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Le pluriel

Georges Brassens
Language: French

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Ballata per un eroe
(Gipo Farassino)
La morte
(Fabrizio De André)
En groupe en ligue en procession
(Jean Ferrat)


brasschat
[1966]
Parole e musica di Georges Brassens
Nel disco intitolato Supplique pour être enterré à la plage de Sète

Supplique pour être enterré à la plage de Sète

Chissà se nel 1966 Brassens e Brel si frequentavano, visto che quasi contemporaneamente da uno uscì questa “Le pluriel” e dall’altro Ces gens-là
All’ostentato anarco-individualismo di Brassens rispose l’anno seguente, piccato, quel “comunistaccio” di Jean Ferrat con la sua En groupe en ligue en procession, a commento della quale, già ben dieci anni fa, Riccardo, citava proprio il ritornello di Brassens… Ma proseguendo nella lettura di quelle strofe mi sono accorto che “Le Pluriel” potrebbe avere – secondo me ce l’ha – la dignità di una CCG DOC:

Io non salgo sul loro treno, io non vado alle loro parate e fanfare, io non sostengo le loro battaglie in nome di ideali sempre trasformati in incubi, non mi vedrete mai a reggere i loro fasci littori, i loro simboli di morte, non parteciperò mai alle loro stragi, non mi farò ammazzare nelle loro guerre… Io me ne sto per conto mio, tutt’al più con qualche amico, che più di quattro insieme si è già una banda di coglioni… E poi, sacrebleu, comunque la pensiate, questa è la mia regola e ci tengo!
"Cher monsieur, m'ont-ils dit, vous en êtes un autre",
Lorsque je refusai de monter dans leur train.
Oui, sans doute, mais moi, je fais pas le bon apôtre,
Moi, je n'ai besoin de personne pour en être un.

Le pluriel ne vaut rien à l'homme et sitôt qu'on
Est plus de quatre on est une bande de cons.
Bande à part, sacrebleu! c'est ma règle et j'y tiens.
Dans les noms des partants on ne verra pas le mien.

Dieu! que de processions, de monômes, de groupes,
Que de rassemblements, de cortèges divers, -
Que de ligues, que de cliques, que de meutes, que de troupes!
Pour un tel inventaire il faudrait un Prévert.

Le pluriel ne vaut rien à l'homme et sitôt qu'on
Est plus de quatre on est une bande de cons.
Bande à part, sacrebleu! c'est ma règle et j'y tiens.
Parmi les cris des loups on n'entend pas le mien.

Oui, la cause était noble, était bonne, était belle!
Nous étions amoureux, nous l'avons épousée.
Nous souhaitions être heureux tous ensemble avec elle,
Nous étions trop nombreux, nous l'avons défrisée.

Le pluriel ne vaut rien à l'homme et sitôt qu'on
Est plus de quatre on est une bande de cons.
Bande à part, sacrebleu! c'est ma règle et j'y tiens.
Parmi les noms d'élus on ne verra pas le mien.

Je suis celui qui passe à côté des fanfares
Et qui chante en sourdine un petit air frondeur.
Je dis, à ces messieurs que mes notes effarent:
"Tout aussi musicien que vous, tas de bruiteurs!"

Le pluriel ne vaut rien à l'homme et sitôt qu'on
Est plus de quatre on est une bande de cons.
Bande à part, sacrebleu! c'est ma règle et j'y tiens.
Dans les rangs des pupitres on ne verra pas le mien.

Pour embrasser la dame, s'il faut se mettre à douze,
J'aime mieux m'amuser tout seul, cré nom de nom!
Je suis celui qui reste à l'écart des partouzes.
L'obélisque est-il monolithe, oui ou non?

Le pluriel ne vaut rien à l'homme et sitôt qu'on
Est plus de quatre on est une bande de cons.
Bande à part, sacrebleu! c'est ma règle et j'y tiens.
Au faisceau des phallus on ne verra pas le mien.

Pas jaloux pour un sou des morts des hécatombes,
J'espère être assez grand pour m'en aller tout seul.
Je ne veux pas qu'on m'aide à descendre à la tombe,
Je partage n'importe quoi, pas mon linceul.

