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Por qué cantamos

Mario Benedetti
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Mario Benedetti.
Mario Benedetti.


Posto questa canzone, scritta da Benedetti e messa in musica da Alberto Favero, perchè mi pare contenga alcuni dei motivi per cui esiste il sito delle CCG/AWS...

L'uruguayano Benedetti, sfuggito nel 1973 a uno dei tanti colpi di stato che stavano funestando l'America Latina, la scrisse al suo rientro in patria, nel 1983 (ecco perchè il brano fa parte delle "Canciones del Desexilio")
Dedicata ai morti, agli scomparsi e ai sopravvissuti di tutte le dittature.

"La crisis actual de la humanidad se debe a tres hombres. Hacia fines del siglo XIX, Marx publicó tres tomos de El Capital y puso en duda con ellos la intangibilidad de la propiedad privada; a principios del siglo XX, es atacada la sagrada esfera íntima del ser humano por Freud, en su libro La interpretación de los sueños, y como si fuera poco para problematizar el sistema de los valores positivos de la sociedad, Einstein, en 1905, hace reconocer la teoría de la relatividad, donde pone en duda la estructura estática y muerta de la materia"
(Emilio Massera, Junta militar argentina, declaración al diario La Opinión, 25/11/77)
es.wikipedia

"Primero mataremos a todos los subversivos; luego mataremos a los colaboradores; luego... a sus simpatizantes; luego... a quienes permanezcan indiferentes; y por último mataremos a los indecisos" (declaraciones del general Ibérico Saint-Jean a International Herald Tribune, París, 26 de mayo de 1977).
http://es.wikipedia

"No he venido a defenderme. Nadie tiene que defenderse por haber ganado una guerra justa, y la guerra contra el terrorismo subversivo fue una guerra justa. Sin embargo yo estoy aquí procesado por haber ganado una guerra justa.
(Emilio Massera, en declaraciones del juicio a las juntas, 1985)
es.wikipedia

"No, no se podía fusilar. Pongamos un número, pongamos cinco mil. La sociedad argentina no se hubiera bancado los fusilamientos: ayer dos en Buenos Aires, hoy seis en Córdoba, mañana cuatro en Rosario, y así hasta cinco mil. No había otra manera. Todos estuvimos de acuerdo en esto. Y el que no estuvo de acuerdo se fue. ¿Dar a conocer dónde están los restos? ¿Pero, qué es lo que podemos señalar? ¿En el mar, el Río de la Plata, el riachuelo? Se pensó, en su momento, dar a conocer las listas. Pero luego se planteó: si se dan por muertos, enseguida vienen las preguntas que no se pueden responder: quién mató, dónde, cómo."
(Declaración de Videla del libro "El dictador", de María Seoane y Vicente Muleiro)
es.wikipedia

"Los desaparecidos son eso, desaparecidos; no están ni vivos ni muertos; están desaparecidos", (Jorge Rafael Videla)
es.wikipedia

(Alessandro)

Si cada hora vino con su muerte,
si el tiempo era una cueva de ladrones,
los aires ya no son tan buenos aires,
la vida nada más que un blanco móvil
y usted preguntará por qué cantamos...

Si los nuestros quedaron sin abrazo,
la patria casi muerta de tristeza,
y el corazón del hombre se hizo añicos
antes de que estallara la vergüenza
Usted preguntará por qué cantamos...

Cantamos porque el río está sonando,
y cuando el río suena suena el río.
Cantamos porque el cruel no tiene nombre
y en cambio tiene nombre su destino.

Cantamos porque el niño y porque todo
y porque algún futuro y porque el pueblo.
Cantamos porque los sobrevivientes
y nuestros muertos quieren que cantemos.

Si fuimos lejos como un horizonte,
si aquí quedaron árboles y cielo,
si cada noche siempre era una ausencia
y cada despertar un desencuentro
Usted preguntará por qué cantamos...

Cantamos porque llueve sobre el surco
y somos militantes de la Vida
y porque no podemos, ni queremos
dejar que la canción se haga cenizas.

Cantamos porque el grito no es bastante
y no es bastante el llanto, ni la bronca.
Cantamos porque creemos en la gente
y porque venceremos la derrota.

Cantamos porque el Sol nos reconoce
y porque el campo huele a primavera
y porque en este tallo, en aquel fruto
cada pregunta tiene su respuesta...

inviata da Alessandro - 26/8/2006 - 00:29


confronta con l'originale

Lingua: Italiano

Versione italiana di Riccardo Venturi
12 dicembre 2007

PERCHÉ CANTIAMO

Se ogni ora è arrivata con la sua morte,
se il tempo era un covo di ladri,
se l'aria non più una gran bell'aria, [1]
se la vita altro non è che un bersaglio mobile
e allora chiederai perché cantiamo...

