deve o mundo reformar
as coisas que andam mal.
Assim o sistema feudal
tem já o tempo contado
que o desumano mercado
de povos tem de acabar.

45.
O homem que a sujeição
tanto fez envilecer,
triunfal se há de erguer
à sua antiga dignidade;
Parece que a humanidade
recupera a condição.
Sardo, acorda, meu irmão,
que é só esta a nossa via.

46.
Ó povos, chegou a hora
de extirpar todo o abuso!
Este mau regime acuso:
Fora! Abaixo o despotismo!
Guerra, guerra ao egoísmo,
guerra contra os opressores,
que estes baixos ditadores
devemos nós humilhar.

47.
Que um dia não vos queixeis
por esta ocasião perdida;
agora está a linha urdida:
é a altura de a tecer,
que depois pode já ser
tarde p’ra o arrependimento.
Ao vir de feição o vento
é que convém debulhar.

inviata da José Colaço Barreiros - 13/4/2007 - 02:35





La versione greca di Riccardo Venturi (23 aprile 2012 - 11 luglio 2012)
Ελληνική μετάφραση του Ρικάντου Βεντούρη (23 Απρίλη 2012 - 11 Ιούλιου 2012)

Una specie di follia. Mi sono messo in testa di tradurre il "Procurad'e moderare" sí in greco moderno, ma in quella specie di demotico settecentesco che proprio alla fine del XVIII secolo muoveva i primi, incerti passi. Sicuramente per rendere la cosiddetta "atmosfera dell'epoca", ma sicuramente anche per una sfida personale (inutile negarlo, perché sovente è una molla che muove chiunque). Il greco demotico di quell'epoca, del tutto bandito dall'uso ufficiale, era forzatamente un ibrido in cui convivevano forme autenticamente popolari e forme della lingua scritta, sostanzialmente conformi al greco classico. Un ibrido che dipendeva in gran parte dalla volontà e dalle conoscenze di chi lo scriveva. Aderendo a tutto ciò, mi sono sforzato di arcaizzare quanto più possibile le parti "colte", e di volgarizzare quanto più possibile quelle popolari: sono certo che GPT capirà alla perfezione ciò che ho inteso fare. Naturalmente, un greco di oggi che leggesse 'sta roba troverebbe tutto irresistibilmente comico; ne sono ben conscio. Ma il greco di allora era davvero così. Ovviamente la traduzione è condotta nel pieno rispetto del sistema politonico più rigoroso; le forme del congiuntivo presente e aoristo sono tutte accuratamente itacistiche e con "iota subscriptum". Adamandios Koraìs mi sorride dagli Elisii. [RV]
Ο ΣΑΡΔΟΣ ΠΑΤΡΙΩΤΗΣ ΕΙΣ ΤΟΥΣ ΦΕΟΥΔΑΡΧΟΥΣ
ΠΡΟΣΕΧΕΤΕ ΝΑ ΜΕΤΡΙΑΣHΤΕ

1.
Προσέχετε νὰ μετριάσητε,
ὦ βαρόνοι, τὴν τυραννίαν,
ἀλλιῶς, διὰ τὴν ζωή μου,
θὰ πᾶτε κατωχώρι!
Κηρύσσεται ὁ πόλεμος
κατὰ τῆς αὐθάδειας
καὶ ἀρχίζει ὁ λαός
νὰ χάσῃ τὴν ὑπομονήν.

2.
Προσέχετε, ποὺ ἀνάβεται
κατ' ἐσᾶς ἡ φωτιά,
προσέχετε, ποὺ δὲν εἶναι
παιχνίδιον ἀλλὰ πράγμα
καὶ ἀπειλὴ θυέλλας.
Ὦ ἄνθρωποι ἀπερίσκεπτοι,
ἀκούστε τὴν φωνήν μου.

3.
Πάψτε νὰ σπηρουνίσητε
τὸ ἄλογον το πτωχόν,
ἀλλιῶς μέσα 'ς τὸν δρόμον
θὰ ἀφηνιάσῃ ἐπὶ τέλους.
Προσέχετε, ποὺ κουρασμένον
δὲν τὸ ἀντέχει πιά,
καὶ τελικὰ θὰ ῥίξῃ
ἀνάποδα τὸν καβαλάρη.

4.
Ὁ λαὸς ποὺ εἶχε πέσει
εἰς βαθὺν λήθαργον,
ἐξύπνησε ἐπὶ τέλους
καὶ βλέπει τὰ δεσμά του
καὶ πληρώνει τώρα
τὴν παλαιάν του νωχέλειαν.
Φέουδον, ἐχτρικὸς νόμος
πάσης καλῆς φιλοσοφίας.

5.
Ὡς ἂν νὰ εἶναι ἀμπέλια
ἢ κάμποι ἢ χωράφια
ἐπούλησαν τὰ χωριά
δωρεὰν ἢ εὐτελῶς,
ὡς ἂν εἶναι πράγματι
κοπάδια προβάτων
ἐπούλησαν ἄνθρωπους
καὶ γυναῖκες μὲ τὰ παιδιά των.

6.
Δι' ὀλίγων χιλιάδων φράγκων
καὶ ἐνίοτε δι' οὐδενός
ζοῦνε 'ς τὴν σκλαβιά
τόσον πολλοὶ πληθυσμοί
καὶ χιλιάδες ἀνθρώπων
τοῦ τυράννου 'ναι σκλάβοι.
Τὸ ἀνθρώπινον εἶδος το πτωχόν,
καὶ πτωχός ὁ Σάρδος λαός!

