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Das Auschwitzlied

Anonymous


Language: German


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‎[1940?]‎
617-saT9maL. SS500

Sulla melodia della canzone “Wo die Nordseewellen trecken an den Strand” scritta da Friedrich ‎Fischer-Friesenhausen nel 1922.‎
Testo trovato sul portale di musica ebraica curato da Claude Torres





Ho preferito attribuire questa canzone ad anonimo perché la sua maternità è incerta.‎
Ho scritto “maternità” perché fu composta da una donna, forse da tal Camilla Mohaupt oppure, ‎secondo altre fonti, da una certa Camille Spielbichler o ancora da Margot Bachner, comunque da ‎una delle tante donne di cui non si sa nulla se non che scomparvero nel gorgo dell’universo ‎concentrazionario nazista, finendo le loro vite probabilmente ad Auschwitz o a Bergen Belsen.‎
Ho datato questo “Canto di Auschwitz” al 1940 perché vi si parla della costruzione del campo che ‎cominciò per l’appunto quell’anno ad opera di alcune centinaia di prigionieri polacchi ed ebrei.‎
Il 14 giugno del 1940 il campo era operativo e potè “ospitare” il primo convoglio di circa 700 ‎deportati che furono accolti dal primo comandante, l’SS Karl Fritzsch, con le seguenti, toccanti ‎parole: ‎

“Non siete venuti in un sanatorio, ma in un campo di concentramento ‎tedesco. Da qui non c'è altra via d'uscita che il camino del crematorio. Se a qualcuno questo non ‎piace, può andare subito contro il filo spinato. Se in un trasporto ci sono degli ebrei, non hanno ‎diritto a sopravvivere più di due settimane, i preti un mese e gli altri tre mesi”.
Zwischen Weichsel und der Sola schön verstaut
Zwischen Sümpfen Postenketten, Drahtverhau
Liegt das KL-Auschwitz, das verfluchte Nest,
das der Häftling hasset, wie die böse Pest.

Wo Malaria, Typhus und auch andres ist,
wo dir große Seelennot am Herzen frisst,
wo so viele Tausend hier gefangen sind
fern von ihrer Heimat, fern von Weib und Kind.

Häuserreihen steh´n gebaut von Häftlingshand,
bei Sturm und Regen musst du tragen Ziegeln, Sand,
Block um Block entstehen für viele tausend Mann,
Alles ist für diese, die noch kommen dran.

Außer Flöhen, Läusen, plaget Fieber Dich,
viele tausend mussten sterben kümmerlich,
ja du wirst gequälet hier bei Tag und Nacht
und bei jedem Schritte ein Posten dich bewacht.

Traurig siehst Kolonnen du vorüberzieh` n,
Vater, Bruder kannst du oft dazwischen seh´n
darfst sie nicht mal grüssen, es brächte dir den Tod,
vergrößerst unwillkürlich dadurch nur ihre Not.

Traurig ziehn die Reihen nun an dir vorbei,
schallend hörst Befehle du, wie “Links, zwei, drei!”
Hier etwas zu sagen hast Du gar kein Recht,
Wenn Dein Mund auch gerne um Hilfe schreien möcht.

Vater, Mutter! Ob ihr noch zuhause seid?
Niemand weiss von unsrem großen Herzeleid,
träumen darfst Du hier nur von dem Elternhaus
aus dem das Schicksal jagte so schnöde dich hinaus.

Sollte ich dich Heimat nicht mehr wiederseh ´n
und wie viele andere durch den Schornstein geh´n
seid gegrüßt ihr Lieben am unbekannten Ort
gedenket manchmal meiner, die ich musste fort.‎

Contributed by Bartleby - 2011/11/3 - 14:20




Language: Italian

Parziale traduzione italiana dallo spettacolo di Charlette Shulamit Ottolenghi ‎‎"Dalle Profondità - ‎canti di donne nella Shoah".‎
CANTO DI AUSCHWITZ

Tra il fiume Weichsel e il fiume Sola, ‎
tra paludi e postazioni, catene e filo spinato ‎
si annida il KZ Auschwitz, nido maledetto ‎
che i prigionieri odiano più della peste maligna.‎

Lì, dove la malaria e il tifo ed altri mali, ‎
lì, dove il male dell’anima congela il cuore, ‎
lì, decine di migliaia sono prigionieri ‎
lontani dalla moglie e dai figli, ‎

Lì si vedono file e file di baracche costruite per mano dei prigionieri ‎
che sotto la pioggia e la tempesta devono trascinare sabbia e mattoni.‎
Blocco dopo blocco essi erigono ‎
per le decine di migliaia di uomini che ancora arriveranno.‎

‎[…]‎

Contributed by Bartleby - 2011/11/3 - 15:46




Language: French

Parziale traduzione francese dal ‎‎portale di musica ‎ebraica curato da Claude Torres.‎
CHANT D’AUSCHWITZ

Entre le Weichsel et la Sola,
entre les marais et les campements,
les chaînes et les barbelés, se niche le KZ Auschwitz,
nid maudit, que les prisonniers détestent plus que la peste maligne. ‎

Là, où sévissent la malaria, le typhus et d’autres maux encore,
là, où la maladie de l’âme congèle le coeur,
là, des dizaines de milliers d’hommes sont prisonniers,
loin de leur femme et de leurs enfants.‎

Là, on voit des files et des files de baraques construites par les mains des prisonniers qui,
sous la pluie et la tempête, doivent traîner sable et briques. ‎
Bloc après bloc, ils bâtissent ‎
pour les dizaines de milliers d’hommes qui doivent encore arriver. ‎

‎[…]‎

Contributed by Bartleby - 2011/11/3 - 15:47



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