Se i nostri son restati senza abbracci,
se la patria è quasi morta di tristezza,
se il cuore dell'uomo è andato in frantumi
prima che scoppiasse la vergogna
e allora chiederai perché cantiamo…

Cantiamo perché il fiume sta suonando,
e quando il fiume suona, vuol dir che suona.
Cantiamo perché il crudele è senza nome,
ma, in cambio, ce l'ha un nome il suo destino.

Cantiamo perché il bimbo, e perché tutto
e perché un futuro, e perché il popolo,
cantiamo perché chi vive ancora
e i nostri morti voglion che cantiamo.

Se scappiamo lontano quanto un orizzonte,
se qui sono rimasti alberi e cielo,
se ogni notte, sempre, era un'assenza
e se era ogni risveglio un non incontro
e allora chiederai perché cantiamo…

Cantiamo perché piove sopra il solco
e siamo militanti della Vita,
e perché non possiamo, né vogliamo
lasciar che la canzone vada in cenere.

Cantiamo perché il grido no, non basta
e no, non basta il pianto e né il fracasso.
Cantiamo perché crediamo nella gente
e perché batteremo la sconfitta.

Cantiamo perché il Sole ci riconosce
e perché il campo ha odor di primavera
e perché in questo stelo ed in quel frutto
ogni domanda ha la sua risposta.

[1] Nel testo originale, c'è un ovvio gioco di parole su Buenos Aires, in riferimento alla dittatura argentina.

12/12/2007 - 07:24


Mario Benedetti: un "caso disperato" di coerenza intellettuale
di Valerio Evangelisti

da Carmilla on line

“Ho un domani che è mio e un domani che è di tutti. Il mio termina domani, però sopravvive l’altro”. Così aveva scritto Mario Benedetti, uno dei massimi poeti e scrittori latinoamericani, dando prova di umiltà e, nello stesso tempo, riferendosi al proprio costante impegno in campo politico e sociale.

Benedetti è morto domenica 16 maggio, e non si può dire che si sia trattato di un evento inaspettato: aveva 88 anni, soffriva di insufficienza renale. Ciò non attenua il dolore di generazioni intere che si sono nutrite dei suoi versi, dei suoi articoli, dei suoi saggi ispirati a una visione mesta e ironica della vita e a una ribellione incessante contro l’ingiustizia e la tirannia.
Era nato in Uruguay da una famiglia italiana, che lo aveva battezzato Mario Orlando Hamlet Hardy Brenno (quest’ultimo era anche il nome di suo padre). Dopo mille mestieri, diventò redattore del settimanale Marcha, uno dei più influenti del continente. Un colpo di Stato militare, nel 1973, lo costrinse a un esilio che si sarebbe protratto dieci anni, mentre il governo uruguayano faceva pressione sui paesi in cui trovava rifugio perché gli restituissero il fuggitivo, accusato di appartenere al movimento dei Tupamaros. In Perù fu arrestato e deportato, ma poté beneficiare di un’amnistia. Si trasferì a Cuba e poi a Madrid.
Intento la fama di Benedetti cresceva e si moltiplicavano i riconoscimenti. L’ultimo gli è giunto dal Venezuela, dove il governo di Hugo Chávez ha concesso nel 2007 al poeta, per meriti culturali ed educativi, la più alta onorificenza prevista in quel paese. Molto stretti anche i vincoli con Cuba, di cui Benedetti apprezzava al massimo grado l’azione antimperialista, pur criticando la mancata abolizione della pena di morte e la tendenza alla burocrazia (da lui considerata, però, fenomeno universale). Parole di sentito appoggio Benedetti ha rivolto alla “originalità” degli zapatisti messicani, così diversi dai movimenti guerriglieri che pure aveva appoggiato in gioventù.
Sono numerosi i musicisti latinoamericani che hanno usato i versi di Benedetti per le loro composizioni, e un film argentino tratto da un suo testo, La tregua di Sergio Renán, rischiò di vincere nel 1974 l’Oscar per il migliore film straniero (poi andato ad Amarcord di Fellini).
Le fortune di Benedetti in Italia sono state più limitate (ma è facilmente reperibile il bellissimo, commovente romanzo La tregua e varie antologie sono state pubblicate da piccoli editori), anche per il clima politico che grava da oltre un decennio sul nostro paese. Va tenuto presente che, in una delle sue poesie (Un caso disperato), Benedetti confessava l’impossibilità, per lui, di astrarsi dal reale: se anche avesse trattato di Atlantide, vi avrebbe cercato torturati e carnefici, sfruttati e sfruttatori.
Se esiste un aldilà, mi figuro il poeta cercare anche in quel luogo tracce di oppressione, per schierarsi, come ha fatto tutta la vita, a lato del più debole e dargli voce.

Carmilla ha pubblicato tre poesie di Mario Benedetti: Sono un caso disperato, Le canaglie vivono a lungo, però prima o poi crepano, Che c'è da ridere?.
L'omonimo italiano è vecchio amico della nostra testata.

Un bellissimo documentario su Benedetti è su rebelion.org.

CCG/AWS Staff - 22/5/2009 - 14:30

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