Del Sangre

Chansons contre la Guerre de Del Sangre

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Al grande pubblico non saranno noti ma hanno forza e coraggio da vendere, sono i Delsangre, ultima grande rivelazione della scena rock fiorentina, vincitori di recente del prestigioso Premio "Ciampi".
Il nuovo disco, "Terra di Nessuno", conferma tutta la loro carica folk unita ad un songwriting di protesta ma allo stesso tempo denso di connotati poetici.
Questo speciale propone un'interessante intervista con il leader della band, Luca Mirti, che ci ha illustrato la sua opera ma soprattutto il suo rapporto con Bob Dylan vero ispiratore della musica dei Del Sangre.
A Luca va il mio personale ringraziamento per la disponibilità unito a quello di Michele "Napoleon In The Rags" Murino.

(da: http://www.maggiesfarm.it/delsangre.htm)

Intervista a Luca Mirti, leader dei Delsangre assieme a Marco "Schuster" Lastrucci:

MF - Come è nata l'avventura con i Del Sangre?

LM - L'avventura è nata nell'estate del 1998. Dopo anni passati a suonare covers di rock and roll con varie bands come Rockin' sound machine, Dust'n'Bones, magic Rat & the Midnight Gang (cover band di Bruce Springsteen), iniziai a sentire il bisogno pressante di realizzare qualcosa che fosse "mio", così, con il mio bassista Marco Schuster Lastrucci, decidemmo di mettere su una band nuova di zecca che per primo prese il nome di TNT, poi Blue Steel, successivamente Del Sangre.

Ti risparmio le varie vicissitudini e i continui cambi di formazione che si sono susseguiti negli anni, fino a che ci siamo ritrovati ad un bivio. Nell'anno di grazia 2002, eravamo tornati al punto di partenza; eravamo rimasti in due e c'era da decidere se continuare oppure smettere, ma siamo gente di capa tosta e continuammo lo stesso.
Nel contempo, avemmo la fortuna di aprire un concerto ai Gang ai quali siamo tuttora legati da un fortissimo sentimento di amicizia e gratitudine; da quel punto decidemmo di ripartire e, con l'ausilio di un 4 piste digitale, armati di sola chitarra acustica, basso e armonica registrammo "Ad un passo dal cielo".

Fummo fortunati: il disco piacque molto (più fuori Firenze che a casa nostra, per la verità) e da lì, abbiamo pian piano ricostruito la band, abbiamo registrato un nuovo disco appena uscito e - lo dico a bassa voce per scaramanzia - siamo molto felici di questo.

MF - Luca, avete vinto il premio Ciampi, cosa è cambiato da allora? Un riconoscimento così importante vi ha fatto prendere coscienza delle vostre capacità?

LM - Sostanzialmente non penso siamo cambiate molto le cose, perché in questo mondo, se non hai qualche "potenza amica" che garantisce per te, nessuno si accorge che esisti, nonostante il premio Ciampi.

Per farti un esempio, all'indomani della vittoria, sulla "Nazione" - il principale quotidiano di Firenze - non apparve neanche mezza riga.

Su Controradio, che si definisce indipendente, ed è una delle radio più ascoltate a Firenze e affiliata a Radio Popolare Network, pur avendo il nostro cd, se ne sbattono altamente, preferendo addirittura gruppi che fanno cose che definire inascoltabili è fare un complimento; ma qui si entra nella sfera dei gusti personali.

Per concludere e rispondere alla tua domanda, un premio di tale portata ci inorgoglisce e, chiaramente, ci stimola a credere maggiormente in ciò che facciamo, tutta sta nel vedere se ce lo fanno fare certe "addetti ai lavori", che farebbero meglio a zappare la terra che ad occuparsi di musica. Ti faccio un nome per tutto: Bruno Casini di Eventi. Comunque resistiamo anche a questo.

MF - Mi piace definire il vostro stile come combat-folk, che senso ha ancora oggi proporre canzoni di protesta o meglio, se vogliamo essere più attuali, canzoni di denucia sociale?

LM - Ha il senso di far mantenere a chi ascolta il contatto con la vita vera, la vita che ci circonda. Il senso di dire alla gente che la vita non è quello che vorrebbero farci credere gente dalla morale marcia. Gente che tutto quello che hanno saputo dare ai giovani sono stati modelli del tipo: tutto subito senza alcun sacrificio. La tv spazzatura, il cellulare ultimo grido, la macchina nuova, la discoteca, l'omologazione forzata, il modello berlusconiano del benessere effimero.

