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Gladio

Davide Giromini


Lingua: Italiano


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[2014]
Testo e musica di Davide Giromini
Lyrics and music by Davide Giromini
Interpretata assieme a La Maledizione e pubblicata poi in Ostalghia (2016)



Empoli, 2 maggio 2015. Davide Giromini e La Maledizione in concerto


Ancora inedita in album. Gladio viene comunque eseguita ultimamente in modo fisso da Davide Giromini durante il suo tour di “Rivoluzioni Sequestrate”, il libro-album dove il Carrarino ci racconta come diventò un robot in un mondo, neanche troppo futuro, dove persino Dio è stato sostituito dalla Rete. Alessio Lega, in un articolo su A-Rivista Anarchica, parla brevemente anche di questa canzone, dove “l'ombra titanica del nonno morto in cava torna a essere il riferimento a una purezza perduta ancor prima di nascere”. E questo paese, la sua purezza (se mai sia esistita) l'ha persa nelle sue trame oscure, nei suoi misteri chiarissimi, nelle sue stragi, nella sua manovalanza fascista al servizio di uno stato canaglia. Non a caso, durante i concerti, Davide Giromini fa precedere la canzone da una breve introduzione parlata (che oramai, si può dire, fa parte del testo; e come tale è stata riportata qui) dove si mette in ragionevole dubbio che, nel 1945, siamo stati veramente “liberati” mentre Gladio, quel poderoso baluardo anticomunista, viene paragonato -con linguaggio molto attuale- ad una “associazione no-profit per il bene comune” (sembra di sentire il linguaggio del PD, anzi renziano). Così, mentre il nonno cavatore di Davide, il protagonista della sua prima canzone Sottosopra (“In cava si sale e in miniera si scende”, canzone che peraltro Davide continua a riproporre imperterrito, e a ragione) moriva sotto qualche lastrone di marmo o in uno qualunque degli altri modi in cui si crepa in cava, da un'impalcatura, da un viadotto o alla guida di un muletto, quei bravi ragazzi -tra i quali abbiamo potuto contare almeno un Presidente della Repubblica, Francesco Cossiga- si davano da fare per proteggere a modo loro l'Italia dal comunismo, vale a dire a base di stragi (a cominciare da quella di Portella della Ginestra), di bombe, di stragismo strategista e quant'altro, mentre una generazione intera veniva sterminata con droghe e “trip” allucinogeni frammisti a stupide filosofie orientali e ricerche di “interiorità” buone per allontanare dai problemi, dalle speranze e dai cambiamenti. Questa è la Storia, e non resta che (ri)ascoltarla in questa canzone dove le citazioni sono numerose e non sono messe là a caso, a partire dal ritornello ripreso di peso da un'altra canzone di Davide, Poveri noi (dalle “Ballate di fine comunismo”), per andare a finire all'antagonismo urbano (Curre curre guagliò) e all'ironico edonismo delegato addirittura a Adriano Celentano nella sua Susanna. [RV]
Liberati o no,
nel primo dopoguerra nasce in Italia un'associazione no-profit
per il bene comune,
che di lì a poco prenderà il nome di
Gladio.


E mentre tu morivi in cava
l'Italia dall'America un talento ereditava
quello del terrore di stragismo strategista
con chiara intromissione occulta
paramilitare, mafiosa e neofascista
frammenti di gangsterismo
e ritorno di Lucky Luciano
e un uso strumentale della banda di Giuliano
per mettere una prima bandierina
di sangue a stelle e strisce
sul profumo di ginestra
ed impedire i vespri siciliani
e aprire la finestra.

E mentre tu votavi una repubblica a potere limitato
il fuoco si apprestava a scivolare sui binari dello stato
l'ignaro dei mandanti, il fuoco, il freddo,
l'ignaro delle strane commistioni tra preludi di regime
ed il miraggio d'infantili nere rivoluzioni
e mentre ti bombavano di LSD per fare sì che il mondo nuovo
fosse un viaggio collettivo ma fatto ognuno da solo
ai giovani neofascisti donavano giocattoli al tritolo
con la promessa vana di diventare dei gendarmi d'acciaio
di questa nuova repubblica italiana

Poveri noi, poveri noi
con le impronte digitali protese verso i nostri eroi
Poveri noi poveri noi
con le impronte digitali protese verso i nostri eroi

Curre curre guagliò,
curre curre guagliò iò iò,
Curre curre guagliò,
curre curre guagliò iò iò,
Susanna, Susanna,
Susanna mon amour
venti giorni a Portofino,
più di un mese a Saint-Tropez
Susanna, Susanna,
Susanna mon amour...