7.
Δέκα ἢ δώδεκα οἰκογένειαι
διένειμαν τὴν Σαρδηνίαν
καὶ ἀναξίῳ τρόπῳ
ἐκυριεύσαν αὐτήν,
διένειμαν τὰ χωριά
'ς τὴν σκοτεινὴν αρχαιότητα,
μὰ 'ς τὴν σημερινὴν ἐποχήν
ὄλα θὰ τὰ ἐπανορθώσωμε.

8.
Γεννιέται ὁ Σάρδος ὑποταγμένος
εἰς χιλιάδες ὑποχρεώσεων,
εἰσφορὰς καὶ φόρους πρέπει
νὰ τους πληρώσει 'ς τὸν ἀφέντη
εἰς ζωικὸν καὶ σίτον,
εἰς χρήματα καὶ εἰς εἶδος
καὶ πληρώνει διὰ βοσκήν
καὶ διὰ καλλιέργειαν γῆς.

9.
Πολὺν χρόνον πρὶν ὑράρξωσι
τὰ φέουδα, ὑπῆρχαν τὰ χωριά
καὶ αὐτὰ ἐκτῶντο
τὰ δάση καὶ τοὺς κάμπους.
Πῶς ἐσᾶς, ὦ βαρόνοι,
ἐπερνοῦσε ἡ ἰδιοκτησία;
Αὐτὸς ποὺ σᾶς ἔδωκέ την
δὲν ἠδύνατο νὰ σᾶς δώσῃ.

10.
Εἶναι ἀδιανόητον
ποὺ παραιτήθη ὁ πτωχός
ἀπὸ τὴν ἰδιοκτησίαν του.
Συνεπῶς εἶναι ὁ τίτλος
παράνομη οἰκειοποίησις,
καὶ οἱ χωριάτες ἔχουσι
τὸ δίκαιον ν' ἀντιτίθενται.

11.
'ς Τὴν ἀρχὴν τουλάχιστον
φόρους ἀπαιτούσατ' εὐτελεῖς,
ἀλλ' ἔπειτα τους ἔχετε αὐξήσει
ἡμέραν μεθ' ἡμέρας
ὥστε μὲ τὴν αὔξησίν των
ἐγίνατε παραπλούσιοι,
καὶ μὲ σπατάλην χρήματος
πᾶσαν οἰκονομίαν ἀμελούσατε.

12.
Εἶναι ἀνώφελον νὰ ὁμιλεῖτε
δι' ἰδιοκτησίαν παλαιᾶς ἐποχῆς
ἀπειλοῦντες φυλακήν
ποινὰς καὶ τιμωρίαν,
δεσμὰ καὶ ἀλυσίδες.
Τοὺς πτωχοὺς ἀγενεῖς
τους ἐξαναγκάσατε νὰ πληρώσωσι
ὑπέρογκους φόρους.

13.
Ἄν τουλάχιστον τὰ χρήματά σας
τα χρησιμοποιήσητε ὑπὲρ τῆς δικαιοσύνης
καὶ νὰ τιμωρεῖτε τὴν μοχθηρίαν
των κακοποιῶν τοῦ τόπου!
Οὔτω, τουλάχιστον, οἱ τίμιοι
θὰ εἶχαν παρηγορίαν
καὶ θὰ δυνηθοῦν νὰ πᾶνε καὶ 'ρθοῦνε
ἥσυχοι 'ς τὸν δρόμον.

14.
Αὐτὸς εἶναι ὁ σκοπός
ποὺ μόνον τὸν ἔχουν οἱ φόροι
νὰ ζοῦμε ἥσυχοι
καὶ ἀσφαλεῖς ὑπὸ τοῦ νόμου
ἀλλ' αὐτὸ μᾶς στεράει
ὁ βάρονος διὰ φιλαργυρίας.
'ς Τὰ ἔξοδα ὑπὲρ τῆς δικαιοσύνης
μόνον κάνει οἰκονομίαν.

15.
Ὁ πρῶτος ποὺ παρουσιάζεται
ἐκλέγεται λειτουργός,
ἂς πράξει ἄσχημα ὡραῖα,
ἀρκεῖ νὰ μὴν ἀπαιτήσῃ μισθόν·
ἐπίτροπος ἢ συμβολαιογράφος,
ὑπερήτης ἢ λακκές,
λευκὸς ἢ μαῦρος,
εἶναι ἀρμόδιος νὰ κυβερνᾶ.

16.
Ἀρκεῖ ν' ἀγωνίζεται
γιὰ ν' αὐξήσῃ τὸ εἰσόδημα,
ἀρκεῖ νὰ γεμίσῃ
τὸν σάκκον τοῦ ἀφέντη,
νὰ βοηθήσῃ τὸν ἐπικεφαλήν,
νὰ εἰσπράξῃ ταχέως,
κι ἂν ὑπάρξωσι ἀπειθεῖς
νὰ τους βάλῃ ἐνέχυρον.

17.
Ὡς ἂν εἶναι ὁ φέουδαρχος
ἐνίοτε ὁ παππᾶς κυβερνᾶ,
μὲ τὰ χωριά 'ς ἕνα χέρι
καὶ τὴν ἄδεια 'ς τὸ ἄλλο.
Φέουδαρχε, σκέψου
ποὺ δὲν ἔχεις τοὺς ὑποτελεῖς
μόνον διὰ ν' αὐξήσῃς τὰ χρήματά σου,
μόνον διὰ νὰ τους γδάρῃς.

18.
Τὴν περιουσίαν και τὴν ζωήν
διὰ νὰ προασπίσῃ, ὁ χωριάτης
πρέπει νὰ μένῃ νύκτα καὶ ἡμέραν
μὲ τ' ἄρματα 'ς τὰ χέρια·
ἀφοῦ ἔτσι ἔχουν τὰ πράγματα,
διότι νὰ πληρώσωσ' τόσας φοράς ;
ἐπειδὴ δὲν ἀποδίδουν ὀφελόν
εἶναι τρέλα νὰ τας πληρώσωσι.