La canzone di protesta è l'ultimo baluardo in difesa di una memoria sempre più labile e che dovrebbe essere il valore assoluto per un paese che vuol guardare avanti con ottimismo.

Oggi tutto ciò per cui i nostri padri hanno duramente lottato e sofferto, è messo a repentaglio da questi "nuovi invasori" che hanno assoggettato al loro stile anche l'arte e di conseguenza la maggior parte delle canzoni che, ti dicono, non devono dare fastidio.

E invece no! È tempo di reagire e sparare in faccia al sistema canzoni che fanno male, per citare Marino Severini.

MF - Spesso citi tra le tue principali influenze, Bob Dylan e Woody Guthrie; cosa ti hanno trasmesso e quanto hanno influenzato la tua musica?

LM - I miei punti di riferimento sono stati fondamentalmente tre. Woody Guthrie, Bruce Springsteen e Bob Dylan e partendo da Woody (che ritengo il punto di partenza fondamentale) ho imparato che non bisogna mai avere paura di combattere per quello in cui si crede, che bisogna essere sempre coerenti e fedeli a se stessi; non si deve mai e in nessun caso scendere a compromessi, perché dal momento in cui lo fai non sei più credibile, il tuo messaggio diventa inevitabilmente falso e, anche se
non lo sanno gli altri, lo sai tu e tanto basta.

In questo - e torno a battere sullo stesso tasto - mi è stato d'insegnamento più Woody che non Bob o Bruce ed è un'eredità che custodisco gelosamente e con enorme rispetto. Quando scrivo una canzone, la sottopongo ad un certo tipo di test e cioè: sono credibile? Riesco a vivere in funzione di ciò che dico? Posso essere d'aiuto a qualcuno? Posso mettere qualcuno nella condizione di pensare?

Se passa il test, la canzone è fatta.

MF - Nel tuo precedente cd "Ad un passo dal cielo" avevi dedicato una canzone a Salvatore Giuliano, Dylan ha fatto più o meno lo stesso con Joey; il fatto di eroicizzare un mafioso è segno di grande coraggio... Ci spieghi da dove nasce questa esigenza?

LM - Intanto ti premetto che quella canzone ci ha creato non pochi problemi. Ricordo che lessi un articolo di giornale nel quale si asseriva che le prove che accusarono Giuliano della strage di Portella delle Ginestre risultarono false e facilmente confutabili. L'anno scorso uscì nelle sale anche un film, dal titolo Segreti di Stato, che confermava quanto avevo letto in precedenza. Purtroppo c'è una parte - ahimè consistente - della sinistra in Italia, retrograda e di salotto che non ammette minimamente che certe "verità" debbano essere per lo meno rivedute.

Si scatenò quindi una ridda di polemiche e passammo quasi come dei fascisti (quanto di più lontano dalla natura mia e dei miei amici).

Detto ciò, non credo si tratti di eroicizzazione, quanto di quell'immaginario romantico che la figura del bandito, visto come
ribelle e uomo d'onore, suscita in chi scrive.

Io, tra l'altro, volevo focalizzare l'attenzione sulla figura del bandito indipendentista che ruba ai ricchi per dare ai poveri. A
Montelepre, se chiedi alla gente di Salvatore Giuliano, ti diranno che era così.

In Italia c'è un patrimonio storico-culturale spesso e colpevolmente dimenticato. Un patrimonio fatto di storie, anche di banditi, che niente hanno da invidiare a quelle del lontano West; viene spontaneo, quindi, a chi come me ha sempre avuto il cuore oltreoceano, creare dei paralleli, fondendo storie d'Italia con certe sonorità americane.

MF - Molti dicono che scrivere canzoni sul film I Cento Passi sia diventato un uso comune della musica italiana, ma non sanno che i primi a comporre un pezzo sul film di Marco Tullio Giordana siete stati voi; ci puoi raccontare questa esperienza e cosa ti ha trasmesso quella storia?

LM - Ricordo di essere stato colpito da quel film come da un pugno allo stomaco e ricordo di aver pianto a dirotto alla fine.