E l'Italia giocava alle carte
e parlava di calcio nei bar...

inviata da Riccardo Venturi - 6/5/2015 - 12:28


Finalmente pubblicata nel nuovo album Ostalghia (2016)

da mescalina.it

E’ vero che ne passa di acqua sotto i ponti. Mi sono imbattuito nei dischi di Davide Giromini nel 2009 - i tempi del progetto post-punk e anti-pop Re del noir (Ballate di fine comunismo, seguito poi da Ballate postmoderne) e sembra ieri. Cupe vampe di cripto-ideologia (di ultra-ideologia?) permeavano di loro anche Rivoluzioni sequestrate (2015), confermandomi tre cose: la poetica anarcoide-controtendente girominiana, il fatto che il Nostro non la (s)vende a buon prezzo, e infine che gli album dove la Storia incrocia senza retorica storie "padri e figli (...) bella ciao che partiamo" (per dirla alla De Gregori) sono album che valgono oro e la pena di ascoltare. Un`unica ombra, prossima a un retro-pensiero cupo come le vampe di cui sopra: per quanti altri cd ancora Davide Giromini potrà resistere così? Fino a quando gli sarà permesso di fare dischi in questo modo? Il macrocosmo girominiano non lo inquadri facilmente: vale per il genere musicale, vale per i testi. Il suo clima discografico è muscolare, iper-stratificato, plumbeo, l’ironia viaggia sottotraccia. Quando sarà dunque che lo convinceranno che non si fa, che bisogna aprirsi al nuovo (al pop mascherato da canzone d’autore?), che tra i solchi degli album occorre che spiri aria fresca e disimpegnata, che dischi solenni come i suoi sono zappe sui piedi e sai che male ti può fare.

Ascolto Giromini nel nuovo cd che firma con La maledizione (al secolo Andrea Marcori - basso - e Flavio Andreani - batteria -) e ri-trovarlo ideologicamente intonso, coerente come un Lolli dell`Era post-ogni cosa (pensiero, lotta, umanità), mi riappacifica col cantautorato che è stato e chissà se sarà. Tanto per cominciare - e non dare adito a fraintendimenti - il disco di Giromini si intitola Ostalghia, cioè il sentimento di rimpianto sottile nutrito da qualcuno dei tedeschi dell`ex DDR verso il comunismo. Ma toglietevi dalla testa i pensieri cattivi: tra le tracce sparse per musica e parole del vetero-cantautore non c’è ombra di nostalgismo. Il punk filosovietico si è estinto con il camaleontico estinguersi dei CCCP e la scrittura di Giromini è talmente capace (evocativa) da stazionare lontano un miglio dalla didascalia combat-folk di MCR e Gang. Insomma, per farvela più breve, vi dico che Ostalghia si staglia come l’ennesimo disco ossimorico di stampo girominiano. Prendete il pezzo dedicato alla macelleria poliziesca del G8 di Genova (Fragole e sangue), soppesatene scrittura e clima e ditemi se non ho ragione (le canzoni di Giromini saranno anche no-future ma sono anche no-retoriche, vivaddio).

Un’essenziale coloritura acustica (fisa-basso-batteria) taglia idealmente a metà la scaletta del cd, sotto sguardo e ombra lunghe della Storia: da un lato l’Italia che non è andata e che non va (Gladio, Sottosopra [Inno darmico del cavatore], La mia generazione, Fragole e sangue di cui si è detto), dall’altro la Russia. Il totem ideologico cui ritornare giocoforza, il Moloch politico con cui tocca fare i conti ma senza apologia (Varka, Un treno per Lenin, Esilio di Lev). Dodici brani austeri e mobilissimi al contempo. Dodici brani come stazioni lugubri del secolo trascorso. L’impronta autarchica di Davide Giromini in parole povere e in ultima analisi: il folk che sfocia nel punk-rock che sfocia nella canzone d’autore, secondo un taglio contenutistico-formale che gli auguro di preservare intatto nei secoli dei secoli. Sono quasi trent’anni che per libri e giornali provo a spiegare che non è un fatto di cantare politico: il discrimine secondo cui una canzone può dirsi canzone d’autore è dato dal contenuto. Attraverso un’impronta sui generis – un’impronta sbieca, storico-ontologica-nichilista-resistenziale - Giromini si concede ancora il lusso dell’impegno, che in questo disco passa dal racconto-filo rosso del conflitto di Stato (se proprio quello di classe ormai vi risultasse indigesto) transgenerazionale. Il disco, fra gli altri meriti, ha dunque quello del coraggio. E non mi sembra, già di suo, un merito da poco.
(Mario Bonanno)

daniela -k.d.- - 19/5/2016 - 22:14



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