19.
Ἐάν ὁ βάρονος μὴν ἐκπληρώσῃ
τὰ καθήκοντά του πρὸς ἐσένα,
δὲν ἔχεις, ὑποτελά,
καθήκοντα πρὸς αὐτόν·
αἱ φοραὶ, τὰς ὁποίας
σοῦ ἀπέσπασε μὲ τὸν χρόνον
εἶναι χρήματα κλεμμένα
καὶ πρέπει νὰ σοῦ τα ἐπιστρέψῃ.

20.
Τὰ εἰσοδήματα τοῦ χρησιμεύουσι
μόνον νὰ συντηρεῖ ἐρωμένας,
δι' ἀμάξας και στολάς,
δι' ἀνώφελας ὑπηρεσίας,
νὰ τρέφῃ τὰ βίτσια του,
νὰ παίζῃ μπασέτα
καὶ νὰ ἐξεσπάσῃ ἐκτὸς τοῦ οἴκου
τὰς ὀρέξεις του.

21.
Καὶ νὰ ἔχῃ εἴκοσι εἰδῶν
ἐδέσματα ἔτοιμα 'ς τὸ τραπέζιον,
νὰ δύνηται ἡ μαρκησία
να ὑπάγῃ πάντα μὲ τὸ ὄχημα,
μὲ σφικτὰ ὑποδήματα
ἡ καημένη κουτσαίνει,
θίγουσ' αἱ πέτραι παρὰ πολύ,
δὲ δύναται νὰ βαδίσῃ.

22.
Μόνον νὰ φέρῃ γράμμα
ὁ υποτελής ὁ καημένος
κάνει ἡμερῶν δρόμον
ἀμισθωτός μὲ τὰ πόδια,
ξυπόλητος, ἡμιγυμνός
κακοκαιρίᾳ ἐκτεθειμένος,
καὶ ὅμως ὑπομένει
καὶ ἀμίλητος σιωπᾶ.

23.
Ἰδοῦ σὲ τί χρησιμεύει
ὁ ἵδρως τῶν πτωχῶν!
Τόσην ἀδικίαν, Κύριε,
πῶς δύνασαι νὰ φέρῃς ;
ᾮ θεῖα Δικαιοσύνη,
ἐπανόρθωσε τὰ πράγματα,
ῥόδα ἐκ τῶν ἀγκαθιῶν
ἐσὺ μόνον δύνασαι νὰ γεννήσῃς.

24.
ᾮ πτωχοὶ τῶν χωριῶν,
δουλεύετε καὶ δουλεύετε
νὰ συντηρεῖτε 'ς τὴν πόλιν
τόσους ὡραίους ἵππους,
ἐσᾶς ἄχυρον ἀφήνουν
κι αὐτοὶ παίρνουν τὸν σῖτον
καὶ σκέπτονται βράδυ πρωί
μόνον πῶς νὰ πλουτίσωσι.

25.
Ὁ κύριος ὁ Φεουδάρχος
ἐξυπνᾶ 'ς τὲς ἕνδεκα·
ἀπ' τὸ κρεββάτι 'ς τὸ τραπέζιον,
ἀπ' τὸ τραπέζιον 'ς τὸν τζόγον
κι ἔπειτα νὰ διασκεδάσῃ
μὲ τὰς ἐρωμένας του
κι ἔπειτα ὡς τὴν δύσιν
θέατρον, χοροὶ, χαρά.

26.
Πόσον διαφορετικῶς
περνᾶ τὸν καιρὸν ὁ ὑποτελής!
Πρὶν τῆς αὐγῆς
εἶναι ἤδη 'ς τοὺς κάμπους.
Φυσᾶ ἤ χιονίζει 'ς τὰ ὄρη,
καίει ὁ ἥλιος 'ς τὴν πεδιάδα,
καὶ πῶς δύναται ὁ καημένος
νὰ ἀντέξῃ τόσον ἐπὶ μακρόν;

27.
Μὲ σκαπάνην καὶ ἄροτρον
ἀγωνίζεται ὅλην τὴν ἡμέραν
καὶ γύρῳ εἰς τὸ μεσημέριον
μόνον τρέφεται μετ' ἄρτον.
Καλύτερα τρώγει ὁ σκύλος
τοῦ βαρόνου εἰς τὴν πόλιν,
ἐὰν αὐτὸς εἶναι τοῦ εἴδους
ποὺ τὸν φέρνουνε 'ς τὴν τσέπη.

28.
Φοβουμένη μὴ πέσωσι
ταραχαὶ τόσον μεγάλαι
μὲ σκευωρίας καὶ δόλον
ἐπέμβηκε ἡ Αὐλή
καὶ ἐσκόρπισε καὶ διέλυσε
τοὺς ἐπιμελεστάτους πατρίκιους
λέγουσα ὄτι ἦσαν αὐθάδεις
καὶ ἀντετίθεντο τὴν μοναρχίαν.

29.
Εἰς τοὺς ἀγωνισθέντες
ὑπὲρ τῆς πατρίδος,
εἰς τοὺς τὰ ὅπλα λαβόντες
ὑπὲρ τοῦ κοινοῦ ἀγῶνος
ἤ θελειὰν εἰς τὸ λαιμόν
ἠθέλανε νὰ βάλωσι,
ἤ ὡσὰν Ἰακωβινούς
ἤθελαν νὰ τους σφάξωσι.

30.
Ἀλλ' ἐπροστάτευσε ὁ Θεός
τοὺς καλοὺς φανερῶς,
γκρέμισε τοὺς ἰσχυρούς
κι ἀνέβαλε τοὺς πτωχούς.
Ἐδηλώθη ὁ Θεός
ὑπὲρ τῆς πατρίδος μας
κι ἀπὸ πᾶσαν ἀπειλήν
θὰ μᾶς σώσῃ.