Prima di allora ignoravo chi fosse Giuseppe Impastato, non conoscevo la sua storia; del resto al tempo dei fatti - si parla del 1978 - ero un bambino e per di più in quei giorni si parlava soprattutto del caso Moro. La canzone mi venne quasi di getto; la sentivo come un atto dovuto nei riguardi di un martire ancora oggi dimenticato dallo Stato. La intitolai Radio Aut come la radio fondata da Peppino per denunciare le malefatte dei politici locali e le loro connivenze mafiose. Spedii una copia del cd al regista del film Marco Tullio Giordana che ebbe parole di elogio bellissime. Ma vuoi sapere qual è stato il momento che più mi
ha riempito di orgoglio? Fu a dicembre, durante la nostra esibizione al Teatro La Gran Guardia di Livorno per il Premio Ciampi. Quando introdussi il brano dicendo che si trattava della storia di Peppino Impastato, si alzò un applauso spontaneo e fragoroso. Furono cinque secondi in cui sentii la pelle accapponarmisi e le lacrime salirmi di nuovo su. Dovetti sforzarmi non poco per ricacciarle dentro. Purtroppo, chi ascolta oggi, dirà che abbiamo copiato l'idea dai MCR, ma tant'è, che vuoi farci!

MF - Nel vostro nuovo disco "Terra di nessuno", i temi trattati hanno alla base un forma di contestazione, che non si impantana nella protesta fine a se stessa ma tenta di scavare una via di fuga dai problemi che affliggono la nostra società. Esiste una via di fuga?

LM - Certo che esiste! Ne sono fermamente convinto. Dipende però dal tipo di valori che hai acquisito durante la vita. Io sono stato fortunato, ho avuto alle mie spalle una famiglia che ha sempre avuto poco dalla vita e quindi ha sempre cercato di inculcare in me il senso del rispetto e del sacrificio; cose, queste, sempre più rare nelle generazioni di oggi.

Il messaggio è: guardatevi intorno, oltre il superfluo. Trovate qualcosa per cui valga la pena di lottare e di credere. Qualcosa di vero e che sia solo vostro. Qualcosa da perseguire con impegno e dedizione contro ogni moda prestabilita.

Per me è stata la musica, i libri; per altri potrà essere qualcos'altro, ma esiste una via d'uscita, basta seguire il cuore. Chi segue il sistema è destinato a bruciarsi; e sono tanti, purtroppo.

MF - Nella title track ti rivolgi ad una ragazza, potrebbe essere la stessa confusa di Like A Rolling Stone?

LM - Non ci avevo mai pensato. Forse. Con quella canzone, ho solo voluto denunciare quanto sbagliata e pericolosa sia l'omologazione. Sia che essa provenga da ceti sociali agiati - e quindi si torna a parlare di macchine, cellulari, vestiti firmati, donne che si concedono solo ad un certo tipo di uomini, vita facile ecc. - per contro, ci sono i cosiddetti "alternativi", figli anch'essi di un certo tipo di omologazione. Sono gli universitari fuori corso, perenni contestatori coi capelli rasta e i vestiti in disordine ma di marca, con lo zainetto a tracolla, eterni disoccupati, ma con l'appartamento del Papà in pieno centro (a Firenze i prezzi sono alle stelle).

In tutto questo marasma, io mi sento - senza presunzione - un'isola a parte. Mi sento, appunto, terra di nessuno, libero, quindi di criticare o di accettare quanto di cattivo o di buono mi arriva da entrambe le parti, vagliando il tutto secondo le mie idee.

MF- Scrivere una canzone dedicata ai fatti di Genova è un modo per unirsi al coro o per chiedere la verità a prescindere dalle altre canzoni che sono state scritte sulla morte di Carlo Giuliani?

LM - Né l'uno né l'altro. Con questa canzone, ho soltanto voluto calarmi nei panni del cronista di una giornata tragica. Tutto qui. La verità poi, specie in casi come questi è sempre difficile da accertare, ma se ascolti bene la canzone, ti puoi fare un'idea precisa del mio punto di vista al riguardo.

MF - 1 2 3 mi ha lasciato perplesso; dichiararsi non raccomandati non è un modo per affermare che esiste ancora questo sistema, e mi sembra che questa canzone vi mostri abbastanza rassegnati, in questo disco sinceramente la vedo come una nota stonata... Puoi dirmi la tua?