Le pluriel ne vaut rien à l'homme et sitôt qu'on
Est plus de quatre on est une bande de cons.
Bande à part, sacrebleu! c'est ma règle et j'y tiens.
Au faisceau des tibias on ne verra pas les miens.

Contributed by Bernart Bartleby - 2015/10/14 - 14:31



Language: Italian

Traduzione italiana di Riccardo Venturi
25 ottobre 2015

paratamilitare


Di traduzioni italiane delle canzoni di Brassens, artistiche o meno, ne esistono veramente per tutti i gusti. Ma colgo l'occasione offerta su un piatto d'argento da questa canzone, per dire (se non si fosse capito) che il Venturi, le traduzioni da Brassens se le è sempre fatte da solo fin perlomeno dal 1979, anno più anno meno. C'est ma règle et j'y tiens!
IL PLURALE

« Signore caro, mi hanno detto, eccone un un altro »
quando ho rifiutato di salire sul loro treno.
Sì, certamente, come no, però io non faccio l'ipocrita,
io non ho bisogno di nessuno per esserlo, un altro...

Il plurale non serve nulla all'uomo e quando si è
più di quattro, non si è che una banda di stronzi.
Per conto mio, accidenti ! E' la mia regola e ci tengo.
Tra i nomi dei partenti, il mio non si vedrà.

Dio, quante processioni, cortei studenteschi, gruppi,
quanti raduni e manifestazioni di ogni tipo,
quante leghe, quante cricche, e poi schiere e truppe !
Per farne l'inventario ci vorrebbe un Prévert.

Il plurale non serve nulla all'uomo e quando si è
più di quattro, non si è che una banda di stronzi.
Per conto mio, accidenti ! E' la mia regola e ci tengo.
Tra gli ululati dei lupi, il mio non si sentirà.

Sì, la causa era nobile, era buona, era bella,
Ce ne eravamo innamorati, l'abbiamo sposata.
Volevamo esser felici tutti assieme con lei,
ma eravamo troppi e l'abbiamo stufata.

Il plurale non serve nulla all'uomo, e quando si è
più di quattro, non si è che una banda di stronzi.
Per conto mio, accidenti ! E' la mia regola e ci tengo.
Tra i nomi degli eletti, il mio non si vedrà.

Io sono colui che passa di fianco alle bande militari
e che canta in sordina un'arietta a presa in giro.
E dico a 'sti signori sbalorditi dalle mie note :
« Sono musicista quanto voi, banda di fracassoni ! »

Il plurale non serve nulla all'uomo, e quando si è
più di quattro non si è che una banda di stronzi.
Per conto mio, accidenti ! E' la mia regola e ci tengo.
Tra le file dei leggii, il mio non si vedrà.

Se per baciare una donna bisogna essere in dodici,
preferisco divertirmi da solo, sant'iddio !
Io son quello che resta lontano dalle ammucchiate,
l'obelisco è un monolito, sì o no ?

Il plurale non serve a niente e quando si è
più di quattro, non si è che una banda di stronzi.
Per conto mio, accidenti ! E' la mia regola e ci tengo.
In mezzo al fascio dei falli, il mio non si vedrà.

Non invidio per nulla i morti per ecatombe,
spero di esser tanto grande da andarmene da solo
Non voglio nessun aiuto per scendere nella tomba,
io divido qualsiasi cosa tranne il mio sudario.

Il plurale non serve nulla all'uomo e quando si è
più di quattro, non si è che una banda di stronzi.
Per conto mio, accidenti ! E' la mia regola e ci tengo.
Tra gli ammassi di tibie, la mia non si vedrà.

2015/10/25 - 21:20


La sana "anarco-misantropia" programmatica di Brassens è celebrata anche in "Discours des fleurs" (musica di Eric Zimmermann), una canzone - mi pare - del tutto inedita il cui ritornello recita:

"Car je préfère, ma foi,
En voyant ce que parfois,
Ceux des hommes peuvent faire,
Les discours des primevères.
Des bourdes, des inepties,
Les fleurs en disent aussi,
Mais jamais personne en meurt
Et ça, plaît à mon humeur."