31.
Δόλιε φέουδαρχε!
Ὑπὲρ ἰδιωτικοῦ κέρδους
ἀνοικτὸς προστάτης
εἶσαι τῶν Πιεμοντέζων·
μ' αὐτοὺς συνεφώνησες
εὐκόλως μάλιστα,
αὐτοὶ τρῶνε 'ς τὴν πόλιν
κι ἐσὺ 'ς τὰ χωριά.

32.
Ἡ Σαρδηνία δι' αὐτούς
ἦσαν γῆ τῆς ἐπαγγελίας·
ὡσάν ἡ Ἱσπανία 'ς τὰς Ἰνδίας
μένανε 'δῶ οἱ Πιεμοντέζοι.
Ἀκόμα κι ὁ ὑπηρέτης
διῷκει μᾶς διὰ τῆς ῥάβδου,
εἴτε χωριάτης, εἴτ' ἄρχων
ἔπρεπ' ὁ Σάρδος νὰ ὑπακούσῃ.

33.
Ἀπὀ τὴν γῆν μας
ἔκλεψαν ἑκατομμύρια,
ἦρχοντο γυμνοί
καὶ ἔφευγαν πλούσιοι.
Εἴθε νὰ μὴν ἦρχοντο ποτέ,
γιατὶ μᾶς ἔκαψαν ὅλα!
Καταραμένη νά' ναι ἡ χῶρα
ποὺ τέτοιαν γενιὰν γεννᾶ.

34.
Αὐτοὶ ἔκαμαν ἐδῶ
συμφέροντα προξενιά,
δι' αὐτούς αἱ εργασίαι,
δι' αὐτούς αἱ τιμαί
καὶ τὰ ὑψηλότατα ἀξιώματα
ἐκκλησιαστικά, δικαστικά, στρατιωτικά·
καὶ εἰς τὸν Σάρδον μόνον ἔμεινε
τὸ σκοινὶ νὰ κρεμασθῇ.

35.
Μᾶς ἔστειλαν τοὺς χειρότερους
διὰ τιμωρίας καὶ ποινῆς,
μὲ μισθὸν καὶ σύνταξιν,
μὲ λειτούργημα καὶ ἄδειαν.
Εἰς τὴν Μοσκόβαν τέτοιους
τοὺς στέλνουν 'ς τὴν Σιβηρίαν,
ἀλλὰ νὰ πεθάνουν εἰς πενίαν,
ὄχι νὰ κυβερνᾶνε.

36.
Καὶ εἰς τὴν νῆσον μας
ἀρκετοὺς νέους προικισμένους
μὲ πολλὰ και μεγάλα χαρίσματα
τοὺς ἀφήνανε εἰς τὴν ἀεργίαν,
καὶ ἐὰν κάποιους ἀπησχολοῦντο
τότ' ἐζητοῦντο τοὺς ἠλίθιους
διότι σ' αὐτοὺς τους συνέφερε
νὰ διαθέτουν βλακώδεις.

37.
Ἐὰν, εἰς ὑποτακτικὰς ἐργασίας,
κάποιος Σάρδος ἔκανε προόδους,
νὰ κάνῃ δῶρα δὲ τοῦ ἦσαν ἀρκετόν
νὰ ἐξοδέψῃ τὸ ἥμισυ τοῦ μισθοῦ του.
Εἴχαμεν νὰ στείλωμεν
ἵππους ράτσας εἰς Τορίνον
καὶ κιβώτια ἐξαιρετικοῦ οἴνου,
Καννονάου καὶ Μαλβαζίας.

38.
Νὰ διαβεβαιωθῶσι εἰς τοὺς Πιεμοντέζους
ὁ ἄργυρος καὶ ὁ χρυσός μας,
εἶναι τῆς κυβερνέσεως των
ἡ ἀρχή ἡ κανονική.
Τὸ βασιλεῖον τῆς Σαρδηνίας
δὲ τους ἐνδιαφέρει τίποτα,
καὶ μάλιστα, πιστεύουσι
ὅτι δὲν πρέπει νὰ εὐημερᾶ.

39.
Τῆν νῆσον κατέστρεψαν
οἱ νόθοι αὐτοί,
καὶ μᾶς ἤρπασαν
τὰ προνόμια ποὺ εἴχαμεν,
ἐκ τῶν ἀρχείων ἔκλεψαν
τὰ σημαντικότατα μας ἔγγραφα
καὶ ὡς ἀνώφελα γραπτά
τὰ παρέδωσαν εἰς τὰς φλόγας.

40.
Ὁ Θεός ἐν μέρει μᾶς ἐλευθέρωσε
ἀπὸ τούτην τὴν συμφοράν,
οἱ Σάρδοι ἐδίωξαν αὐτόν
τὸν μισητὸν ἐχθρόν.
Καὶ σὺ εἶσαι ὁ φίλος του,
ἀνάξιε Σάρδε βαρόνε,
καὶ ἀγωνίζεσαι
νὰ κάνῃς νὰ ἐπιστρέψῃ!

41.
Δι' αὐτὸ ἀναιδῶς μάλιστα
παρακαλεῖς τὸν Πιεμοντέζον.
Ὑποκριτή σημαδεμένε
τῆς προδοσίας τῷ στίγματι!
Τόσον πολὺ αἱ θυγατέρες σου
τιμᾶν τόν ξένον ὥστε
καὶ νἆναι λουτροπλυντῆρ
ἀρκεῖ νὰ μὴν εἶναι Σάρδος.