LM - Sai indicarmi un modo migliore per combattere questo sistema se non dall'interno? Ti posso assicurare che quanto detto con quella canzone, altro non è che una minima parte di quanto succede in questi ambiti che viaggiano su corsie preferenziali. Non è la questione di dichiararsi non raccomandati, quanto denunciare ciò che abbiamo dovuto subire, solo perché non rientriamo in un giro del quale si sono spartiti già le fette della torta. Comunque sia, è giusto che tu abbia la tua opinione al riguardo e io la rispetto. Non siamo rassegnati, te lo assicuro, altrimenti avremmo mollato già da tempo, semmai, siamo incazzati e questo non può che farci bene.

MF - Quando Gesù Cristo Tornerà mi sembra ispirata nei temi a When He Returns di Bob Dylan, alla luce anche di The Passion cosa ci puoi dire di questa canzone?

LM - Come si può evincere dal testo, si tratta di un pezzo ironico. Ho voluto immaginare cosa succederebbe oggi se una figura come quella di Gesù Cristo tornasse tra di noi. Il risultato sarebbe che non verrebbe preso minimamente in considerazione. In un secolo in cui l'unico Dio è il denaro, dove tutti promettono miracoli, dove il ladro è un rispettabile uomo di Governo, dove chi ha più soldi si compra il Paradiso, dove i conflitti sono all'ordine del giorno, non c'è spazio per chi predica amore, uguaglianza e perdono.

Siamo nell'era del "vitello d'oro" e noi ne siamo gli adoratori, volenti o nolenti.

Per quanto riguarda The Passion, io l'ho trovato un bel film, con buona pace di tutti quei critici imbevuti di anticristianesimo che hanno pensato più a demolire preventivamente - sempre a scopo politico - che ad analizzare a fondo l'opera. Hanno semplicemente fatto questa equazione: Mel Gibson = fascista = antisemita = film da buttare. Idiozia pura!!!!

MF - L'oro del Diavolo, parla del problema dell'Islam, qual'è la vostra posizione riguardo al conflitto in Iraq e in Afganistan?

LM - La posizione comune a tante persone che vedono oltre i discorsi di facciata. Di una guerra inutile, o meglio, utile solo a rimpinguare i conti delle multinazionali petrolifere e dei fabbricanti di armi occidentali. Gli stessi che hanno armato la mano del mostro che ora si trovano a dover contrastare con la scusa del terrorismo che pure esiste.

Io mi ritengo un pacifista, ma devo anche dire - e parlo a titolo strettamente personale - che mi ritengo un pacifista a 360 gradi. Ogni guerra o situazione di libertà violata mi preoccupa, non solo le guerre made in U.S.A.

Io sono anti-Bush, non anti-americano. Non approvo niente della politica estera statunitense, ma non approvo neanche il fanatismo religioso della maggior parte degli islamici che ritengo forieri di un'ideologia di morte che rappresenta quanto di più schifoso e abbietto possa esistere al giorno d'oggi, non diversamente penso dei massacri perpetrati dai cattolici nei secoli scorsi nel nome di Dio e col placido benestare della Chiesa. L'integralismo, sia esso orientale o occidentale, porta solo divisioni; è inevitabile.

MF - In L'oro del Diavolo, appare per la seconda volta nel disco, Marino Severini dei Gang, qual è il vostro rapporto con loro?

LM - Un rapporto che definire splendido è riduttivo. Non potrò mai dimenticare quanto hanno fatto per noi. Quando ti ho citato i miei modelli di ispirazione, non ti ho detto che in Italia, in un periodo in cui il Rock and Roll languiva, i Gang hanno rappresentato per me una bandiera da sventolare con orgoglio, che mi faceva sentire fiero di essere italiano, anche se per poco.

Ho imparato molto da loro e tuttora, quando abbiamo l'occasione di incontrarci è sempre una festa.

Sono onorato di averli avuti sul nostro cd e sono onorato di essere loro amico. Non c'è nessuno più puro di loro in Italia. NESSUNO!!!

MF - So che sei un fan di Dylan, sono d'obbligo alcune domande... Veniamo alla prima: come vedi oggi le canzoni di protesta di Bob Dylan, mi riferisco in particolare a The Times They Are A-Changin'?

LM - Che i tempi, purtroppo, non stanno cambiando o, se cambiano lo fanno in peggio; basta accendere la televisione per rendersene conto, ma anche una canzone può fare la sua parte per cercare di cambiare le cose.