Bernart Bartleby - 2015/10/15 - 14:12


Certamente, e non senza motivo, questa è una delle due o tre canzoni più controverse di Georges Brassens. Scritta attorno al 1966, va da sé che le critiche più feroci le ricevette un paio d'anni dopo o tre, vale a dire all'epoca della contestazione studentesca e del « maggio francese » ; qualcuno fece anche notare a Brassens, sempre non senza motivo, che tutto questo suo tenersi in disparte gli era sempre stato facilitato, tutto sommato, dal vivere in un posto dove tutto ciò gli era permesso senza incorrere in grossi guai ; un herr Georg Bräßens nella Germania nazista o un signor Giorgio Brassensi nell'Italia fascista (e neanche, certamente, un signor Georgij Brassienskij nell'URSS staliniana) non avrebbero potuto tanto agevolmente passare a lato delle bande militari fischiettando un'arietta a presa in giro senza finire in qualche lager, al confino su un'isoletta o in qualche altra isoletta sì, ma dell'Arcipelago Gulag. Cosa che, del resto, lo stesso Brassens riconobbe onestamente in una canzone non molto nota, intitolata Tant qu'il y a des Pyrénées. Eppure, almeno per una volta, bisognerebbe uscire un po' dalle canzoni di Brassens, per capirle meglio e per capire meglio come davvero la pensasse il suo autore. A tale proposito, è importante un'intervista, famosa quanto rara, che Brassens concesse ad un suo amico, che, eh, di mestiere, oltre che il giornalista, faceva pure il prete con tanto di tonaca : frère André Sève, che nel 1975 gli fece questa lunga intervista poi tradotta integralmente in italiano a corredo della « bibbia brassensiana » in Italiana, vale a dire il volume curato da Mario Mascioli e Nanni Svampa e pubblicato da Franco Muzzio Editore nell'ottobre del 1991 (la mia data di acquisto risulta essere il 2 aprile 1992, quindi se non sono stato il primo perlomeno sono tra i primi, mi sa). In tale intervista, ad una precisa domanda, Brassens parla anche de Le pluriel dopo avere esaltato, in una parte precedente, le lotte operaie (non dimentichiamoci che Brassens era stato operaio per un periodo della sua vita) :

D. - Quando si parlava degli operai, hai detto che hanno ottenuto molto unendosi, eppure nelle tue canzoni biasimi sempre il plurale : « Il plurale non vale niente per l'uomo e appena siamo più di quattro, diventiamo una banda di stronzi. »

GB. - Attenzione ! Mi piace il pensiero solitario, detesto il gregge, ma questo non ha niente a che fare con i necessari sforzi collettivi. Se ho bisogno di amici che mi autino a spostare una pietra, li chiamo. Non siamo stronzi se ci uniamo per trarre in salvo degli uomini sepolti in una miniera. Ma rifiuto il gruppo o la setta irreggimentata e nessuno riuscirà a convincermi che si pensa meglio quando mille persone urlano tutte la stessa cosa. Quando ci si riunisce per pensare e dettare regole di comportamento, la setta non è lontana. Ma forse non hai capito bene Le pluriel. Le canzoni bisogna ascoltarle in modo intelligente. Non sono contro il plurale di reciproco aiuto, sarebbe puro egoismo. Il mio individualismo di anarchico è una lotta per pensare liberamente, non voglio che un gruppo mi detti legge. La mia legge, me la faccio da me. Siamo il risultato di quanto ci è stato dato, di quanto vediamo e sentiamo. Non posso pensare da solo, ma non voglio abdicare davanti al pensiero di un gruppo e neppure di un maestro. Come vedi, faccio delle distinzioni, ma in una canzone bisogna battere il chiodo, fare una caricatura per rendere più efficace il tema principale.

D. - Non credi ai guru, ai maestri di saggezza?

GB. - Credo in coloro che hanno approfondito lo studio della filosofia, dei problemi sociali, la conoscenza di se stessi, ma voglio -insomma tento di farlo- rimanere libero di essere d'accordo o meno. Quello che dice un maestro può essere valido, ma perché lo è, non perché lo ha detto il maestro. Si diventa pecore, quando si finisce con l'accettare tutto : « lo ha detto il maestro ! » Preferisco avanzare nella nebbia, piuttosto che rinunciare a pensare con la mia testa. Ma la cosa migliore, evidentemente, è avanzare nella luce dei maestri e sentirsi liberi di criticare o di prendere un'altra strada.

Riccardo Venturi - 2015/10/25 - 21:56



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