42.
Ἐὰν ὑπάγῃς εἰς τὸν Τορῖνον,
ἐκεῖ πρέπει νὰ φιλεῖς
τοῦ ὑπουργοῦ τὰ πόδια,
κι ἄλλων τὸν πρωκτόν.
Ν' ἀποκτήσῃς ὅ,τι θέλεις
πωλεῖς τὴν πατρίδα σου
κι ἴσως προσπαθήσῃς κρυφῶς
τοὺς Σάρδους νὰ 'ξωφλήσῃς.

43.
Ἐκεῖ ἄφησες τὰ χρήματά σου
και ἐπέστρεψες μὲ σταυρόν
ὡς παράσημον ἐπὶ τοῦ στήθους,
καὶ μὶα κλεῖδα 'ς τὸν πισινόν.
Διὰ νὰ κτίσῃς τὸν στρατῶνα
τὸν οἶκον κατέστρεψες
καὶ ἐκέρδισες τὸν τίτλον
κατασκόπου καὶ προδότου.

44.
Ἀλλ'ὁ οὐρανὸς δὲν αφήνει
πάντα τὸ κακὸν νὰ θριαμβέψῃ·
πρέπ' ὁ κόσμος τὰ πράγματα
νὰ ἐπανορθώσῃ ἃν ἄδικα.
Αδύνατον νὰ διαρκεῖ
αὐτή ἡ φεουδαρχία,
βεβαίως θὰ τελέσῃ
τῶν λαῶν ἡ πώλησις.

45.
Ὁ ἄνθρωπος ποὺ τὸ ψεῦδος
τὸν εἶχε ταπεινώσει
φαίνεται ὡς παλαιάν
ἀξιοπρέπειαν ἐπανακτεῖ,
καὶ ὡς πάλιν διεκδικεῖ
τὴν θέσιν του 'ς τὴν κοινωνίαν.
Ὦ Σάρδοι μου, ἐξυπνᾶτε
αὐτῇ τῇ ὁδηγίᾳ!

46.
ᾮ λαοί, ἔφθασε ἡ ὧρα
τὴν ἀδικίαν ν' ἀφαιροῦμεν!
Κάτω ἡ κακοηθία,
κάτω οἱ δεσπόται!
Πόλεμον εἰς τὸν ἐγωισμόν,
πόλεμον εἰς τοὺς τύραννους!
Τούτους τοὺς ἀνίκανους
πρέπει νὰ ταπεινώσωμεν.

47.
Ἀλλιῶς, μίαν ἡμέραν
θὰ δαγκώσητε τὰ χέρια σας,
νῦν ποὺ ἔχετε τὸ ἐξύφασμα
χρειάζεσθε νὰ ὑφαίνητε.
Προσέχετε νὰ μὴν γίνῃ
άργά ἡ μεταμέλεια,
ὅταν καλὸς ἔλθῃ ἄνεμος
πρέπει νὰ ἀλωνίσωμεν.

23/4/2012 - 23:49




Lingua: Francese

Version établie par Claude Schmitt, traducteur de Francesco Masala (et autres auteurs sardes) et de Anna Maria Ortese...
ADRESSE DU PATRIOTE SARDE AUX FEUDATAIRES

Tâchez de modérer,
Barons, votre tyrannie,
Car sinon, sur ma vie,
Vous remettrez pied à terre!
Déjà est déclarée la guerre
Contre votre prépotence,
Et commence à manquer
Dans le peuple la patience.

Prenez garde, contre vous
S'allume l'incendie;
Prenez garde, ce n'est pas un jeu,
La chose peut devenir vraie;
Prenez garde, dans l'air
La tempête menace;
Gens mal conseillés,
Ecoutez ma voix.

Ne piquez plus des éperons
Votre pauvre haridelle,
Sinon à mi-chemin
Irritée elle se cabrera;
Voyez comme elle est maigre et fatiguée,
Elle n'en peut plus;
A la fin, à bout de force
Elle jettera à bas son cavalier.

Le peuple qui dans une léthargie
Profonde était enterré,
En se réveillant finalement,
S'aperçoit qu'il est enchaîné,
Qu'il souffre la peine
De son antique indolence:
Le féodalisme, loi ennemie
De toute bonne philosophie.

Comme si c'était une vigne,
Un enclos, un petit champ,
Les villages ont été donnés
En cadeau ou vendus à perte;
Comme un troupeau
De brebis pâturant,
Hommes et femmes
Ont été vendus avec leurs petits.

Pour quelque mille lires
Et d'autres fois pour rien
Tant de populations
Eternellement esclaves,
Et des milliers de personnes
Au service d'un tyran.
Pauvre genre humain,
Pauvre race sarde!

Dix ou douze familles
Se sont réparti la Sardaigne
D'une manière indigne;
Elles se la sont appropriée,
Elles ont divisé les villages
Depuis l'aveugle antiquité.
Mais l'époque présente
Pense à y remédier.

Le Sarde naît soumis
A mille commandements
Tributs et impôts
Qu'il paie à son seigneur
En bétail et labeur,
En argent et nature;
Il paie pour la pâture,
Et paie aussi pour les labours.

Bien avant que les fiefs existent,
Les villages existaient,
C'étaient eux les patrons
Des bois et des champs.
Comment donc, Barons,
Sont-ils à vous passés?
Celui qui vous les a donnés
Ne pouvait pas vous les donner.

Il n'est pas présumable
Que tant de pauvres gens
Aient volontairement
Cédé un tel droit;
Votre droit d'inféodation,
Ergo, est illégitime,
Et les villages ont raison
De le vouloir réfuter.

Les impôts au début
Vous les exigiez limités,
Mais depuis ils vont
Chaque jour augmentant;
A mesure qu'ils croissaient
Vous avez crû en faste,
A mesure que vous dépensiez
Vous cessiez d'être économes.