Guardando a Dylan come ad un cantante di protesta, è interessante vedere come egli fosse avanti coi tempi. Non è un caso che Masters of war - che noi, come tu sai, abbiamo anche registrato - sia ancora terribilmente attuale dopo più di trent'anni da quando fu scritta. Eppure per tornare al concetto iniziale, da allora, i tempi non sono cambiati affatto.
Cambiano i nomi, ma i dèmoni sembrano reincarnarsi puntualmente. E noi qui a resistere dall'altra parte della barricata, anche con l'aiuto di Bob.

MF - Ho visto che nei vostri testi compaiono spesso riferimenti alla religione; cosa pensi della trilogia religiosa di Bob Dylan?

LM - Che a dispetto di chi l'ha frettolosamente demolita in preda ad ansie anticattoliche, si tratta di tre dei dischi più belli ed ispirati di Bob Dylan. Io adoro il Gospel e non è un caso che Saved sia tra i miei preferiti.

MF - Nella poetica dei tuoi testi fanno capo spesso immagini di derivazione Dylaniana; in che modo ti ha influenzato Bob Dylan?

LM - Dylan è stato un rivoluzionario in ogni senso, dalla poetica talvolta astratta alle metriche innovative delle sue canzoni, alle sue interpretazioni del blues, del folk, del gospel, del soul ecc.

Penso che l'unico che sia riuscito ad avvicinarsi a quella soglia di lirismo, sia stato Bruce Springsteen, specialmente in dischi come Greetings from Asbury Park e The wild, the innocent & the E Street shuffle.

Crescendo con certi modelli, è un po' difficile non assorbirne qualcosa anche e soprattutto dal punto di vista della scrittura.

MF - Hai visto di recente Bob Dylan; come lo vedi sul palco, e che senso ha secondo te cantare oggi una canzone come The Lonesome Death of Hattie Carroll, che di recente addirittura è al centro di dibattiti sulla veridicità del fatto storico, nel senso che probabilmente William Zanzinger non ha ucciso Hattie Carroll ma che probabilmente è morta per cause naturali...

LM - Devo dire che mi è sembrato in ottima forma, nonostante gli anni che pure passano inesorabili e comunque, a parer mio, il palco è l'unico luogo in cui uno come Dylan deve stare per stare bene. Ha un'ottima band alle spalle, anche se il mio sogno - e tale, credo, resterà - sarebbe di vederlo almeno una volta in tour da solo chitarra e armonica. Ha una voce che, a dispetto di quanto si dice, ancora riesce ad emozionarmi, sa essere anche ironico e autodissacrante (cosa che certi cantautori poeti de noantri non si possono permettere, che sono già di per sé ridicoli...). Insomma, cosa chiedere di più?

Riguardo a Hattie Carroll, non sono a conoscenza dei nuovi sviluppi che tu mi dici, ma credo che oramai la canzone sia stata assorbita dalla coscienza collettiva come tale, poiché tali erano i fatti, almeno fino ad oggi e nella testa di ognuno sarebbe come dover riscrivere il copione di un film di successo. Sì, credo abbia ancora senso farla.

MF - Quali sono i vostri progetti per il futuro?

LM - Cercare di ottimizzare quanto fatto fino ad ora, cercando di portare la nostra musica il più vicino possibile alla gente. Lo spirito di sacrificio non manca, quindi speriamo bene.

MF - Avete in mente di fare un tour per promuovere il vostro nuovo disco?

LM - Tour è una parola troppo grossa per noi. Implica dover fare il musicista di mestiere e visti i cachet che circolano oggigiorno è un'impresa ardua, ma ci proviamo. Stiamo definendo alcune date che potranno essere facilmente viste sul nostro sito http://www.delsangre.it/ e più riusciremo a farne meglio sarà.

MF - Quanto conta per voi fare concerti?

LM - Per noi, come per qualsiasi altro musicista, credo sia vitale. Specialmente per un genere come il nostro che nella dimensione live riesce sempre a trovare il suo punto di espressione più alto. È importante, ma altrettanto importante è il lavoro che precede il concerto e parlo di prove e soprattutto di stare assieme. Abbiamo instaurato tra di noi un rapporto bellissimo di amicizia e di ciò, la nostra musica, non può che trarne beneficio.

MF - Ti ringrazio infinitamente per la disponibilità

LM - Grazie a te