Nul besoin d'alléguer
D'antiques possessions;
Avec menaces de prison,
Avec châtiments et peines,
Avec fers et chaînes;
Les pauvres ignorants
Des droits exhorbitants
Les avez forcés à payer.

Au moins qu'ils soient employés
A maintenir la justice,
En châtiant la mauvaiseté
Des méchants de la région;
Au moins quelque secours
Auraient pu recevoir les bons,
Pour aller et venir
En sûreté sur les chemins.

C'est cela l'unique fin
Des taxes et autres dus,
Vivre tranquille et sûr
Sous l'égide de la loi;
Mais de cette fin nous prive
Le Baron avaricieux.
Sur les seuls frais de justice
Il se montre économe.

Le premier qui se présente
Se déclare officier,
Qu'il fasse bien ou qu'il fasse mal,
Pourvu qu'il ne réclame salaire:
Procureur ou notaire,
Domestique ou laquais,
Qu'il soit noir ou qu'il soit blanc,
Il est bon pour gouverner.

Il suffit qu'il y mette du sien
Pour faire augmenter la rente,
Il suffit qu'il contente
La bourse du seigneur;
Qu'il aide le fermier
A payer promptement,
Et si quelqu'un est réfractaire,
Qu'il sache ce qui lui reste à faire.

Parfois, comme s'il était baron,
C'est le chapelain qui gouverne
D'une main le village
De l'autre son privilège.
Feudataire, réfléchis
Que tes vassaux ne sont pas là
Seulement pour te rendre plus riche
Ni pour que tu les écorches.

Ton patrimoine et ta vie,
Pour les défendre, le vilain
Avec les armes à la main
Doit demeurer jour et nuit;
Du moment qu'il en est ainsi,
Pourquoi tant de tributs?
S'il n'en retire aucun fruit,
C'est folie que de les payer.

Si le baron ne remplit pas
Ses propres obligations,
Vassal, de ton côté,
A rien tu n'es obligé;
Les droits qu'il t'a extorqués
Durant toutes les années passées,
Sont des deniers qu'il t'a volés
Et qu'il doit te restituer.

Ses revenus servent seulement
Pour entretenir des amants,
Pour des carrosses et des livrées,
Pour des services inutiles,
Pour alimenter ses vices,
Pour jouer à la bassette
Et pour baisser sa braguette
Dès qu'il n'est plus à la maison;

Pour pouvoir dresser quinze
Ou vingt plats sur sa table,
Pour que puisse sa marquise
Aller en chaise à porteurs;
Sa chaussure trop étroite
Fait boitiller la pauvrette,
Les cailloux la blessent trop,
Elle ne peut plus se promener.

Pour une seule lettre
Le vassal, ce pauvret,
Fait des journées de marche
A pied, sans être payé,
Nu-pied et presque nu,
Exposé à toutes les intempéries,
Et pourtant il doit supporter,
Et pourtant il doit rester muet.

Voilà comment est employée
Du pauvre la sueur!
Comment, Père éternel,
Souffrir tant d'injustices?
O vous, Justice divine,
Portez remède à ces choses-là;
Vous seul des épines
Pouvez faire naître des roses.

O pauvres des villages,
Travaillez, prenez de la peine,
Pour entretenir en ville
Tous ces chevaux d'écurie.
A vous ils laissent la paille,
Pour eux ils prennent le grain
Et pensent soir et matin
Seulement à s'engraisser.

Le seigneur feudataire
Se lève sur les onze heures:
Il va de son lit à sa table
Et de sa table à ses jeux;
Et puis pour se distraire
Il va faire le galant;
Et quand arrive la nuit:
Théâtre, bal et divertissements.

Combien différemment
Son vassal passe le temps!
Bien avant l'aurore
Il est sorti aux champs;
Qu'il neige ou vente en montagne,
Ou que le soleil arde,
C'est toujours pareil.
O le pauvret! Comment
Peut-il le supporter?

Avec la pioche et la charrue
Il peine toute la journée;
A l'heure du déjeuner
Il n'a qu'un bout de pain.
Bien mieux nourri en ville
Est le chien du baron,
Surtout s'il est de cette race
Que l'on porte en manchon.

Craignant que l'on porte remède
A de si grands désordres,
A coups de manœuvres et de mensonges
Les Cortes ont tout empêché;
Ils ont tenté d'écarter
Les magistrats les plus zélés,
En les réputant arrogants
Et contre la Monarchie.

A ceux qui ont plaidé
En faveur de la patrie,
Qui ont dégainé l'épée
Pour la cause commune,
Ils voulaient leur passer
La corde au cou, les pauvrets,
Ou comme Jacobins
Les voulaient massacrer.

Mais le Ciel a défendu
Visiblement les bons,
Il a jeté à terre le puissant
Et élevé les humbles.
Dieu qui s'est déclaré
En faveur de notre patrie,
De toutes vos manigances
C'est lui qui nous sauvera.

Perfide feudataire!
Pour tes intérêts personnels
Tu t'es déclaré
Le protecteur du Piémontais.
Avec lui tu t'es entendu
Avec grande facilité;
Lui il mange en ville,
Et toi, à l'envi, au village.

C'était pour les Piémontais
Une aubaine que la Sardaigne
Comme les Indes pour l'Espagne
Ils se trouvent ici chez eux;
Contre nous élève la voix
Jusqu'au valet de pied;
Que l'on soit plèbe ou cavalier
Le Sarde devait être humilié.

Eux, de cette terre
Ils ont retiré des millions.
Ils arrivaient sans pantalon
Et s'en repartaient pleins de galons.
Jamais ils ne seraient venus
Si nous avions mis le feu partout!
Maudit soit le pays
Qui créa une pareille engeance!

Eux, ils trouvaient chez nous
Des mariages avantageux,
Les emplois étaient pour eux,
Les honneurs étaient pour eux,
Et les principales dignités
De l'église, de la toge et de l'épée;
Au Sarde il ne restait
Qu'une corde pour se pendre.

Ils nous envoyaient les mauvais
En châtiment et correction,
Avec la paie et la pension,
Avec l'emploi et la patente.
Des gens pareils en Moscovie
On les envoie en Sibérie,
Afin qu'ils meurent dans le malheur,
Mais pas pour être gouverneur.

Cependant que dans notre Ile
Nombre de jeunes gens
Pleins de vertus et de talent
Restent dans l'oisiveté;
Et si quelqu'un en employait
Ils cherchaient les plus benêts,
Car mieux leur convenait
Avec ce genre de gens traiter.

Si dans un emploi subalterne
Un Sarde avait de l'avancement
Le cadeau n'était pas assez
De la moitié de son salaire,
Il fallait aussi qu'il envoie
Des chevaux de race à Turin
Et de belles caisses de vin,
De muscat et de malvoisie.

Transférer en Piémont
Notre or et notre argent
Est de leur gouvernement
Le principe fondamental.
Qu'elle aille bien ou mal,
La Sardaigne leur importe peu,
Au contraire ils croient désavantageux
De la laisser prospérer.

Elle a ruiné notre Ile
Cette race de bâtards;
Les privilèges sardes
Ils nous les ont volés,
De nos archives ils ont emporté
Les plus importants documents,
Et comme des écrits inutiles
Aux flammes ils les ont livrés.

De ce fléau, en partie
Dieu nous a délivrés;
Les Sardes ont chassé
Ce fatal ennemi;
Et toi tu es son ami,
O baron sarde indigne,
Et toi tu t'emploies
A le faire revenir!

Et pour cela, impudemment,
Tu pries pour le Piémont,
Homme faux! qui portes au front
La marque du traitre;
Tes propres filles
Font bien des honneurs à l'étranger,
Fût-il un moins que rien,
Pourvu qu'il ne soit pas un Sarde.

S'il arrive que tu ailles à Turin,
Il te faut baiser
Du ministre les pieds
Et à un autre... tu m'entends;
Pour obtenir ce à quoi tu prétends
Tu vends ta propre patrie,
Et qui sait si tu ne cherches pas
A discréditer aussi les Sardes.

Tu laisses là-bas ta bourse
Et comme prix tu reviens
Avec une croix de quatre sous sur la poitrine
Et une clé sur tes basques;
Pour construite une caserne
Tu as ruiné ta maison,
Et tu as mérité le titre
De traitre et d'espion.

Le Ciel ne laisse jamais
La méchanceté triompher;
La monde doit réformer
Les choses qui vont mal;
Le système féodal
Ne peut plus durer;
Cette façon de vendre pour de l'argent
Les Peuples doit cesser.

L'homme que l'imposture
Avait déjà dégradé,
Semble à son ancien rang
De nouveau vouloir remonter;
Il semble qu'à son ancienne dignité
Prétende l'humanité...
Sardes, réveillez-vous
Et suivez ce guide-là.

Voici, peuple, l'heure
D'extirper les abus!
A bas les mauvaises lois,
A bas le despotisme!
Guerre, guerre à l'égoïsme,
Et guerre aux oppresseurs,
Ces tyrans au petit pied
Il est l'heure de les humilier.

Sinon, un jour vous aurez
A vous en mordre les doigts;
A présent que le fil est ourdi,
C'est à vous de le tisser;
Prenez garde que les regrets
Ne viennent trop tard;
Quand le vent est favorable
Il faut vanner le blé.

inviata da Claude SCHMITT - 1/2/2018 - 19:19


Obrigado, José, pela sua bela tradução portuguesa (mas não pode haver dúvidas sobre as traduções de José Colaço Barreiros!). Espero que a sua saúde esteja sempre a melhorar, são os nossos sinceros desejos. Comentários, traduções e também obras originais de qualquer tipo serão sempre agradecidas neste sítio que se honra da sua colaboração. [RV]

Riccardo Venturi - 13/4/2007 - 11:51


Vivissimi complimenti per il sito, sono stato molto contento di aver trovato L'inno del patriota sardo ai feudatari tradotto (esso ha per ogni sardo un forte valore patriottico-affettivo). Volevo però segnalarVi che l'unica traduzione in lingua italiana perfettamente fedele alla lingua sarda(sono madrelingua sardo), è quella dei Tenores di Neoneli; per esempio, nella 32° strofa: "nos arziaiat sa oghe finzas unu camareri, plebeu o cavalieri si deppiad umiliare" (Scrivo in sedilese) si traduce come nel testo dei Tenores, e cioè: " ci alzava la voce anche un cameriere, plebeo o cavaliere si doveva umiliare".
Nuovamente complimenti e grazie per far conoscere anche a chi non ha confidenza con la lingua sarda un poco della cultura e del folckore della "mia" splendida isola.
Mario Sedda.

Mario Sedda - 4/8/2007 - 12:21


L'amico e collaboratore Donquijote82, non accorgendosi che il Procurad'e moderare era già presente nel sito (ma con il suo vero titolo), lo ha reinviato; siamo stati quindi costretti a cancellare il suo contributo. Però lo aveva corredato di alcune ulteriori notizie sugli interpreti (che inseriamo nell'introduzione) e di un interessante commento che ci dispiaceva tralasciare. Lo riproduciamo quindi qui per intero:

Appassionato inno contro la prepotenza feudale dei proprietari terrieri. Questo canto di protesta popolare è stato composto alla fine del 1700 da Francesco Ignazio Mannu, Cavaliere e Magistrato (nato a Ozieri il 18 maggio 1758 e morto a Cagliari nel 1839).

Questo Inno è stato scritto in seguito ai drammatici eventi vissuti dal popolo sardo dopo i fatti del 28 aprile 1794, giorno in cui iniziò la rivolta guidata da Giovanni Maria Angioj. Può essere annoverato tra i canti popolari più antichi d'Europa. L'opera è articolata in 47 ottave logudoresi e 375 versi che evidenziano la forte identità del popolo sardo e la sua propensione alla ricerca della democrazia e della giustizia anche attraverso la lotta al potere ingiustificato dei feudatari. Questo inno "Su patriotu sardu a sos feudatàrios", meglio conosciuto come "Procurade 'e moderare", è stato pubblicato per la prima volta in Corsica nel 1794, esprime la volontà di riscatto della Nazione Sarda.

Alcuni l'anno definita "La Marsigliese Sarda", forse per il suo interno vigore, una forza e un richiamo appassionato al popolo sardo nella condanna senza appello per chi aveva sfruttato e soggiogato le persone. Questo brano, a cui è difficile rimanere indifferenti, non solo risveglia le coscienze sul lato emotivo delle persone ma può anche essere considerato un alto esempio della letteratura isolana, per la dignità espressiva e per le sue idee. L'ideologia illuministica che possiamo trovare alla base di "Procurade 'e moderade" si inserisce nel nazionalismo proto-romantico; un forte legame con lo spirito dell'indipendenza delle colonie d'America, con la Rivoluzione Francese e con i Diritti dell'Uomo e del Cittadino. Questo inno non è alieno dal forte slancio e dalla tempesta di Sturm und Drang tedesco, ne condivide l'anelito; la fede e la ragione sono nell'inno in armonia sinergica per contrastare "l'ancien régime" e il suo feudalesimo, un appello per il Risorgimento nazionale sardo contro lo straniero piemontese.

Note:

Infine, anche se l'argomento porterebbe a ulteriori riflessioni citiamo quanto ha affermato Alziator riferendosi a "Procurade 'e moderare":
"Si impone e sovrasta su tutta la letteratura isolana del genere, si impone e sovrasta per l'altezza delle idee e la dignità dell'espressione".

(da www.fontesarda.it)

CCG/AWS Staff - 12/1/2009 - 07:04


la nostra essenza per avere speranza

mario coccu - 15/2/2010 - 19:32


In questo librosi dovrebbero trovare le seguenti traduzioni:
in inglese da John Warre Tyndale nel 1849,
in francese da A. Boullier nel 1864
in tedesco da B. Granzer e B. Schütze nel 1979 con il titolo Die Tyrannei.

DoNQuijote82 - 9/10/2011 - 00:07


Abbi pazienza caro DonQuijote
la vecchiaia incombe e i miei neuroni si suicidano

adriana - 11/10/2011 - 10:14


bisognerebbe mettere un po' d'ordine a questa pagina, eliminando le prima versione in inglese, integrando gli interpreti che ho aggiunto, magari spostando anche la nota su Ai Cuddos all'inizio

DonQuijote82 - 15/10/2011 - 15:46


Come a suo tempo suggerito da DQ82, la pagina è stata letteralmente rimodellata. Il titolo dell'inno è stato riportato alla sua dizione sarda corretta (Su patriottu Sardu a sos feudatarios), e la storica traduzione inglese di John Warre Tyndale è stata corretta dagli innumerevoli refusi (laddove è stato possibile farlo, per le condizioni orribili del testo digitalizzato). Aggiunta anche dell'iconografia. Le note invece sono state lasciate nell'ordine che avevano.

CCG/AWS Staff - 23/4/2012 - 02:50


Quasi tre mesi mi ci sono voluti per la traduzione integrale in greco tardo-settecentesco del "Procurade moderare"; qualche verso al giorno per quello che si prefigura come uno dei "tour de force" più laboriosi e inutili di questo sito. Puro otium. Alla fine, tutto è compiuto; e chissà che [gpt] non voglia dargli un'occhiata per qualche miglioria (nei prossimi anni, se Manitù vorrà concedermelo, non mancherò neppure io di farlo). Ma, del resto, l'otium è attualmente una delle più efficaci strategie rivoluzionarie; non donare tutto il proprio tempo al padrone, e riservarselo invece per le cose più improbabili. In quest'ottica va considerata questa cosa.

Riccardo Venturi - Ελληνικό Τμήμα των ΑΠΤ - 11/7/2012 - 11:08


Vedo che qui c'è una versione "condensata": non ti potevi accontentare di quella? No, il Riccardo sceglie le vie più ardue e interminabili, come Nikos Kazantzakis che, volendo aggiungere qualcosa all'Odissea, ne fece una continuazione di 33.333 versi. Certamente me la leggerò, trasferiti i testi sulla carta, perché temo che la settimana prossima dovrò starmene lunghissime ore nel letto, e non al computer.

Gian Piero Testa - 11/7/2012 - 17:07


Condensazioni, io? Sia mai, odiavo già i riassuntini in seconda elementare! L'Οδύσσεια di Kazantzakis la dovrò leggere prima o poi, anche perché il cretese era un tale titanico e iperdemotico creatore di vocaboli (praticamente uno psycharista all'eccesso...) che quell'opera sembra scritta in un greco inventato, fantasmagorico. Lunghe ore nel letto? Che succede?....

Riccardo Venturi - 11/7/2012 - 17:19


Un'ernia inguinale sinistra: sai, l'età...

Gian Piero Testa - 11/7/2012 - 18:52


Adoro questo sito!

Simone - 21/9/2014 - 11:12



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